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L'internazionale democristiana si ritrova per ricordare Gerardo Bianco tra nostalgia e rimpianti. "Meloni durerà 10 anni"

(ansa)
Modi felpati e discorsi stampati, in trecento onorano l'ex segretario del Partito popolare, morto a dicembre. Presente Sergio Mattarella, alla Camera sfilano Mannino e Segni, Casini e Garavaglia. Ci sono Bertinotti, Bersani, Violante. C'è Enrico Letta e critica la legge elettorale che rende i parlamentari "meno liberi". C'è anche Giuseppe Conte e siede in seconda fila
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ROMA - I democristiani li riconosci dai cappotti blu. Dalle cartelline di plastica ricolme di ritagli e discorsi stampati sotto il braccio. Frasi sussurate. Modi felpati. Monsignori che salutano. E' una specie di Internazionale democristiana quella che si ritrova a Montecitorio per ricordare Gerardo Bianco, l'ex segretario del Partito popolare dal 1995 al 1997, morto lo scorso 1 dicembre a 91 anni. Sono venuti in trecento per onorare un uomo perbene al punto che all'ultimo si decide di tenere la commemorazione - voluta da Flavia Piccoli Nardelli,  la figlia di Flaminio Piccoli - nella più capiente aula dei gruppi.

Il colpo d'occhio in effetti è da congresso anni Settanta, manca solo la scritta Libertas e la banda che suona Biancofiore. Culto della memoria e del rimpianto. E davvero sembra un congresso. Pierluigi Castagnetti ad esempio va lungo nel suo discorso, Massimo Franco, che modera l'incontro, lo avverte che il tempo è scaduto, Cas…

ROMA - I democristiani li riconosci dai cappotti blu. Dalle cartelline di plastica ricolme di ritagli e discorsi stampati sotto il braccio. Frasi sussurate. Modi felpati. Monsignori che salutano. E' una specie di Internazionale democristiana quella che si ritrova a Montecitorio per ricordare Gerardo Bianco, l'ex segretario del Partito popolare dal 1995 al 1997, morto lo scorso 1 dicembre a 91 anni. Sono venuti in trecento per onorare un uomo perbene al punto che all'ultimo si decide di tenere la commemorazione - voluta da Flavia Piccoli Nardelli,  la figlia di Flaminio Piccoli - nella più capiente aula dei gruppi.

Il colpo d'occhio in effetti è da congresso anni Settanta, manca solo la scritta Libertas e la banda che suona Biancofiore. Culto della memoria e del rimpianto. E davvero sembra un congresso. Pierluigi Castagnetti ad esempio va lungo nel suo discorso, Massimo Franco, che modera l'incontro, lo avverte che il tempo è scaduto, Castagnetti consegna allora il discorso, "dato per letto"; tutti ne ridono, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Perché sono qui? Per celebrare un amico, certo. Ma non basta. Molti di loro, non tutti, furono accomunati dall'avversione al berlusconismo, un'avversione culturale prima che politica. E ora con Giorgia Meloni? Durerà più di Berlusconi? "No", scuote la testa Castagnetti. "Ma almeno dieci anni sì", si sbilancia l'ex ministro siciliano Calogero Mannino. "L'equilibrio del mondo sta andando nella direzione più favorevole alla premier, sarà cercata anche da chi oggi l'avversa". 

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Otto interventi, cinque fondazioni dietro l'organizzazione, un mondo complesso, tutto in un'ora. Questa però era la casa di Bianco. Nove volte parlamentare, dal 1968 al 2008. "Un uomo che sapeva il latino e il greco", come ha ricordato l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Uno che ha scritto la biografia di Francesco De Sanctis. Erano politici abituati ad ascoltare gli interventi degli altri per ore e ore. Una generazione che per fortuna non ha conosciuto Twitter.

In sala la famiglia, la moglie Concettina De Silva, i tre figli. Bianco era della scuola irpina, piena di cavalli di razza, ma non allineato ai voleri del capo supremo, Ciriaco De Mita. Tutte le etnie scudocrociate sono oggi rappresentate. Primeggiano quelli del cattolicesimo democratico, detti anche "sinistra di Dio": nel 1994 si schierarono contro il Cavaliere, e tra loro Mattarella. Ci sono i demitiani-morotei (Michelangelo Agrusti, Silvia Costa, Calogero Mannino, Luigi Meduri, Agazio Loiero). I dorotei (Pier Ferdinando Casini, Mario Tassone). I liberali (Mariotto Segni). I forzenovisti (Paolo Affronti, Pino Pisicchio). I basisti (Maria Pia Garavaglia). I dc poi forzisti (Giuseppe Gargani, Osvaldo Napoli). Gli andreottiani (Marco Ravaglioli). E in seconda fila siede il più democristiano di tutti: Giuseppe Conte.   

Si affollano i ricordi. Castagnetti rivendica di avere convinto Bianco a fare il segretario. Bianco poi lo mandò da Carlo Azeglio Ciampi per indurlo a candidarsi, nel 1996, la missione fallì. Anche l'avvocato dei popolari, Giulio Prosperetti, rivendica una paternità: "Ti ricordi Pierluigi? Bianco voleva fare un triumvirato, io allora scrissi segretario sulla carta e lo costrinsi a firmare".  

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C'è anche molta sinistra. Guido Calvi, Pierluigi Bersani, Claudio De Vincenti, Luciano Violante. Bertinotti ricorda che Bianco era un uomo del dialogo. C'è, si capisce, anche una certa nostalgia per una politica che non c'è più. Bianco in Parlamento discuteva del futuro del Paese con Gabriele De Rosa, storico del movimento cattolico. Erano di una generazione che veniva dal Sud, come ricorda Franco, e che si  ritrovò alla Cattolica.  "Fu un uomo di partito nel senso più nobile che ha questa espressione" ha spiegato nel suo intervento la vicepresidente della Camera Anna Ascani.

La Dc non c'è più. Il centrosinistra ulivista è morto. La destra trionfa. Anche in passato ci furono momenti difficili. Nel 1993 Fulvio Pratesi regalò la spilla con l'effigie di un panda a Bianco, che se la metteva quando le quotazioni dei popolari erano in calo, e la toglieva quando il rischio si allontanava. Il Parlamento è svuotato. Enrico Letta dice che la legge elettorale ha prodotto parlamentari meno liberi (Bianco nel 1979 si oppose alle indicazioni del partito e vinse la battaglia interna per fare il capogruppo), "oggi conta soprattutto la fedeltà". Al capo, a chi ti nomina. Bianco era capace di "una politica plurale", fare rete, contro gli avversari. A Conte, l'uomo per tutte le stagioni, saranno fischiate le orecchie.