Hanno tutti ragione | La differenza tra le scuse di Grignani al papà e quelle di Blanco a mammà
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniUna volta Vasco Rossi salì su un palco dove c'era Red Ronnie, forse era un Festivalbar ma non ne sono certo. Red Ronnie non credeva ancora al vaccinismo rettiliano pagato da Soros, o comunque non ne parlava in pubblico, e sembrava solo uno dei tanti reduci dei Settanta perso dentro ai fatti suoi. A un certo punto Red mise il microfono sotto il naso di Vasco per intervistarlo e gli disse qualcosa del tipo "tu che sei un artista maledetto..." e chiaramente non c'era alcun intento offensivo, anzi il contrario, probabilmente pensava di compiacere, quasi adulare Rossi, che subito lo rintuzzò così: "Maledetto sarai te!". Vasco era proprio offeso dalla definizione, sottilmente moralista, che intendeva nobilitare i suoi guai esistenziali, gli inciampi, e magari i vizi privati, con quell'etichetta liceale, i poeti maledetti, l'artista dannato, sciocchezze da antologia. Maledetto va bene per adulare Achille Lauro, che all'epoca forse …
Una volta Vasco Rossi salì su un palco dove c'era Red Ronnie, forse era un Festivalbar ma non ne sono certo. Red Ronnie non credeva ancora al vaccinismo rettiliano pagato da Soros, o comunque non ne parlava in pubblico, e sembrava solo uno dei tanti reduci dei Settanta perso dentro ai fatti suoi. A un certo punto Red mise il microfono sotto il naso di Vasco per intervistarlo e gli disse qualcosa del tipo "tu che sei un artista maledetto..." e chiaramente non c'era alcun intento offensivo, anzi il contrario, probabilmente pensava di compiacere, quasi adulare Rossi, che subito lo rintuzzò così: "Maledetto sarai te!". Vasco era proprio offeso dalla definizione, sottilmente moralista, che intendeva nobilitare i suoi guai esistenziali, gli inciampi, e magari i vizi privati, con quell'etichetta liceale, i poeti maledetti, l'artista dannato, sciocchezze da antologia. Maledetto va bene per adulare Achille Lauro, che all'epoca forse era appena nato o neanche.
Dibattito pro o contro Blanco
Nessuno vuole essere maledetto, tranne chi ci si traveste. Il maledettismo può piacere ad Angelo Duro che pensa di aver fatto un sfregio al sistema spiegando che le puttane fanno bene al matrimonio, perché forse a casa non aveva un nonno che gli abbia trasmesso il motto "peccato di pantalone, pronta assoluzione" o forse proprio perché ce l'aveva e ha imparato bene. Ma persino per travestirsi da maledetto serve un minimo di expertise, altrimenti è un attimo finire come Blanco che sfascia il palco e poi, invece, di andarsene facendo il dito medio alla platea, chiudendo lo show nell'unico modo possibile per un bad boy che conosce la storia del rock, si scusa con Amadeus e la città dei fiori come se portato davanti al preside: scusi prof non si sentiva la musica, ieri è morta nonna, ho fatto piangere mamma (questo l'ha scritto davvero). Dopodiché parte il dibattito pro o contro Blanco e c'è uno scrittore finalista premio Strega che, per difendere Blanco, se la prende con i "borghesoni debosciati" che lo hanno fischiato, scambiando la platea dell'Ariston per una prima della Scala del 1955 o forse per un convegno della Trilateral, ma questi sono gli intellettuali a disposizione e, insomma, dai guasti del maledettismo non se ne esce comunque.
