Pd, l'ultima lite sul manifesto dei valori ma il "lodo Letta" sblocca l’impasse
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleLotta continua. È il nome che, se verrà cambiato come qualcuno già propone, dovrebbe prendere il Partito democratico da mesi ostaggio di una rissa permanente. Dopo aver litigato sulle date del congresso, le primarie online e i contenuti del nuovo Manifesto dei valori, ad agitare la vigilia dell'assemblea nazionale convocata per approvarlo è il dispositivo che accompagna la revisione dei principi fondativi, prodotta dal Comitato degli 85 saggi.
Un compromesso, questo preambolo al documento finale suddiviso in quattro capitoli più un prologo, individuato da Enrico Letta per scongiurare l'ennesima spaccatura. Stefano Bonaccini aveva infatti chiesto - e ha poi ottenuto - due cose: "Tener fede ai valori del Manifesto con cui il Pd è nato", quello voluto da Veltroni per intenderci, "e poi aprirci alla discussione congressuale che resterà il nostro punto di partenza". Un modo per difendere le radici dell'U…
Lotta continua. È il nome che, se verrà cambiato come qualcuno già propone, dovrebbe prendere il Partito democratico da mesi ostaggio di una rissa permanente. Dopo aver litigato sulle date del congresso, le primarie online e i contenuti del nuovo Manifesto dei valori, ad agitare la vigilia dell'assemblea nazionale convocata per approvarlo è il dispositivo che accompagna la revisione dei principi fondativi, prodotta dal Comitato degli 85 saggi.
Un compromesso, questo preambolo al documento finale suddiviso in quattro capitoli più un prologo, individuato da Enrico Letta per scongiurare l'ennesima spaccatura. Stefano Bonaccini aveva infatti chiesto - e ha poi ottenuto - due cose: "Tener fede ai valori del Manifesto con cui il Pd è nato", quello voluto da Veltroni per intenderci, "e poi aprirci alla discussione congressuale che resterà il nostro punto di partenza". Un modo per difendere le radici dell'Ulivo e non farsi legare le mani sulla linea politica, qualora venisse eletto segretario. La sinistra, in particolare Art.1, premeva invece perché il lavoro del Comitato costituente insediato da Letta sostituisse la Carta veltroniana giudicata troppo liberista e poco progressista, così da dare il senso di un partito davvero nuovo in cui poter rientrare, dopo la scissione di tre anni fa. "Una polemica surreale", secondo Peppe Provenzano: "Qua nessuno vuol cancellare niente, si tratta di cambiare perché intanto è cambiato il mondo. E i valori vanno aggiornati".
Più che surreale, una questione di lana caprina, incomprensibile ai più, risolta dalla mediazione del Nazareno che ha provato a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Il Manifesto da votare "è la base politica della nascita del nuovo Pd", spiegherà oggi Enrico Letta in assemblea, illustrando il dispositivo che gli è costato una trattativa lunga due giorni. "Non ha effetti abrogativi su quello del 2007, frutto del contributo di giganti del pensiero come Scoppola e Reichlin", proseguirà nel suo ultimo discorso da segretario. Per poi precisare che l'assise di stamattina, alla quale parteciperanno anche 80 delegati di Roberto Speranza, "terrà aperta la fase costituente" per consentire a chi verrà dopo ulteriori ritocchi e approfondimenti. Uno su tutti, già anticipato da Bonaccini: "Se sarò eletto, è l'ultima volta che ci mettiamo sei mesi per convocare un congresso". Con Arturo Scotto, coordinatore di Articolo1, a dare già via libera ("Per noi quel testo è condivisibile") e Schlein la sua benedizione, segno che oggi non dovrebbero esserci sorprese: "Abbiamo bisogno di aggiornare una lettura delle fratture che hanno prodotto l'aumento delle diseguaglianze in questi anni". Nel tripudio dei supporter del governatore come il costituzionalista Stefano Ceccanti: "Il ribadire che resta in vigore il Manifesto di Veltroni implica ciò che nella Chiesa si chiama ermeneutica della continuità, i nuovi testi si interpretano alla luce di quelli precedenti".
Ma non è bene quel che finisce bene. Il lodo Letta non è ancora chiuso che il dibattito sul cambio del nome riemerge a rinfocolare gli animi: "Avrei voluto un referendum fra gli iscritti, lo chiederemo al prossimo gruppo dirigente", la proposta di Provenzano. Accolta con favore da Schlein, sebbene "adesso il congresso ci deve servire per mettere al centro i contenuti", ma bocciata dagli altri candidati. "Parliamo di sostanza. E poi a me il nome Pd piace", taglia corto Bonaccini. "Io me lo terrei caro", dà man forte Gianni Cuperlo. Mentre Paola De Micheli se la prende con la rivale bolognese: "Solo chi sta facendo il praticantato nel Pd poteva chiedere il cambio del nome". Un bel clima, non c'è che dire.