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Bonaccini e Schlein divisi sul Jobs act: la bandiera di Renzi ossessiona i dem

Il dibattito su uno dei cavalli di battaglia della stagione dell’ex leader. Difeso dall’ala riformista e osteggiato dalla sinistra del partito
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ROMA - Otto anni dopo, il Partito democratico continua a dividersi sul Jobs act, la riforma del lavoro varata dal governo Renzi, bandiera di quella stagione. Tuttora difesa da chi - l'ala più riformista che fatalmente coincide con quanti al congresso appoggiano Stefano Bonaccini - sostiene sia un errore buttare il bambino con l'acqua sporca, ossia i tanti benefici prodotti in termini di occupazione e maggiori tutele. Mentre l'anima più di sinistra incarnata da Elly Schlein e Gianni Cuperlo, che l'hanno detto chiaro in tv, è convinta vada smontata. E in fretta.

Graziano Delrio, che nel 2015 era segretario generale di Palazzo Chigi, invita innanzitutto "a smetterla di essere ossessionati da Renzi". Se proprio si vuol fare "una discussione tra di noi sul passato", spiega, "dovrebbe vertere non sull'attribuzione di colpe, bensì sui limiti che ci sono stati per migliorarci". Suggerimento utile a entrare nel …

ROMA - Otto anni dopo, il Partito democratico continua a dividersi sul Jobs act, la riforma del lavoro varata dal governo Renzi, bandiera di quella stagione. Tuttora difesa da chi - l'ala più riformista che fatalmente coincide con quanti al congresso appoggiano Stefano Bonaccini - sostiene sia un errore buttare il bambino con l'acqua sporca, ossia i tanti benefici prodotti in termini di occupazione e maggiori tutele. Mentre l'anima più di sinistra incarnata da Elly Schlein e Gianni Cuperlo, che l'hanno detto chiaro in tv, è convinta vada smontata. E in fretta.

Graziano Delrio, che nel 2015 era segretario generale di Palazzo Chigi, invita innanzitutto "a smetterla di essere ossessionati da Renzi". Se proprio si vuol fare "una discussione tra di noi sul passato", spiega, "dovrebbe vertere non sull'attribuzione di colpe, bensì sui limiti che ci sono stati per migliorarci". Suggerimento utile a entrare nel merito, "quel che troppo spesso manca nel nostro dibattito interno", denuncia l'ex ministro. "Col Jobs act abbiamo abolito le dimissioni in bianco e i cocopro, aumentato i congedi di maternità, fatto la guerra alle false partite Iva, diminuito le tasse sul welfare aziendale e introdotto i contratti a tutele crescenti", prosegue Delrio. "Poi se uno mi dice: non mi piace l'abolizione dell'articolo 18, rispondo che anch'io non ero entusiasta, ma certo la legge, sebbene imperfetta, non fu animata dalla volontà di distruggere i lavoratori, come qualcuno sembra adesso far intendere. Sostenere che il Jobs act ci ha fatto perdere milioni di voti mi pare davvero semplicistico".

E però Antonio Misiani, responsabile del programma di Schlein, che pure allora votò a favore "per disciplina di partito", non la pensa così: "Fu una legge divisiva, ex post andava fatta in modo diverso e oltretutto i risultati non hanno corrisposto alle aspettative", attacca l'ex viceministro all'Economia. "Se l'obiettivo era far diventare prevalente il contratto stabile, in realtà è successo il contrario, il mercato si è vieppiù precarizzato". La stessa tesi di Andrea Orlando, che aggiunge: "La Corte costituzionale è intervenuta più volte per esortare il legislatore a correggere il Jobs Act. E il Pd in campagna elettorale ne ha chiesto il superamento. Se qualcuno ritiene che fosse uno scherzo lo dica", lancia la sfida l'ex ministro del Lavoro. "Tanto più che è proprio sulla base del nostro programma che io ho presentato alcuni emendamenti alla manovra del governo Meloni per introdurre il salario minimo e ripristinare, nel rispetto delle sentenze della Consulta, l'articolo 18".

Ma a Marianna Madia, ex ministra dell'esecutivo Renzi, questa furia demolitrice non piace: "Fare del Jobs act un feticcio o un capro espiatorio è facile, comodo, ma sbagliato", taglia corto. "Lì dentro c'erano dal divieto delle dimissioni in bianco alle decontribuzioni al lavoro stabile. Attenzione, perché si rischia di tornare indietro".