La carriera di Grignani
Grignani è un altro che "maledetto" te lo restituirebbe con sdegno, come tutti quelli che il male di vivere lo hanno incontrato davvero. Della sua carriera tutti sanno che ha avuto un grande successo nei Novanta, poi il declino e una popolarità che ha cominciato a passare solo dalle ricerche sui siti e sui social delle sue sbandate: "Grignani ubriaco sul palco", "Grignani litiga con i musicisti e chiude il concerto a cappella", "Grignani fatto al concerto di Capodanno", "che fine ha fatto Grignani". L'anno scorso Grignani è tornato a Sanremo per duettare con Irama e ha subito il trattamento che i social riservano a chi non è ancora pronto per essere inquadrato nel format ho-sofferto-e-ne sono-uscito: ironie sul presunto avvinazzamento, commenti sulle sue trasformazioni fisiche (con i maschi cis-etero si può, impunemente), le battute "pare Califano", presumibilmente pronunciate da persone che amano e seguono cantanti che non hanno in repertorio un'oncia della qualità dei pezzi di Grignani, e tantomeno di Califano.
L'eredità di Vasco
Grignani è vent'anni più giovane di Vasco e non ha iniziato con le radio libere ma con le ospitate a Non è la Rai, e forse è anche per questo che ha dissipato l'occasione di diventarne l'unico possibile erede. Andatevi a rivedere su Youtube l'esibizione di Grignani al Festivalbar del 1995 e dite se non è quella che più si avvicina alla performance di Vasco a Sanremo con Vita spericolata: mani in tasca, senza microfono, il playback che va per conto suo mentre lui sale e scende dal palco e si sentono più gli strilli delle ragazzine che la musica del pezzo. Grignani ha un'espressione che, dietro i sorrisi, tradisce allucinazione (detto senza ironie), un velo di orrore. Guardare la realtà a volte fa male, anche quando si chiama successo, talvolta soprattutto.
È un problema oggi risolto grazie all'abolizione della realtà. Cos'è oggi per un artista, per tutti, guardare la realtà e subirne talvolta l'orrore? In quale trolley digitale si è dispersa la realtà? Persino il male di vivere è diventato un format intriso di vittimismo che serve solo a posizionarsi nel mondo o sul mercato: le famiglie disfunzionali, le traversie sentimentali, le dipendenze, acciacchi fisici, tutto purché rientri nello schema astratto "ho sconfitto il male", "archiviato gli abusi", e nell'abuso può rientrare qualunque cosa. Si medicalizza anche il fidanzato o la fidanzata che t'ha mollato male o t'ha umiliato: prima ci si scriveva Teorema di Ferradini, ora si chiama il centralino di Amore criminale.
Quest'anno a Sanremo molti hanno preso a guardare con simpatia Grignani perché ci hanno visto le stimmate della storia perfetta per questi tempi: il ragazzo redento. Non se ne sono accorti solo gli accreditati della sala stampa, che hanno votato le canzoni il primo giorno, prima di fiutare l'aria di riabilitazione, e lo hanno relegato nei bassifondi della classifica, anche perché il suo bel pezzo non ha nulla di midcult, quella patina di rispettabilità culturale passata su operazioni dozzinali che spesso piace alla critica sanremese.
Il ritorno del figliol prodigo
Nell'era del dolore percepito e del vittimismo la storia che funziona è il ritorno del figliol prodigo, quella irreale buona per i social, mica la realtà dove si sbaglia, ci si rialza e magari si sbaglia di nuovo, dove la storia di un padre assente è raccontata senza i ruoli di buoni e cattivi, "ognuno giudichi sé stesso", dove si è mezzo maturati e mezzo paraculi, come Grignani stesso che approfitta dei guai tecnici per giustificare Blanco, "a 50 anni sai come fare, a 20 no", e poi lancia fiori in platea. Anche se forse la vera differenza tra i due cantanti non sta nei trent'anni di scarto. Blanco ha distrutto il roseto perché è quello che fa nel video della sua canzone ed è possibile che più indietro di là faccia fatica a risalire. Anche Rosa Chemical pare convinto di aver vissuto in un mondo che non ha conosciuto Renato Zero e potrebbe avere ragione.
Nessuno vuole essere maledetto tranne chi ci si traveste. Sicuramente non Grignani, che ha diritto di tornare a godersi un bel momento, a Sanremo è uno dei pochi artisti in mezzo a tanti polli da allevamento. Deve solo sapere questo: gli amanti delle redenzioni a tavolino sono gli stessi che amano i maledetti a tavolino, e sarebbero i primi a digitare "Grignani ubriaco" su Google il malaugurato giorno che.