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Autonomia differenziata: dalla scuola all’energia, i rischi di un’Italia a due velocità

(ansa)
Il dossier autonomia. La riforma appena varata dal governo lascia molte caselle in bianco: dai capitoli di spesa, ai diritti civili e sociali sull’intero territorio, alla sicurezza nazionale. Tante incertezze che, secondo l’iter previsto, devono essere risolte dalla concertazione tra governo e poteri locali con scarsa interlocuzione con le istituzioni nazionali. È qui che si annida il pericolo di aumentare le disuguaglianze nel Paese. Per esempio sui salari dei dipendenti pubblici tra Nord e Sud. Con 21 Regioni a “statuto speciale” il Paese rallenta
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I “Lep”. Servizi essenziali non finanziati sui territori

È la prima criticità contestata al disegno di legge sull’Autonomia. Il nodo dei Livelli essenziali delle prestazioni (i Lep), cioè i servizi connessi alla piena attuazione dei diritti civili e sociali sull’intero territorio, è irrisolto. Il testo approvato in Consiglio dei Ministri, infatti, prevede che il trasferimento delle competenze alle Regioni avverrà soltanto dopo la “determinazione” dei relativi fabbisogni e costi standard (esempio: i trasporti per disabili, la siringa in ospedale). Ma qui c’è l’inganno, per il fronte del No, tra giuristi e costituzionalisti. Primo problema: non ci sono risorse. Determinare i Lep su carta, non significa finanziarli: vera urgenza per regioni gravate da disuguaglianze. Secondo: i Lep si fissano, dice il ddl, con decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri : un atto di urgenza, assunto in sede…

I “Lep”. Servizi essenziali non finanziati sui territori

È la prima criticità contestata al disegno di legge sull’Autonomia. Il nodo dei Livelli essenziali delle prestazioni (i Lep), cioè i servizi connessi alla piena attuazione dei diritti civili e sociali sull’intero territorio, è irrisolto. Il testo approvato in Consiglio dei Ministri, infatti, prevede che il trasferimento delle competenze alle Regioni avverrà soltanto dopo la “determinazione” dei relativi fabbisogni e costi standard (esempio: i trasporti per disabili, la siringa in ospedale). Ma qui c’è l’inganno, per il fronte del No, tra giuristi e costituzionalisti. Primo problema: non ci sono risorse. Determinare i Lep su carta, non significa finanziarli: vera urgenza per regioni gravate da disuguaglianze. Secondo: i Lep si fissano, dice il ddl, con decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri : un atto di urgenza, assunto in sede politica, a differenza di quanto chiede la Costituzione (che predilige la legge dello Stato). Il Dpcm peraltro non è impugnabile dinanzi alla Consulta. Altra obiezione: i Lep dovrebbero essere decisi col coivolgimento dell’Ufficio parlamentare di bilancio o del Sose, organo del Mef.

Scuola e Sanità. Disuguaglianze su stipendi e prestazioni

Scuola e Sanità: le due materie su cui il Paese rischia gravi squilibri. L’Autonomia passata ieri in Consiglio dei Ministri non pone limiti: si possono chiedere (come la Costituzione contempla) fino a 23 materie. Cui seguirebbero, per il ddl Calderoli, anche relativi trasferimenti di personale e risorse dallo Stato. Il testo di legge crea, però, anche una rampa di lancio immediata per quelle regioni, vedi Veneto, Lombardia o Emilia, che avevano inviato già al governo «atti di iniziativa». Dai Palazzi regionali di Milano, Venezia o Bologna non dovranno riaprire l’iter, ma andare avanti. Altissimo il rischio di ritrovarsi con 21 regioni a statuto speciale. Sulla Scuola, si profila la differenzazione degli stipendi, più alti al nord: con rischio di ulteriore impoverimento di personale in uscita verso il Settentrione. Sulla Sanità: gia oggi si registrano gravi disuguaglianze sui Lea, i livelli essenziali di assistenza. «Il governo escluda la Sanità dalle richieste di Autonomia», è l’appello lanciato ieri dalla Fondazione Gimbe che ha realizzato un report sul “Regionalismo differenziato in Sanità”, in cui si sottolineano i rischi per il settore.

Le istituzioni. Troppo debole il coinvolgimento del Parlamento

La “spesa storica”, scomparsa dalla bozza, ora torna dalla finestra: il fronte contrario la ritiene l’insidia per un’applicazione iniqua. Nella relazione che accompagna il disegno di legge, si dice infatti che la cabina di regia che dovrà fissare i Lep, entro un anno, estenderà la sua ricognizione «alla spesa storica» sostenuta dallo Stato nei vari territori. Significa che le regioni che assorbivano meno fondi ne avranno di meno, mentre saranno privilegiate quelle che hanno sempre ottenuto più risorse, in ragione dei maggiori servizi garantiti per i diritti civili e sociali. C’è poi il debole coinvolgimento del Parlamento. Nel ddl, l’intesa tra il governo e la Regione che richieda l’Autonomia (una, dieci o venti materie) riceve il parere della Conferenza delle regioni: lo schema passa poi agli «organi parlamentari», esame non vincolante. Tant’è che, decorso il termine, anche in assenza, si va avanti. L’intesa finale sarà contenuta quindi in una legge ad hoc e approvata dal Parlamento che ratifica, a maggioranza assoluta. L’intero percorso è concentrato tutto sulla concertazione tra governo e potere locale.

Infrastrutture ed energia. Scelte dettate dai governatori su poli strategici

Il cambio strutturale, col ddl Autonomia, investirebbe anche settori strategici come Energia e Infrastrutture: diventati cruciali, in particolare, dopo le gravi problematiche e la mutazione dell’assetto geo-politico, per la guerra in Ucraina. Si concentrano anche su questo le critiche di osservatori tecnici, oltre che di aree politiche. «Un disegno di legge aggressivo ed iniquo», sottolinea il professore Sandro Staiano, presidente dei costituzionalisti italiani, oltre che direttore del Dipartimento di Giurisprudenza alla Federico II. Anche da altri Atenei, salgono rilievi alla norma che consegnerebbe ai governatori dai porti alle politiche per gli approvvigionamenti. «Troppa frammentazione di competenze nel momento in cui dobbiamo competere su scenari globali», sottolinea il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Mentre Piernicola Pedicini, eurodeputato
dei Verdi/Ale, da Bruxelles boccia «l’avviamento di un pericoloso processo di trasformazione del Paese in quelli che si apprestano a diventare i piccoli staterelli d’Italia».