Zelensky e Sanremo, quel surreale negoziato con un Paese in guerra
di Sebastiano Messina , di Sebastiano MessinaProviamo a immaginare la scena. È mattina presto, è ancora buio e fa freddo nel bunker di Volodymyr Zelensky a Kyev. Lui è già seduto alla sua scrivania, col suo maglione verde militare. Arriva trafelato un generale con il bollettino della notte. "Presidente, tre brutte notizie. La prima arriva da Bakhmut: lì si mette male. La seconda dal Donetsk: i filorussi ci accusano di aver usato armi chimiche. La terza viene dall'Italia, c'è un problema con la Rai...". Zelensky (stupito): "Cos'è, il servizio segreto italiano?". Il generale (abbassando lo sguardo): "No, è la televisione pubblica. Il nostro ambasciatore ci ha mandato un messaggio cifrato per informarci che loro non vogliono trasmettere il suo videomessaggio al Festival di Sanremo: preferiscono un testo scritto".
Non sappiamo se sia andata davvero così, ma certo c'è qualcosa di surreale in questo negoziato …
Proviamo a immaginare la scena. È mattina presto, è ancora buio e fa freddo nel bunker di Volodymyr Zelensky a Kyev. Lui è già seduto alla sua scrivania, col suo maglione verde militare. Arriva trafelato un generale con il bollettino della notte. "Presidente, tre brutte notizie. La prima arriva da Bakhmut: lì si mette male. La seconda dal Donetsk: i filorussi ci accusano di aver usato armi chimiche. La terza viene dall'Italia, c'è un problema con la Rai...". Zelensky (stupito): "Cos'è, il servizio segreto italiano?". Il generale (abbassando lo sguardo): "No, è la televisione pubblica. Il nostro ambasciatore ci ha mandato un messaggio cifrato per informarci che loro non vogliono trasmettere il suo videomessaggio al Festival di Sanremo: preferiscono un testo scritto".
Non sappiamo se sia andata davvero così, ma certo c'è qualcosa di surreale in questo negoziato segreto tra un festival della canzone e una nazione in guerra. Ed è stupefacente che ai vertici di viale Mazzini sia potuto venire in mente di intavolare una trattativa con il presidente ucraino, per il tramite del suo ambasciatore a Roma, per concordare la durata e soprattutto la forma del suo intervento. Sarebbe dovuto essere un videomessaggio di due o tre minuti - il tempo di una canzone - come quelli che Zelensky ha inviato alla cerimonia dei Golden Globes, al Festival di Cannes e alla Mostra del cinema di Venezia. Uno di quei discorsi nei quali lui - che si è rivelato un vero mago della comunicazione, da quando i russi hanno invaso il suo Paese - adatta con grande sapienza il suo appello a ogni contesto, adottandone il lessico e trovando sempre l'esempio perfetto per far capire a tutti quello che sta accadendo in Ucraina.
Ma proprio perché i discorsi di Zelensky riescono puntualmente a far scattare un'empatia immediata, la notizia del suo videomessaggio al Festival, annunciata da Bruno Vespa che è andato fin lì per intervistarlo, ha fatto fare un salto sulla sedia a tutti quelli - da Salvini a Fratoianni passando per Conte e Berlusconi - che più o meno apertamente vorrebbero raffreddare il consenso dell'opinione pubblica all'invio di aiuti militari a quel Paese in guerra.
Sembrava che la Rai fosse decisa a infischiarsene. Ieri abbiamo invece scoperto l'esistenza di questa surreale trattativa tra Viale Mazzini e il quartier generale ucraino. Un negoziato, stando alle parole del direttore dell'Intrattenimento Stefano Coletta, che dopo una serie di "colloqui quotidiani" ha trovato la soluzione che secondo la Rai dovrebbe accontentare sia i favorevoli che i contrari al messaggio di Zelensky: "Siamo giunti alla definizione dell'intervento del presidente ucraino: non invierà un video, ma un testo". Una scelta, ha assicurato Amadeus, compiuta dallo stesso presidente: "Attraverso l'ambasciatore abbiamo saputo che aveva piacere di scrivere una lettera e che io fossi portavoce sul palco dell'Ariston".
Dunque, secondo la Rai, c'è stata una complessa trattativa, alla fine della quale l'uomo che ha mandato i suoi efficacissimi videomessaggi a mezzo mondo avrebbe improvvisamente deciso di fare un'unica eccezione per il Festival, avendo maturato la singolare convinzione che per quel pubblico è meglio un testo scritto. Letto dal conduttore del festival, che lui ha nominato per l'occasione suo portavoce.
Ora, è vero che noi siamo dei maestri nella nobile arte del compromesso, ma forse in questo caso sarebbe stato meglio evitare di trasformare una scelta limpida in un simile pasticcio, aggirando l'ostacolo all'italiana. Con supremo sprezzo del ridicolo.