✕

Il Jobs act otto anni dopo: crescono gli occupati ma il 54% è a termine

La parte più controversa della riforma renziana - indennizzo in caso di licenziamento senza giusta causa - è stata smontata da tre sentenze della Corte costituzionale
2 minuti di lettura

 Il Jobs act vacilla in casa di chi l'ha creato. Entra in crisi all'ottavo anno: tanti ne sono passati dalla riforma del lavoro del governo Renzi, nome americano e contenuto italiano: "Ho copiato Obama, ma non c'è copyright", diceva l'allora leader democratico. Ora però il nuovo Pd in costruzione lo ripudia, lo rigetta. Addirittura vorrebbe abolirlo, così si diceva prima delle elezioni di settembre. Paradosso che stride col governo Meloni, tentato invece di riprenderne alcuni principi: la liberalizzazione dei contratti a termine senza causali, ad esempio.

Ma cos'è stato in questi anni il Jobs act? Ha fatto male o bene all'Italia? È vero che ha creato un milione di posti di lavoro? Di sicuro gli occupati sono passati da 22 a 23 milioni. Ma il 54% dei nuovi dipendenti è a termine, ci sono 400 mila autonomi in meno (e la riforma era nata anche per estendere a loro le tutele degli altri). E soprattutto nel g…

 Il Jobs act vacilla in casa di chi l'ha creato. Entra in crisi all'ottavo anno: tanti ne sono passati dalla riforma del lavoro del governo Renzi, nome americano e contenuto italiano: "Ho copiato Obama, ma non c'è copyright", diceva l'allora leader democratico. Ora però il nuovo Pd in costruzione lo ripudia, lo rigetta. Addirittura vorrebbe abolirlo, così si diceva prima delle elezioni di settembre. Paradosso che stride col governo Meloni, tentato invece di riprenderne alcuni principi: la liberalizzazione dei contratti a termine senza causali, ad esempio.

Ma cos'è stato in questi anni il Jobs act? Ha fatto male o bene all'Italia? È vero che ha creato un milione di posti di lavoro? Di sicuro gli occupati sono passati da 22 a 23 milioni. Ma il 54% dei nuovi dipendenti è a termine, ci sono 400 mila autonomi in meno (e la riforma era nata anche per estendere a loro le tutele degli altri). E soprattutto nel giugno 2020 l'Italia uscita dal terribile lockdown pandemico aveva gli stessi occupati del 2015. A riprova che il lavoro non lo fa una riforma. Lo fa l'economia che brucia posti in recessione, li ricrea quando rimbalza.

Però è vero che la riforma Renzi ha cambiato le carte in tavola. Ha abolito di fatto l'articolo 18, dando un prezzo al licenziamento (illegittimo) di un lavoratore: questo era il contratto a tutele crescenti. Più anzianità hai, più mensilità prendi quando il datore ti manda via senza motivo (la giusta causa). Non era così nelle elaborazioni iniziali dei giuslavoristi: a crescere nel tempo dovevano essere i diritti, da precario a stabile. Invece no.
"Ci sono pezzi sbagliati e altri incompiuti", ragiona Tommaso Nannicini, ex senatore pd e co-autore del Jobs act. "Era la prima riforma che provava a dare una stretta al precariato: rider, in anticipo con i tempi, finte partite Iva, abolizione dei cocopro, il nuovo sussidio di disoccupazione Naspi più ampio. Poi però è stata accompagnata dal decreto Poletti che liberalizzava i contratti a termine. E viene ricordata solo per quello e per l'articolo 18. L'errore politico del Pd e del suo leader di allora è stato parlare solo di licenziamenti, vendere una riforma complessa come un feticcio ideologico".

Il Jobs act era molto di più. Ma è vero che il giudizio storico è stato travolto da quel decreto Poletti - zero causali per i contratti a tempo, rinnovi e proroghe dilatati - che neanche i bonus per le assunzioni stabili (decontribuzione) hanno addolcito. Subito dopo arrivò anche la liberalizzazione dei voucher e il boom del lavoro precario. "Le aziende prendevano gli sconti e poi licenziavano oppure usavano i buoni per nascondere lavoro non stagionale: era più facile", dice oggi Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. Alcune imprese si inventarono anche il "bonus 7 marzo 2015" poiché gli assunti dopo quella data erano senza articolo 18: venivano parificati agli altri, il diritto diventava un incentivo. "Le ragioni della nostra opposizione di allora, che ci portò allo sciopero generale con la Uil, sono valide ancora oggi", aggiunge Scacchetti. "La flessibilità per aumentare la competitività delle imprese - ti assumo e so quanto mi costa licenziarti - è diventata precarizzazione. Con il Jobs act si è rotto qualcosa tra lavoro e politica, tra lavoro e sinistra. Ne paghiamo ancora il conto".

Nel tempo la parte più controversa del Jobs act - indennizzo in caso di licenziamento senza giusta causa che cresce di 2 mesi per ogni anno di anzianità, da un minimo di 4 a 24 mensilità, limiti poi alzati dal decreto Dignità a 6-36 - è stata smontata da tre sentenze della Corte Costituzionale. La Consulta dice che l'automatismo non è costituzionale e che il giudice deve decidere il "risarcimento" anche in base ad altri criteri meno rigidi, come le condizioni e il comportamento delle parti, la dimensione dell'azienda e i suoi dipendenti. In una sentenza sulle piccole imprese - qui l'indennizzo va da 3 a 6 mensilità - la Corte dice che non è adeguato, troppo poco. E che se non ci pensa il legislatore, interverrà di nuovo.

Insomma vita dura per il Jobs act. Senza pensare alle grandi incompiute: la riforma degli ammortizzatori su cui è intervenuto nel 2021 l'allora ministro Orlando, le politiche attive con la creazione dell'Anpal, l'Ispettorato del lavoro. Riforme monche, non finanziate. E che ancora oggi sono un nodo irrisolto del lavoro in Italia.