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Il Pd e la tentazione di cambiare nome a una "Cosa" forse nata già troppo tardi

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Il chiaro fallimento di un progetto politico dietro alla necessità di ribattezzare il partito-creatura
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Si perdoni la crudezza di linguaggio e un po' anche il tono risoluto, ma quando qualcuno chiede di cambiare nome a un partito, l'esperienza insegna che attorno ad esso si comincia a sentire puzza di cadavere. O almeno, il macabro sentore fu certamente avvertito sul finire degli anni '80, quando alla Bolognina Achille Occhetto annunciò che avrebbe tolto la parola "comunista" al Pci, ciò che a distanza può considerarsi pietra miliare e d'inciampo di ogni successiva tribolazione onomastica, dalla Dc al Ppi e dal Msi ad An - e come si vede non c'è ribattezzato partitello che ce l'abbia fatta a sopravvivere.

Perché di solito il make up non resiste alla prova della storia. Nel Pci il cambio di nome fu un processo accidentato, "una proposta tragica e grottesca" la definì Giancarlo Pajetta che vi si oppose fino a morirne, e tuttavia vissuta in modo nobilmente corale, per l'ultima volta nella stori…

Si perdoni la crudezza di linguaggio e un po' anche il tono risoluto, ma quando qualcuno chiede di cambiare nome a un partito, l'esperienza insegna che attorno ad esso si comincia a sentire puzza di cadavere. O almeno, il macabro sentore fu certamente avvertito sul finire degli anni '80, quando alla Bolognina Achille Occhetto annunciò che avrebbe tolto la parola "comunista" al Pci, ciò che a distanza può considerarsi pietra miliare e d'inciampo di ogni successiva tribolazione onomastica, dalla Dc al Ppi e dal Msi ad An - e come si vede non c'è ribattezzato partitello che ce l'abbia fatta a sopravvivere.

Perché di solito il make up non resiste alla prova della storia. Nel Pci il cambio di nome fu un processo accidentato, "una proposta tragica e grottesca" la definì Giancarlo Pajetta che vi si oppose fino a morirne, e tuttavia vissuta in modo nobilmente corale, per l'ultima volta nella storia politica italiana.

A renderla degna di ricordo contribuì la fantasmagoria linguistica di Occhetto che in attesa del battesimo volle designare la nuova creatura nel modo più generico possibile: "Prima la Cosa - disse - e poi il nome". Tra l'una e l'altro, all'insegna del vaniloquio e dell'autolesionismo, passarono 16 mesi, due congressi e un fiume di elucubrazioni, frizzi, lazzi, testimonianze cinematografiche di Nanni Moretti (La Cosa, appunto), sarcastici richiami a film del terrore (The Thing di John Carpenter, uscito giusto allora) e perfino all'organo genitale femminile (l'illustre italianista Dionisotti: "Ai miei tempi la chose, in francese, era universalmente quella roba lì").

A Rimini, sotto la neve del febbraio 1991, nacque ufficialmente il successore del Pci con la non irresistibile denominazione di Partito democratico della sinistra, Pds, sigla originariamente proposta da Salvatore Veca e Michele Salvati. Con l'idea che le scorciatoie lessicali e le strategie comunicative potessero surrogare nomi, simboli e liturgie il Pds durò fino al febbraio del 1998 quando per volontà di Massimo D'Alema, sempre più desideroso di insediarsi a Palazzo Chigi, perse la "P" di partito mutandosi in "Democratici di sinistra", Ds, "o come si chiama" si lasciò significativamente scappare Veltroni poco prima di assumerne la guida anche se non ne aveva tanta voglia - e infatti appena possibile mollò la segreteria per fare il sindaco di Roma.

Al netto delle ripetute scissioni (Rifondazione comunista, Comunisti democratici, sinistra italiana più altre dimenticabili esperienze), ma soprattutto in vista della nascita del Pd, ecco che senza troppi rimpianti i Ds si sciolsero nella primavera del 2007; così come, quasi in simultanea, nel felliniano Studio7 di Cinecittà ebbe termine la Margherita, che a sua volta si configurava come l'evoluzione nominale del Ppi assommato al Sole che ride dei Verdi, a loro volta inopinatamente trasformatisi in Arcobaleno.

Quando si dice che la politica in Italia ha perso senso, attrazione e credibilità si omette purtroppo di aggiungere che tale perdita ha molto a che fare con questi pazzotici e pulviscolari rivolgimenti durati un ventennio. Vecchio sogno prodiano inteso come evoluzione dell'Ulivo, il Pd venne alla luce nell'estate del 2007. Ma il vero e inconfessabile guaio è che a quel punto era già troppo tardi. I primi a capirlo profetizzandone il flop furono i reverendi padri gesuiti della Civiltà cattolica. Ora, siccome più spesso di quanto si pensi la letteratura, apocalittica o meno che sia, ci azzecca più e meglio della politologia, si acchiappa qui l'occasione per ricordare ciò che a proposito di nomi e sostanza scrisse allora Guido Ceronetti: "Di per sé, Partito democratico ha la consistenza di un enorme vento di chiacchiere in astratto, che la realtà sta a guardare stupefatta da tanta capacità italiana di emetterne ragionandoci sopra all'infinito, ma sotto la maschera un vuoto".

Dar vita al Pd, continuava quello spirito libero e inquieto, era come "allestire una grande illuminatissima vetrina in via della Spiga per esporre due o tre camicette con buchi prese da una discarica e un paio di vecchie pantofole affezionate ai piedi di una pensionata che si circonda di consunto". Bastasse, adesso, rimpannucciare quella merce, bastasse cambiarle il nome...