Regionali, la posta in gioco dei partiti: Meloni alla prova di forza con gli alleati, il Pd nella morsa di Conte e Calenda
di Serenella Mattera , di Serenella MatteraNeanche il tempo di godersi la luna di miele, neppure lo spazio per leccarsi le ferite. Ancora intontiti dal voto settembrino per le politiche, non del tutto rodati ai nuovi equilibri su scala nazionale, i partiti si preparano a una nuova sentenza elettorale. Non sarà un'ordalia, un giudizio universale. Perché si vota in due sole Regioni, la Lombardia e il Lazio. Ma poiché quelle due insieme chiamano alle urne un elettore italiano su cinque, oltre 12 milioni di cittadini, il test delle regionali del 12 e 13 febbraio diventa banco di prova capace di spostare equilibri, orientare destini politici. Incidere sulla forza e la tenuta del governo.
"Qui si fa l'Italia o si muore", ha detto Giorgia Meloni aprendo la campagna elettorale di Fratelli d'Italia a Milano. Citava Garibaldi per dare la misura dell'impresa di governo, galvanizzata da un fresco successo che ha spinto il suo partito oltre il 30% dei sondaggi prima dei pasticci su benz…
Neanche il tempo di godersi la luna di miele, neppure lo spazio per leccarsi le ferite. Ancora intontiti dal voto settembrino per le politiche, non del tutto rodati ai nuovi equilibri su scala nazionale, i partiti si preparano a una nuova sentenza elettorale. Non sarà un'ordalia, un giudizio universale. Perché si vota in due sole Regioni, la Lombardia e il Lazio. Ma poiché quelle due insieme chiamano alle urne un elettore italiano su cinque, oltre 12 milioni di cittadini, il test delle regionali del 12 e 13 febbraio diventa banco di prova capace di spostare equilibri, orientare destini politici. Incidere sulla forza e la tenuta del governo.
"Qui si fa l'Italia o si muore", ha detto Giorgia Meloni aprendo la campagna elettorale di Fratelli d'Italia a Milano. Citava Garibaldi per dare la misura dell'impresa di governo, galvanizzata da un fresco successo che ha spinto il suo partito oltre il 30% dei sondaggi prima dei pasticci su benzina e giustizia delle ultime settimane. Ma proprio a lei il responso delle urne dirà molto del futuro, le imporrà una pausa di riflessione, dopo i primi disordinati cento giorni a Palazzo Chigi. È vincitrice annunciata. In trasferta, nella Milano progressista e nella Lombardia un tempo leghista. E in casa, nella sua Regione Lazio, che esce dal decennio zingarettiano. Ma i segni di quel che verrà si leggeranno nelle percentuali. Quelle del suo partito, che soprattutto nel Lazio, con la faida tra i rampelliani e i meloniani, mostra già le prime crepe interne, sotto il peso dei nuovi equilibri di potere. E quelle degli alleati Lega e Forza Italia, rimpiccioliti, ammaccati dalle ultime politiche, ma per nulla arresi al dominio della leader della Destra.
Matteo Salvini vuol provare a resistere nel suo fortino lombardo. E perciò s'è incatenato all'Autonomia differenziata firmata Calderoli, pretendendo un primo passaggio in Consiglio dei ministri, scalpo da offrire agli elettori, ma soprattutto alla vecchia base del partito, insofferente verso il fallito tentativo salviniano di imporre centralismo. Fermarsi sopra il 10% è imperativo esistenziale. Un risultato deludente allargherebbe la faglia interna di chi punta a disarcionare il segretario, uno smottamento che ha già portato alla nascita del Comitato Nord di Umberto Bossi.
Silvio Berlusconi da un mese, senza mancare un giorno, registra video e messaggi da campagna elettorale che possano scavare come una goccia nel cuneo meloniano, per provare a evitare lo scenario da incubo della sua FI intorno al 5%, dove fino all'altro ieri si trovava Fratelli d'Italia.
Domenica i tre soci del governo si ritroveranno al fianco di Francesco Rocca a Roma, la prossima settimana con Attilio Fontana a Milano. Insieme, ma ognuno a far partita a sé. Invertire anche di pochissimo la tendenza interna al centrodestra per gli alleati sarebbe un gran successo, permetterebbe di alzare di un tono la voce sui dossier di governo, pungolare la premier più di quanto ora riescano a fare. Riaffermare la primazia e magari andare oltre il 26% delle politiche darebbe a Meloni un po' più tranquillità nel guidare l'esecutivo, mentre finisce la luna di miele e ogni inciampo diventa sempre meno perdonabile.
L'obiettivo è fare 2 a 0: conquistare entrambe le Regioni con la conferma del leghista Fontana al Pirellone - nonostante i disastri della gestione Covid e la 'scissione' di Letizia Moratti - e il successo di Rocca, tecnico di destra, nell'espugnare la Pisana dopo la lunga stagione del centrosinistra (esorcizzando l'incubo-Michetti, la sconfitta di due anni fa in Campidoglio). Vincere per la coalizione è d'obbligo. Vincere bene, con margine, è essenziale per non perdere spinta, mordente e collante su base nazionale.
Sia il polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, sia il Movimento 5 Stelle, sono dati dai sondaggi ancora in crescita, dopo il buon risultato elettorale. È questo il dato che ai dem può far male, a dispetto di ogni appello al voto utile. Può far male a geometrie variabili, perché a Milano i pentastellati sostengono Majorino, a Roma i terzopolisti votano D'Amato. In una scomposizione e ricomposizione umorale che poco dice di quel che sarà in futuro. E rende le regionali d'inizio anno solo un passaggio, il fischio d'inizio di una partita interna al centrosinistra che si aprirà col congresso Pd, con l'orizzonte del successivo appuntamento elettorale di rilievo: le europee del 2024.