Rai, inizia il braccio di ferro su Fuortes. Niente blitz: sarà guerra di logoramento
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleROMA - Il Festival di Sanremo, ovvero la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che ora rischia di mutare in slavina il terreno già friabile sul quale i vertici Rai sono assisi dall’avvento della destra al governo. Il nervosismo degli alleati per alcune performance in scena all’Ariston, unito alla furia del suo stesso partito, avrebbe infatti convinto Giorgia Meloni a non tergiversare oltre.
Fosse dipeso da lei, avrebbe volentieri evitato di recitare la parte dell’epuratrice, lasciando al suo posto per un altro anno abbondante l’amministratore delegato nominato a suo tempo da Mario Draghi. A patto, ovviamente, di ottenere strada facendo una serie di postazioni strategiche, in particolare la direzione del Tg1, in grado di far risaltare il cambio di maggioranza politica e, dunque, dei rapporti di forza dentro l’azienda. Ma dopo la kermesse canora che ha finito per irritare pure la premier, qualcosa con Viale Mazzini sembra essersi rotto, seg…
ROMA - Il Festival di Sanremo, ovvero la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che ora rischia di mutare in slavina il terreno già friabile sul quale i vertici Rai sono assisi dall’avvento della destra al governo. Il nervosismo degli alleati per alcune performance in scena all’Ariston, unito alla furia del suo stesso partito, avrebbe infatti convinto Giorgia Meloni a non tergiversare oltre.
Fosse dipeso da lei, avrebbe volentieri evitato di recitare la parte dell’epuratrice, lasciando al suo posto per un altro anno abbondante l’amministratore delegato nominato a suo tempo da Mario Draghi. A patto, ovviamente, di ottenere strada facendo una serie di postazioni strategiche, in particolare la direzione del Tg1, in grado di far risaltare il cambio di maggioranza politica e, dunque, dei rapporti di forza dentro l’azienda. Ma dopo la kermesse canora che ha finito per irritare pure la premier, qualcosa con Viale Mazzini sembra essersi rotto, segnalando l’urgenza di intervenire. Secondo uno schema già rodato in passato: nessuna rimozione traumatica, bensì un avvicendamento soft alla guida del Servizio pubblico.
Metterlo in pratica, però, sarà tutt’altro che facile. Non solo per via del legame che Carlo Fuortes coltiva con il Quirinale, ma anche perché lui non ha alcuna intenzione di mollare: deciso a portare a termine il suo mandato triennale. Per questo la strategia lungo la direttrice Palazzo Chigi-Mef, principale azionista della Tv di Stato, non contempla colpi di mano, ma impone cautela. L’idea è di aspettare la presentazione del piano industriale in Cda, dove peraltro Fratelli d’Italia non è rappresentato: altra anomalia da sanare in fretta. A dar retta ai boatos parlamentari, l’ad dovrebbe illustrarlo al più tardi entro le Idi di marzo, quando la commissione di Vigilanza — che sul piano deve esprimere un parere, ancorché non vincolante — si sarà finalmente costituita. Orizzonte che invece il management Rai sposta più avanti: al mese di aprile.
A quel punto, i consiglieri di Lega e Forza Italia, Igor De Biasio e Simona Agnes, anziché astenersi come avvenuto 15 giorni fa sul buddet 2023, voterebbero contro, saldandosi con il prevedibile no di Alessandro Di Majo (in quota 5Stelle) e Riccardo Laganà (eletto dai dipendenti), da sempre molto critici verso le politiche finanziarie ed editoriali di Fuortes. Il quale, se i pronostici della vigilia fossero confermati, potrebbe finire in minoranza. Costretto quindi a dimettersi, come già fece Antonio Campo Dall’Orto. Pena lo stallo del massimo organismo di gestione.
Un avviso di sfratto che, secondo gli osservatori più smaliziati, era arrivato ben prima del voto mancato sul budget annuale. Allorché a gennaio il ministero dell’Economia preferì rinviare a settembre il rinnovo del contratto di servizio, così da trattare con un altro manager scelto dall’attuale governo. Un dirigente interno Rai — sarebbe questo il disegno — che prenderebbe il posto dell’amministratore delegato nel frattempo dirottato alla testa del Maggio fiorentino grazie anche all’ok del sindaco Nardella (sebbene Fuortes avrebbe preferito la Scala, dove però il sovrintendente uscente è in odore di riconferma). Una figura di transizione, che conosce bene l’azienda, capace di guidarla fino all’estate del 2024.
Due i nomi in lizza per la successione: Marcello Ciannamea, capo della Distribuzione, che tuttavia sconta un’eccessiva vicinanza alla Lega, e Roberto Sergio, direttore di RadioRai, ex Udc in grado di garantire maggiore equilibrio all’interno del centrodestra. Anche se il gioco vero si farà sulla casella del direttore generale: ipotecata da Giampaolo Rossi, ex consigliere meloniano pronto a prendersi l’intero banco l’anno prossimo, alla scadenza del Cda. Sempre che Fuortes non decida di vendere cara la pelle. In tal caso ci sarebbe già la contromossa: una leggina per cancellare il tetto dei due mandati e consentire a Rossi di diventare, subito, il nuovo capo della Tv di Stato in quota Fratelli.