Solitaria. E troppo prudente. Come con Fuortes, l'amministratore delegato della Rai che ha deciso di lasciare in sella a viale Mazzini. Si avverte un discreto mal di pancia intorno alle mosse in campo economico di Giorgia Meloni. Perché, è il ragionamento che si fa nella base di Fratelli d'Italia, lo spoils system è legittimo, e in quanto tale è stato rivendicato, ma quando si è passati dalle parole ai fatti, si è preferita la moderazione.
Fin qui il merito delle scelte. Sul metodo, invece, il rimprovero arriva anche dagli alleati di governo. Da giorni invocano un tavolo intorno a cui sedersi per iniziare a ragionare sulle liste delle società partecipate, in vista della scadenza di primavera. Ma da Palazzo Chigi il segnale viene fatto cadere sistematicamente nel vuoto. "È come se in economia Meloni si stia comportando come un leader della destra conservatrice e non della destra sociale", fanno notare in ambient…
Solitaria. E troppo prudente. Come con Fuortes, l'amministratore delegato della Rai che ha deciso di lasciare in sella a viale Mazzini. Si avverte un discreto mal di pancia intorno alle mosse in campo economico di Giorgia Meloni. Perché, è il ragionamento che si fa nella base di Fratelli d'Italia, lo spoils system è legittimo, e in quanto tale è stato rivendicato, ma quando si è passati dalle parole ai fatti, si è preferita la moderazione.
Fin qui il merito delle scelte. Sul metodo, invece, il rimprovero arriva anche dagli alleati di governo. Da giorni invocano un tavolo intorno a cui sedersi per iniziare a ragionare sulle liste delle società partecipate, in vista della scadenza di primavera. Ma da Palazzo Chigi il segnale viene fatto cadere sistematicamente nel vuoto. "È come se in economia Meloni si stia comportando come un leader della destra conservatrice e non della destra sociale", fanno notare in ambienti finanziari esteri che guardano con occhi interessati all'evoluzione della politica economica italiana. Il primo segnale in questa direzione è arrivato dalla legge di bilancio, che ha rispettato i saldi senza abbandonarsi a una spesa pubblica facile, in continuità con il governo Draghi, intestandosi il calo dello spread anche se questo è dovuto in buona parte all'inflazione che fa salire il Pil nominale e per questa via migliora il rapporto debito/Pil.
Ma sono le nomine il fronte caldo della contestazione. La premier ha voluto la sostituzione di Alessandro Rivera e però sul nome del nuovo direttore generale del Tesoro, l'economista Riccardo Barbieri, si è affidata a Giorgetti. Bisognava scegliere un profilo vicino agli ambienti di destra, è la critica.
Sulla nascita del quinto Dipartimento al Mef, dentro cui finirà la gestione delle partecipate e che vorrebbe affidare al fedelissimo Antonino Turicchi, il timore è che alla fine si finisca in retromarcia, con una nuova figura di mediazione. Insomma l'ala più agguerrita del suo partito, quella che compare poco sui giornali ma nelle situazioni che contano si fa sentire, le rimprovera di essere troppo morbida, al contrario di ciò che hanno fatto gli altri partiti quando sono arrivati al potere. Affidandosi troppo ai suggerimenti della tecnocrazia.
Negli ultimi giorni, per esempio, Meloni avrebbe deciso di non far saltare i cda che non sono in scadenza, come quello di Cassa depositi e prestiti, dove Dario Scannapieco è stato dato più volte per partente e dove la destra vorrebbe insediare suoi uomini. Ma anche alla Rai, come si è visto ieri, l'idea della premier è stata quella di presentare una sorta di lista della spesa all'attuale ad Fuortes sui nomi preferiti per le prossime nomine dei Tg e delle direzioni di rete, e vedere se le aspettative verranno esaudite. In caso positivo Fuortes potrebbe rimanere fino alla scadenza del 2024 e magari gli può essere trovata un'altra sistemazione dopo la scadenza.
Un altro episodio che si racconta nelle stanze romane riguarda un possibile cambio di atteggiamento della premier sulla probabile svolta al vertice di Leonardo. Dopo i viaggi in Algeria e in Libia insieme all'ad dell'Eni Claudio Descalzi, è tornato in auge il nome di Roberto Cingolani, il tecnico scelto da Mario Draghi come ministro per la Transizione ecologica. È uno dei nomi che lo stesso Draghi le aveva suggerito prima di formare il governo, non solo come consulente per l'emergenza gas. Solo che il nome di Cingolani va di traverso al ministro della Difesa Guido Crosetto che su quella poltrona vorrebbe insediare Lorenzo Mariani, il manager di Mbda Italia, azienda leader nel mercato dei missili. Il segno della continuità si potrebbe vedere anche in una partecipata minore, Cinecittà, dove a breve saranno rimpiazzati due consiglieri. Il rimescolamento non toccherà l'ad Nicola Maccanico, che era stato scelto nel 2021 dall'ex ministro del Pd Dario Franceschini e che Meloni non vuole rimuovere.
Nelle considerazioni della base c'è anche un'altra critica alla leader di FdI: poca tutela nei confronti dei fedelissimi che operano già nella macchina statale. La vicenda di Alfonso Celotto, capo di gabinetto della ministra per le Riforme Casellati, è emblematica. Si è dimesso, troppi screzi tra i due. È stato il segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Deodato, a raccogliere il suo sfogo. "Doveva intervenire lei", fa notare un parlamentare di FdI. E invece la premier non avrebbe detto una parola.