Mulé (FI): "Più che comunista, Sanremo è stato un festival anarchico. Il ricambio è d’obbligo"
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaGiorgio Mulé, deputato di FI e vicepresidente della Camera. Anche per lei, come per Daniela Santanché, il Festival di Sanremo "è un po’ comunista"?
"Comunista no, un po’ anarchico sì".
Questa va spiegata.
"Penso a Sanremo 2023 come a un liceo occupato, con una settimana di autogestione in cui tutto è permesso. L’autogestione che, appunto, è parente stretta dell’anarchia. Ogni tanto magari ci scappa qualche iniziativa azzeccata. Ma in genere è mancato il rispetto delle idee di tutti. E in questo senso c’è stato uno sbilanciamento politico. Non puoi buttare lì, senza tesi contrarie, un proclama come quello sulla liberalizzazione delle droghe".
È l’episodio più grave, a suo parere?
"C’è stata una sorta di pornografia politica: se additi come bersaglio un uomo di governo e ne strappi la foto, svilisci Sanremo. Sono appena stato …
Giorgio Mulé, deputato di FI e vicepresidente della Camera. Anche per lei, come per Daniela Santanché, il Festival di Sanremo "è un po’ comunista"?
"Comunista no, un po’ anarchico sì".
Questa va spiegata.
"Penso a Sanremo 2023 come a un liceo occupato, con una settimana di autogestione in cui tutto è permesso. L’autogestione che, appunto, è parente stretta dell’anarchia. Ogni tanto magari ci scappa qualche iniziativa azzeccata. Ma in genere è mancato il rispetto delle idee di tutti. E in questo senso c’è stato uno sbilanciamento politico. Non puoi buttare lì, senza tesi contrarie, un proclama come quello sulla liberalizzazione delle droghe".
È l’episodio più grave, a suo parere?
"C’è stata una sorta di pornografia politica: se additi come bersaglio un uomo di governo e ne strappi la foto, svilisci Sanremo. Sono appena stato a un convegno sulle nuove dipendenze, a cominciare dal digitale. Questo Sanremo è sembrato una continua caccia al like, l’ha innalzata a valore, trasmettendo un messaggio sbagliatissimo. Se il Festival è lo specchio fedele della società, perché non parlare ad esempio del cyberbullismo?".
A chi attribuisce la responsabilità?
"Mi è rimasto la sensazione che il direttore artistico fosse non Amadeus ma Fedez. Guardi, c’è poco da invocare la libertà d’espressione degli artisti. Un atto sessuale mimato in prima serata appartiene a logiche diverse, commerciali, legate a interessi singoli degli artisti. Chi doveva controllare non l’ha fatto. Bastava prevedere clausole contrattuali con penali per esibizioni non concordate. Avrebbero messo la Rai al riparo dall’accusa di essere stata spettatore inconsapevole".
Vanno cambiati i vertici Rai?
"Una riflessione va fatta. La Rai ha una malattia che questo Festival ha aggravato. Dal punto di vista contabile è un fallimento. E aggiungiamo che nel Paese c’è una sensibilità politica predominante e diversa dal passato, come dimostrato dal voto di ieri".
Eppure da Meloni, nell’ultimo cda, era giunta l’indicazione di “salvare” l’ad Fuortes.
"A giudicare dalla batteria di attacchi da parte di esponenti di FdI, deve essersi pentita".
Il destino dell’amministratore delegato è segnato?
"Io penso che debbano essere gli stessi vertici Rai a dimettersi. Ci sono anche scadenze con cui fare i conti: l’attuale cda scade nel 2024. Lasciare l’ad al suo posto con consiglieri diversi equivarrebbe a un’anatra zoppa, ci infileremmo in un ulteriore vicolo cieco".
Immagina anche lei un “affiancamento” di Fuertes attraverso la nomina di un direttore generale?
"Potrebbe essere una soluzione per traghettare la Rai in modo ordinato verso un nuovo corso. Ma ci sarà un bagno di umiltà da parte di Fuortes? Finora abbiamo assistito a inutili martirologi".