Raddoppiare i flussi del gas verso l’Italia. Missione libica per il governo Meloni
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso CiriacoROMA - Energia come priorità, energia come necessità strategica. La missione che porterà domani Giorgia Meloni in Libia ha un obiettivo primario: aumentare le importazioni di petrolio e gas dal Paese nordafricano. Con uno scopo immediato: un accordo tra Eni e Noc – la National Oil Corporation, controllata dal governo di unità nazionale – del valore di 8 miliardi di dollari. E con una prospettiva su cui pesano molte incognite, ma che sulla carta è nei piani dell’esecutivo: raddoppiare il flusso dai giacimenti libici, attualmente attestato poco sopra i tre miliardi di metri cubi ogni anno.
È un viaggio cruciale, per certi versi scivoloso. Ad accompagnare Meloni dal premier del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibah saranno i ministri degli Esteri e dell’Interno, Antonio Tajani e Matteo Piantedosi. Ma soprattutto l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi. È lui il primo partne…
ROMA - Energia come priorità, energia come necessità strategica. La missione che porterà domani Giorgia Meloni in Libia ha un obiettivo primario: aumentare le importazioni di petrolio e gas dal Paese nordafricano. Con uno scopo immediato: un accordo tra Eni e Noc – la National Oil Corporation, controllata dal governo di unità nazionale – del valore di 8 miliardi di dollari. E con una prospettiva su cui pesano molte incognite, ma che sulla carta è nei piani dell’esecutivo: raddoppiare il flusso dai giacimenti libici, attualmente attestato poco sopra i tre miliardi di metri cubi ogni anno.
È un viaggio cruciale, per certi versi scivoloso. Ad accompagnare Meloni dal premier del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibah saranno i ministri degli Esteri e dell’Interno, Antonio Tajani e Matteo Piantedosi. Ma soprattutto l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi. È lui il primo partner dell’operazione, come già accaduto ad Algeri. Ed è lui che ha in mano la partita che più preme a Palazzo Chigi: costruire le condizioni per allargare il ventaglio delle opzioni per l’approvvigionamento, in modo da evitare che la sostituzione del gas russo determini una nuova dipendenza dall’Algeria. Differenziare, dunque, anche perché consapevoli che soltanto il Qatar gode di un quadro stabile capace di garantire il flusso senza scossoni. Il problema è che finora alcuni fattori geopolitici hanno allontanato il risultato, inchiodando le importazioni dalla Libia.
Raddoppiare il flusso, infatti, è un obiettivo teoricamente alla portata. Durante i tavoli preparatori della missione che si sono tenuti a Palazzo Chigi si è quindi ragionato soprattutto attorno a un nodo: perché è così difficile realizzare un incremento dell’approvvigionamento? La risposta ruota soprattutto attorno al peso della Turchia, sempre più dominante a Tripoli. Una dinamica a cui si aggiunge la “copertura” degli Stati Uniti rispetto all’attivismo di Erdogan nell’area, dettata da una ragione concreta: contenere l’espansionismo russo, a maggior ragione in una fase in cui le energie di Mosca sono assorbite dalla calamita ucraina. Per ottenere un incremento dell’importazione del gas libico, insomma, Roma dovrà trattare con il governo di unità nazionale, ma anche e soprattutto con Ankara. Anche a questo mira il viaggio di Meloni.
Se l’energia occupa cuore e mente di Palazzo Chigi, l’immigrazione resta questione comunque di rilievo. La premier ha bisogno di ottenere qualcosa di concreto, da poter spendere nella sfida del consenso con Matteo Salvini. Anche in questo campo, la partita è doppia. Meloni intende raccogliere alcune richieste libiche, con l’idea di portarle poi all’attenzione del Consiglio europeo del 9-10 febbraio. L’idea è spingere su Bruxelles – e su Charles Michel, che sarà ricevuto a Roma il 1° febbraio – per convincere i Ventisette a destinare risorse continentali a un piano per il Nord Africa. Ma è l’azione bilaterale con Tripoli il banco di prova più immediato. Il governo vuole valutare i margini concreti con le istituzioni libiche. Capire se e come sostenere, anche economicamente, la Guardia costiera e la polizia del Paese. Non si parte da zero, anzi: Roma può sfruttare la conoscenza del territorio e degli equilibri tra le fazioni che garantisce l’Aise, i cui vertici accompagneranno la premier nella missione. Non è facile, comunque, comporre gli interessi tra le anime del Paese. Spesso non è chiaro a chi rivolgersi, chi può davvero garantire stabilità e risultati.
È lo stesso, frammentato puzzle etnico e politico che rende incerte le elezioni del 2023, a causa della contrapposizione tra Dbeibah e il premier Fathi Bashagha, nominato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e vicino al generale Haftar. Roma, animata da un alto grado di ottimismo, spera di avviare un percorso che porti al tavolo le varie tribù che gestiscono il Paese. In una sorta di ambiziosa loya jirga libica.
Sarà un viaggio rapido, per questioni di sicurezza (e precederà di pochissimo quello a Kiev). Inseguendo una priorità: rafforzare il flusso di gas e petrolio attraverso patti tra i due Paesi. Ma la scelta rischia di avere conseguenze anche a Bruxelles: difficile convincere i Ventisette a investire risorse Ue sulla stabilità del Paese, in modo da frenare i flussi migratori, se si punta su una strada bilaterale e pragmatica che mette al primo posto l’importazione di energia verso l’Italia. Equilibri e tormenti che prenderanno forma sul volo dei servizi pronto domani a decollare alla volta di Tripoli.