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Regionali 2023, il paradosso della vittoria di Meloni e i dieci piccoli indiani della sinistra

(reuters)
In cassaforte Lazio e Lombardia, la premier non ha il tempo per esultare, alle prese con due partner fan di Putin. Il responso delle urne segna il ritorno del bipolarismo, ma è un bipolarismo monco perché non c'è unità a sinistra
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Vincere, anzi stravincere. E nello stesso istante capire che i problemi, quelli veri, cominciano adesso. Paradossi della destra di governo, paradosso di Giorgia Meloni. Due Regioni in cassaforte - e che Regioni, le locomotive d’Italia, da sole più di un quarto dell’elettorato nazionale - e non avere neanche il tempo per esultare. Perché c’è da spiegare alla Casa Bianca e a mezzo Occidente che due partner su due sono dichiaratamente fan di Putin, con argomenti a un millimetro da Russia Unita. Scavallare la soglia psicologica del 50% di coalizione e dover sperare - come spera in queste ore la premier, mentre attende che gli exit poll diventino voti scrutinati - di non aver esagerato con la performance di Fratelli d’Italia, perché mortificare Lega e Forza Italia può far ballare la coalizione e innescare un timer sulla vita del governo.

E comunque, vince Meloni e dopo centodieci giorni a Palazzo Chigi incassa una vittoria p…

Vincere, anzi stravincere. E nello stesso istante capire che i problemi, quelli veri, cominciano adesso. Paradossi della destra di governo, paradosso di Giorgia Meloni. Due Regioni in cassaforte - e che Regioni, le locomotive d’Italia, da sole più di un quarto dell’elettorato nazionale - e non avere neanche il tempo per esultare. Perché c’è da spiegare alla Casa Bianca e a mezzo Occidente che due partner su due sono dichiaratamente fan di Putin, con argomenti a un millimetro da Russia Unita. Scavallare la soglia psicologica del 50% di coalizione e dover sperare - come spera in queste ore la premier, mentre attende che gli exit poll diventino voti scrutinati - di non aver esagerato con la performance di Fratelli d’Italia, perché mortificare Lega e Forza Italia può far ballare la coalizione e innescare un timer sulla vita del governo.

E comunque, vince Meloni e dopo centodieci giorni a Palazzo Chigi incassa una vittoria poco locale e molto politica. Vince, ma le percentuali dei partiti diranno se si tratta di successo condiviso o feroce cannibalismo tra soci di destra. E soprattutto, sia detto senza ridimensionare il voto popolare: non poteva che vincere, perché gli altri hanno scientificamente perseguito la sconfitta, dritti e consapevoli verso il burrone. Come cinque mesi fa, nelle Politiche che seguirono alla sfiducia del governo Draghi, è sempre la mano di Giuseppe Conte a consegnare il trionfo alla destra. Progressisti divisi alla meta, progressisti puniti dai pochi elettori che non disertano le urne (l’affluenza è l’altro schiaffo riservato a chi non sa competere). Come da manuale di scienza politica, se il secondo insegue senza speranze - e questo succede ai candidati di centrosinistra nel Lazio e in Lombardia - nessuno potrà aiutarlo. Nel Lazio, la somma delle opposizioni non fa neanche il totale di Francesco Rocca, facendo fallire miseramente la corsa solitaria della candidata grillina e il tentativo egemonico dell’area progressista portato avanti da Conte. Nonostante tutto, e pur nella sconfitta, tra le minoranze continua a guidare il Pd. Lo stesso vale per il terzo polo lombardo, che sostiene Letizia Moratti e si ferma molte miglia indietro al candidato schierato da dem e grillini.

Torna il bipolarismo, perché i terzi sono esclusi. Ma è un bipolarismo monco, se a sinistra non c'è unità. E dunque, paradosso del paradosso: Meloni non potrà cullarsi troppo nella vittoria, ma di certo troverà il modo per godersi un’opposizione che gioca, continua a giocare e ostinatamente non intende smettere di giocare ai dieci piccoli indiani.