Niente tappa a Bengasi per Meloni. L’intesa già minacciata dalla tregua fragile tra le fazioni in guerra in Libia
di Daniele Raineri , di Daniele RaineriDomani la premier Meloni atterra in Libia con una delegazione di altissimo livello e per forza di cose dovrà comportarsi come se i suoi interlocutori libici avessero davvero il pieno controllo del Paese e della situazione, ma non è così. Fonti locali dicono a Repubblica che la missione italiana farà tappa soltanto a Tripoli, invece che il solito doppio turno prima a Tripoli e poi Bengasi come erano obbligati a fare i predecessori di Meloni negli ultimi anni, e come vedremo è un dettaglio importante.
Ci sono molti fattori che complicano le cose, a partire dalla presenza di milizie armate per finire con rancori e rivalità mai risolte che possono esplodere da un momento all’altro. L’ultima volta che è successo, ad agosto, ci sono stati almeno trenta morti nella capitale e si dice che la Turchia sia dovuta intervenire e abbia bombardato con i droni le colonne di alcune fazioni che tentavano di entrare in città, per ferm…
Domani la premier Meloni atterra in Libia con una delegazione di altissimo livello e per forza di cose dovrà comportarsi come se i suoi interlocutori libici avessero davvero il pieno controllo del Paese e della situazione, ma non è così. Fonti locali dicono a Repubblica che la missione italiana farà tappa soltanto a Tripoli, invece che il solito doppio turno prima a Tripoli e poi Bengasi come erano obbligati a fare i predecessori di Meloni negli ultimi anni, e come vedremo è un dettaglio importante.
Ci sono molti fattori che complicano le cose, a partire dalla presenza di milizie armate per finire con rancori e rivalità mai risolte che possono esplodere da un momento all’altro. L’ultima volta che è successo, ad agosto, ci sono stati almeno trenta morti nella capitale e si dice che la Turchia sia dovuta intervenire e abbia bombardato con i droni le colonne di alcune fazioni che tentavano di entrare in città, per fermare gli scontri prima che degenerassero in una nuova guerra civile (l’ultimo round di guerra civile in Libia risale al 2019).
Torniamo a domani. In questo momento la Libia si regge su un accordo fragile fra il primo ministro che comanda a Tripoli, Abdelhamid Dabeiba, e il generale che comanda a Bengasi, Khalifa Haftar. Più che “accordo” forse sarebbe il caso di usare la parola “stallo”, nel senso che nessuno dei due ha avuto la forza di prevalere sull’altro e quindi entrambi sono dovuti arrivare ad alcuni compromessi. Il più significativo è questo: Dabeiba ha detto sì alla nomina di un uomo di Haftar, Farhat Bengdara, a capo della Noc, la National Oil Corporation, che è la compagnia di Stato che gestisce il petrolio e il gas libici. Si tratta del ruolo chiave in un Paese come la Libia dove le ricchezze energetiche sono l’unica voce che tiene in piedi l’economia. Proprio Bengdara firmerà con l’italiana Eni un contratto da otto miliardi di dollari per due giacimenti di gas al largo della costa libica. La missione di Meloni in questo senso non si limita a prendere atto della situazione politica in Libia, ma la rafforza.
"Onorare Dabeiba con una visita di così alto profilo è una scommessa sullo stallo che continua – dice a Repubblica Wolfram Lacher, uno degli esperti internazionali più ascoltati quando si parla di frammentazione politica in Libia – Suggerisce che il governo italiano ritiene che il potere di Dabeiba sia solido e che è improbabile che le elezioni si svolgano presto. Ancora più interessante è l’accordo che Eni sta firmando con Noc: la produzione di petrolio e gas è molto vulnerabile al rapporto turbolento tra Dabeiba e Haftar. In questo momento, Dabeiba e Haftar hanno un accordo consistente nel fatto che il candidato di Haftar Farhat Bengdara è a capo del Noc. Ma firmare un accordo così importante con Bengdara è una scommessa, rischioso dire se questo accordo reggerà".
Il fatto che Meloni atterri soltanto a Tripoli per parlare con Dabaiba senza essere costretta a volare anche a Bengasi per non offendere Haftar vuol dire che il generale ha dato la sua approvazione di massima. Haftar sa come fare pressione, quando s’arrabbia: l’ultima volta fece prigionieri gli equipaggi di due pescherecci italiani e li liberò soltanto dopo una visita ufficiale dell’allora premier Giuseppe Conte. Ci sono alcuni segnali che l’Italia non è la sola a scommettere sulla durata di questo stallo fra Dabaiba e il generale Haftar. Il 12 gennaio il capo della Cia, William Burns, prima di volare con discrezione verso l’Ucraina ha fatto tappa a Tripoli, dove ha parlato di stabilità e sviluppo. Si tratta di un riconoscimento importante, che arriva dopo l’arresto e la consegna a Washington da parte del governo di Tripoli di Abu Agila al Marimi, sospettato di avere fabbricato la bomba che nel 1988 distrusse il volo Pan Am 103 sopra Lockerbie in Scozia. La sua consegna agli americani dentro la Libia ha scatenato accuse e polemiche, ma all’esterno è stata letta come una dimostrazione di affidabilità.
Il problema è che questo stallo nasce dal fallimento del piano di pace delle Nazioni Unite e delle elezioni del 2021, che non si sono mai svolte, ed è tenuto in vita dalle milizie armate, che a Tripoli hanno un ruolo sempre più pubblico. Un tempo queste fazioni restavano defilate e lasciavano ai politici il compito di negoziare alla luce del sole e di mantenere una parvenza di presentabilità internazionale, anche perché erano agitate da lotte interne. Adesso si sono consolidate e hanno un ruolo diretto in tutti i settori, dalla politica all’economia. Sono loro, per esempio, che controllano l’aeroporto internazionale di Tripoli dove Meloni atterrerà.