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Regionali, la posta in gioco dei partiti: Meloni alla prova di forza con gli alleati, il Pd nella morsa di Conte e Calenda

Analisi delle ricadute possibili del voto in Lombardia e Lazio. Al voto un italiano su cinque: è il primo test dopo le politiche. Salvini e Berlusconi cercano di tener testa alla premier e non sprofondare. A sinistra la sfida di M5S e Terzo Polo al fortino dem e il fischio d'inizio di una nuova partita verso le europee del 2024
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Neanche il tempo di godersi la luna di miele, neppure lo spazio per leccarsi le ferite. Ancora intontiti dal voto settembrino per le politiche, non del tutto rodati ai nuovi equilibri su scala nazionale, i partiti si preparano a una nuova sentenza elettorale. Non sarà un'ordalia, un giudizio universale. Perché si vota in due sole Regioni, la Lombardia e il Lazio. Ma poiché quelle due insieme chiamano alle urne un elettore italiano su cinque, oltre 12 milioni di cittadini, il test delle regionali del 12 e 13 febbraio diventa banco di prova capace di spostare equilibri, orientare destini politici. Incidere sulla forza e la tenuta del governo.

"Qui si fa l'Italia o si muore", ha detto Giorgia Meloni aprendo la campagna elettorale di Fratelli d'Italia a Milano. Citava Garibaldi per dare la misura dell'impresa di governo, galvanizzata da un fresco successo che ha spinto il suo partito oltre il 30% dei sondaggi prima dei pasticci su benz…

Neanche il tempo di godersi la luna di miele, neppure lo spazio per leccarsi le ferite. Ancora intontiti dal voto settembrino per le politiche, non del tutto rodati ai nuovi equilibri su scala nazionale, i partiti si preparano a una nuova sentenza elettorale. Non sarà un'ordalia, un giudizio universale. Perché si vota in due sole Regioni, la Lombardia e il Lazio. Ma poiché quelle due insieme chiamano alle urne un elettore italiano su cinque, oltre 12 milioni di cittadini, il test delle regionali del 12 e 13 febbraio diventa banco di prova capace di spostare equilibri, orientare destini politici. Incidere sulla forza e la tenuta del governo.

"Qui si fa l'Italia o si muore", ha detto Giorgia Meloni aprendo la campagna elettorale di Fratelli d'Italia a Milano. Citava Garibaldi per dare la misura dell'impresa di governo, galvanizzata da un fresco successo che ha spinto il suo partito oltre il 30% dei sondaggi prima dei pasticci su benzina e giustizia delle ultime settimane. Ma proprio a lei il responso delle urne dirà molto del futuro, le imporrà una pausa di riflessione, dopo i primi disordinati cento giorni a Palazzo Chigi. È vincitrice annunciata. In trasferta, nella Milano progressista e nella Lombardia un tempo leghista. E in casa, nella sua Regione Lazio, che esce dal decennio zingarettiano. Ma i segni di quel che verrà si leggeranno nelle percentuali. Quelle del suo partito, che soprattutto nel Lazio, con la faida tra i rampelliani e i meloniani, mostra già le prime crepe interne, sotto il peso dei nuovi equilibri di potere. E quelle degli alleati Lega e Forza Italia, rimpiccioliti, ammaccati dalle ultime politiche, ma per nulla arresi al dominio della leader della Destra.

(ansa)

Matteo Salvini vuol provare a resistere nel suo fortino lombardo. E perciò s'è incatenato all'Autonomia differenziata firmata Calderoli, pretendendo un primo passaggio in Consiglio dei ministri, scalpo da offrire agli elettori, ma soprattutto alla vecchia base del partito, insofferente verso il fallito tentativo salviniano di imporre centralismo. Fermarsi sopra il 10% è imperativo esistenziale. Un risultato deludente allargherebbe la faglia interna di chi punta a disarcionare il segretario, uno smottamento che ha già portato alla nascita del Comitato Nord di Umberto Bossi.

Silvio Berlusconi da un mese, senza mancare un giorno, registra video e messaggi da campagna elettorale che possano scavare come una goccia nel cuneo meloniano, per provare a evitare lo scenario da incubo della sua FI intorno al 5%, dove fino all'altro ieri si trovava Fratelli d'Italia.

Domenica i tre soci del governo si ritroveranno al fianco di Francesco Rocca a Roma, la prossima settimana con Attilio Fontana a Milano. Insieme, ma ognuno a far partita a sé. Invertire anche di pochissimo la tendenza interna al centrodestra per gli alleati sarebbe un gran successo, permetterebbe di alzare di un tono la voce sui dossier di governo, pungolare la premier più di quanto ora riescano a fare. Riaffermare la primazia e magari andare oltre il 26% delle politiche darebbe a Meloni un po' più tranquillità nel guidare l'esecutivo, mentre finisce la luna di miele e ogni inciampo diventa sempre meno perdonabile.

L'obiettivo è fare 2 a 0: conquistare entrambe le Regioni con la conferma del leghista Fontana al Pirellone - nonostante i disastri della gestione Covid e la 'scissione' di Letizia Moratti - e il successo di Rocca, tecnico di destra, nell'espugnare la Pisana dopo la lunga stagione del centrosinistra (esorcizzando l'incubo-Michetti, la sconfitta di due anni fa in Campidoglio). Vincere per la coalizione è d'obbligo. Vincere bene, con margine, è essenziale per non perdere spinta, mordente e collante su base nazionale.

Un alleato nella vittoria, anche stavolta, promettono di essere le divisioni nel centrosinistra, che fiaccano i (tanti) concorrenti dei candidati di destra. Il Pd, in pieno psicodramma da crollo nelle urne e nei sondaggi, e per giunta a due settimane dalle primarie per scegliere il nuovo segretario, è indebolito dalla battaglia interna e dai riottosi alleati. Ecco perché il saggio Gianni Cuperlo, con scarso successo, ha chiesto una tregua nel confronto congressuale per compattarsi negli ultimi giorni di corsa alle Regioni. Eppure i dem si presentano con due candidati di buone speranze: Pierfrancesco Majorino in Lombardia e Alessio D'Amato nel Lazio. Se i due riuscissero a incassare un buon risultato, il voto del 12-13 potrebbe trainare la partecipazione alle primarie. Una sconfitta pesante, al contrario, renderebbe ancora più difficile il mandato del nuovo segretario, ammaccata la sua partenza.

(agf)
Entrambi i candidati dem se la dovranno vedere con due avversari in casa agguerriti. Due avversarie. Letizia Moratti, sostenuta dal Terzo polo, coltiva la speranza di far breccia nei cuori della borghesia lombarda e portare frecce all'arco centrista. E Donatella Bianchi, volto noto televisivo, è stata scelta da Giuseppe Conte per rappresentare il M5S nel Lazio e annaffiare la speranza di un'opa sulla sinistra, una supremazia sul Pd.

(agf)

Sia il polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, sia il Movimento 5 Stelle, sono dati dai sondaggi ancora in crescita, dopo il buon risultato elettorale. È questo il dato che ai dem può far male, a dispetto di ogni appello al voto utile. Può far male a geometrie variabili, perché a Milano i pentastellati sostengono Majorino, a Roma i terzopolisti votano D'Amato. In una scomposizione e ricomposizione umorale che poco dice di quel che sarà in futuro. E rende le regionali d'inizio anno solo un passaggio, il fischio d'inizio di una partita interna al centrosinistra che si aprirà col congresso Pd, con l'orizzonte del successivo appuntamento elettorale di rilievo: le europee del 2024.