Il nuovo Pd non abbandoni le agorà
di Michele Bellini , di Michele BelliniParlare di crisi della democrazia rappresentativa non fa più notizia. È come se ci fossimo assuefatti all’idea che questa è la nuova normalità. D’altra parte, a ogni appuntamento elettorale l’asticella dell’affluenza arretra sempre di più: il 63,9% delle ultime elezioni politiche è il dato più basso nella storia repubblicana. Ma proprio perché l’affaticamento democratico si è cronicizzato, dovremmo continuare a sperimentare nuove soluzioni.
Le inquietanti similitudini tra l’assalto a Capitol Hill e quello in Piazza dei Tre Poteri a Brasilia, passando per l’arresto di aspiranti golpisti neonazisti in Germania, sono un monito della necessità di prendersi cura, ogni giorno, della democrazia, perché nessuna di esse è immune, vecchia o nuova che sia.
Mentre la diagnosi e i sintomi sono evidenti, la cura non è affatto scontata. Senza dubbio, parte della risp…
Parlare di crisi della democrazia rappresentativa non fa più notizia. È come se ci fossimo assuefatti all’idea che questa è la nuova normalità. D’altra parte, a ogni appuntamento elettorale l’asticella dell’affluenza arretra sempre di più: il 63,9% delle ultime elezioni politiche è il dato più basso nella storia repubblicana. Ma proprio perché l’affaticamento democratico si è cronicizzato, dovremmo continuare a sperimentare nuove soluzioni.
Le inquietanti similitudini tra l’assalto a Capitol Hill e quello in Piazza dei Tre Poteri a Brasilia, passando per l’arresto di aspiranti golpisti neonazisti in Germania, sono un monito della necessità di prendersi cura, ogni giorno, della democrazia, perché nessuna di esse è immune, vecchia o nuova che sia.
Mentre la diagnosi e i sintomi sono evidenti, la cura non è affatto scontata. Senza dubbio, parte della risposta risiede nella capacità del nostro sistema politico di soddisfare le attese dei cittadini: abilità sistematicamente giudicata insufficiente tanto che - come ha spiegato Nando Pagnoncelli su Avvenire dopo le ultime elezioni - da trent’anni "siamo l’unico Paese occidentale in cui le maggioranze escono sempre sconfitte dalle elezioni successive".
Accanto ai contenuti, però, c’è anche la forma. Non bisogna, infatti, confondere la disaffezione verso la politica con la voglia di partecipazione. Il rapporto annuale Ipsos 2021 indica che "più di tre quarti degli italiani (79%) sono favorevoli al superamento del sistema attuale e al rafforzamento di meccanismi come referendum e leggi di iniziativa popolare".
Indipendentemente dal dato specifico, a emergere è una domanda di nuove forme di coinvolgimento. Lo ha certificato l’Ocse, che ha monitorato il moltiplicarsi di esperienze di democrazia partecipativa e deliberativa, e ha iniziato a investirvi anche l’Unione europea con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, un percorso dove decine di migliaia di cittadini si sono riuniti in assemblee e dibattiti per dire la loro sulle priorità comuni.
È in questo solco che si sono inseriti, negli ultimi due anni, i tre tentativi realizzati dalla Segreteria Nazionale del Pd di innovare la partecipazione su larga scala: i Vademecum all’inizio, le Agorà Democratiche tra la seconda metà del 2021 e il primo semestre 2022 e, per finire, la Bussola, la consultazione pubblica che si è svolta tra dicembre 2022 e gennaio di quest’anno. I risultati emersi sono quantomeno non trascurabili: 40 mila iscritti coinvolti sui Vademecum, 959 proposte emerse dalle Agorà (di cui diverse confluite nel programma del centrosinistra), più di 18 mila questionari raccolti con la Bussola.
Le Agorà - il progetto più strutturato dei tre, bruscamente interrotto con la caduta del Governo Draghi - hanno provato a piantare il seme per una piccola rivoluzione nelle modalità di discussione e nel rapporto tra partito e società: partecipanti “fisicamente” allo stesso livello, senza tavoli di presidenza che creino distanze, tempi di parola “europei” e uguali per tutti per espandere la partecipazione il più possibile; e poi, ancora, la concretezza delle proposte, per valorizzare competenze e vissuti diversi.
Ciò che hanno dimostrato queste esperienze, però, è che innovare la partecipazione costa. Come tutte le novità, richiede tempo: un orizzonte spesso disallineato rispetto all’esigenza politica di risultati immediati. Costa fatica, perché i meccanismi partecipativi sono complessi da congegnare e perché gli scettici non mancano, prigionieri del “si è sempre fatto così” o del “ripartiamo dall’“essenziale”, come se reinventare di continuo le modalità di connessione con la società fosse qualcosa di superfluo per un partito politico.
Che cosa c’è da aspettarsi su questo fronte? Fin qui, il dibattito tra i candidati per il dopo Letta non aiuta: il tema delle innovazioni della partecipazione è praticamente assente. È stato appena sfiorato (e subito derubricato) rispetto alla possibilità del voto online; una discussione apparsa a dir poco fuori luogo nel 2023 e parecchi passi indietro rispetto a Vademecum, Agorà e Bussola.
Senza esagerarne i meriti, né volerle mettere in competizione con le attività più tradizionali di un partito, continuare a coltivare la sperimentazione di nuove forme di coinvolgimento appare una priorità che chiunque ambisca a guidare il nuovo Pd non può trascurare. Prendersi cura della democrazia passa anche da qui. E dopotutto, per i democratici e le democratiche, questo non può essere un semplice dettaglio.