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"L’Europa si ricordi della fine del Titanic”. Meloni torna sovranista

Il Consiglio europeo si conclude con accordi al ribasso per l’Italia su migranti e aiuti di Stato. La stoccata indiretta della premier a Draghi: “In passato bastava una foto per sentirsi centrali”
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BRUXELLES - Scesa in corsa dal vagone di testa d’Europa, Giorgia Meloni sembra prendersela soprattutto con Mario Draghi. Quella foto nel treno per Kiev assieme a Emmanuel Macron e Olaf Scholz diventa specchio di ciò che era e non è più, di quanto la destra di governo non vuole o non riesce a essere. "Rispetto a chi pensava che la politica estera italiana era solo stare in una foto, farsi dare una pacca sulla spalla e prendersi un “bravo” senza considerare gli interessi italiani – attacca, criticando in un colpo solo anche tutti gli altri suoi predecessori - io credo che gli interessi dell’Italia siano più rilevanti". È come se volesse tracciare un solco nell’Unione: da una parte i due leader attovagliati all’Eliseo assieme a Volodymyr Zelensky, dall’altra il resto dei Ventisette. "A Parigi erano in due, non c’erano gli altri venticinque. Se io fossi stata invitata, avrei consigliato…

BRUXELLES - Scesa in corsa dal vagone di testa d’Europa, Giorgia Meloni sembra prendersela soprattutto con Mario Draghi. Quella foto nel treno per Kiev assieme a Emmanuel Macron e Olaf Scholz diventa specchio di ciò che era e non è più, di quanto la destra di governo non vuole o non riesce a essere. "Rispetto a chi pensava che la politica estera italiana era solo stare in una foto, farsi dare una pacca sulla spalla e prendersi un “bravo” senza considerare gli interessi italiani – attacca, criticando in un colpo solo anche tutti gli altri suoi predecessori - io credo che gli interessi dell’Italia siano più rilevanti". È come se volesse tracciare un solco nell’Unione: da una parte i due leader attovagliati all’Eliseo assieme a Volodymyr Zelensky, dall’altra il resto dei Ventisette. "A Parigi erano in due, non c’erano gli altri venticinque. Se io fossi stata invitata, avrei consigliato di non fare quella riunione. Io in quella foto non volevo starci, perché a noi interessava soprattutto dare un messaggio di compattezza europea".


La scelta è ragionata, la storia dirà se porterà frutti o disastri diplomatici. La leader pensa che ad emulare il predecessore possa perdere slancio il suo governo. E dunque, nel rapporto con Parigi e Berlino fa esattamente il contrario di quanto le consigliava Draghi. Roma guarda altrove. Sfoglierà l’album di famiglia, quello sovranista. Minaccerà di abbandonare il percorso di normalizzazione. Lascerà spazio a Matteo Salvini, che infatti adesso scalcia: "Un certo atteggiamento di spocchia da parte di Macron è incomprensibile". Intensificherà il rapporto con polacchi e cechi, anche loro Conservatori. Sfiderà a Bruxelles i liberali di Macron.

Eppure, Meloni non può permettersi di dire fino in fondo in pubblico quello che medita in privato: "Leggo che avrei scelto Visegrad. Quante letture provinciali, bambinesche. Con il presidente francese a volte siamo d’accordo, a volte meno, ma non siamo ragazzini delle medie". Ma un attimo dopo aver ribadito di voler mettere in cima a tutto l’interesse nazionale, critica le sbandate autarchiche degli altri, sposando in pieno l’esigenza di una solidarietà europea: "Chi pensa ad una Ue di serie A e serie B, chi pensa che l’Europa debba essere un club in cui c’è chi conta di più e di meno, sbaglia. Secondo me quando si dice che l’Ue ha una prima classe e una terza classe, vale la pena ricordarsi del Titanic. Se una nave affonda, non conta quanto hai pagato il biglietto".


Il resto è una lunga conferenza stampa – la prima vera dopo ottanta giorni, se si esclude quella obbligata di fine anno – che serve a sostenere la narrazione positiva di un Consiglio europeo che in realtà ha deciso poco e rinviato moltissimo. Su un punto, però, Meloni ha la forza di un argomento difficilmente contestabile: consentire aiuti di Stato nazionali mette a rischio la concorrenza nel mercato unico. Avvantaggia Berlino, svantaggia gli altri. Per la premier, comunque, c’è da sorridere: "Sono molto contenta dei risultati ottenuti dall’Italia".

Quali? "Abbiamo chiesto che l’allentamento degli aiuti sia circoscritto, temporaneo e limitato", e soprattutto compensato con una maggiore flessibilità su Pnrr e fondi di coesione. Ma è evidente che questa flessibilità non basterà a bilanciare il vantaggio competitivo per la Germania, tanto più che un fondo sovrano europeo è ancora lontano: "Non è una discussione facile", premette la leader, convinta però che alla fine ci si arriverà, soprattutto se le attuali misure dimostreranno di creare squilibri.

L’altro capitolo è quello dei migranti, su cui l’Italia avrebbe a suo dire ottenuto una "grande vittoria". Meloni esulta per aver "stabilito il principio che rappresenta un problema europeo e ha bisogno di una risposta europea". Giura di aver imposto al Consiglio di concentrarsi sui movimenti primari, più che su quelli secondari. Indica anche la prospettiva: "Immaginiamo una cooperazione rafforzata con i Paesi di partenza e transito". E continua a chiedere un piano di investimenti continentali nel Nord Africa, come quello da sei miliardi di euro alla Turchia per gestire le migrazioni terrestri.


Prima di tornare a Roma, la premier torna ancora sui rapporti con Zelensky. Lo avrebbe voluto a Sanremo – "preferivo fosse presente al Festival" – e non ha gradito le polemiche attorno all’eventuale video dell’ucraino, tra l’altro scatenate dal suo vicepremier Salvini. Fa sapere di avere ancora in agenda la missione a Kiev, che potrebbe tenersi entro dieci giorni: "Mi ha nuovamente invitato, stiamo vedendo come organizzare". Roma, infine, non chiude neanche all’eventuale via libera alla fornitura occidentale di caccia militari. "Dipende dagli equilibri della comunità internazionale, ma ci siamo sempre stati e ci siamo".