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Mulé (FI), ribelle di lotta e di governo: “Non siamo le ancelle di Meloni. Partito unico? Manca l’amalgama”

Giorgio Mulè 

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Il vicepresidente della Camera è diventato il vero capo dell’opposizione interna alla premier: con lei si sentono solo via WhatsApp. “Con Berlusconi invece tutti i giorni”
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ROMA - Cita Angelo Massimino, l’indimenticato presidente del Catania: "L’amalgama non si può comprare, perciò noi il partito unico non lo faremo". Sornione e diretto, governativo e Masaniello, ecco Giorgio Mulé di Forza Italia, il vero capo dell’opposizione interna a Giorgia Meloni. E infatti in Transatlantico sempre viene rincorso dai cronisti, perché da studente del Conservatorio conosce i tempi per far partire il controcanto che tanto agita la maggioranza di destra che governa l’Italia. È successo un mucchio di volte finora.


Sin da prima della formazione del governo (Mulé era dato come sicuro ministro, ora fa il vicepresidente della Camera, "con unanime stima", ci tiene a precisare), ha cominciato a picconare il quartier generale dei meloniani. Presto si è ritagliato la parte del guastafeste di lotta e di governo. Sul decreto Rave. Sul Superbonus. Sulla Finanziaria, definita "una tis…

ROMA - Cita Angelo Massimino, l’indimenticato presidente del Catania: "L’amalgama non si può comprare, perciò noi il partito unico non lo faremo". Sornione e diretto, governativo e Masaniello, ecco Giorgio Mulé di Forza Italia, il vero capo dell’opposizione interna a Giorgia Meloni. E infatti in Transatlantico sempre viene rincorso dai cronisti, perché da studente del Conservatorio conosce i tempi per far partire il controcanto che tanto agita la maggioranza di destra che governa l’Italia. È successo un mucchio di volte finora.


Sin da prima della formazione del governo (Mulé era dato come sicuro ministro, ora fa il vicepresidente della Camera, "con unanime stima", ci tiene a precisare), ha cominciato a picconare il quartier generale dei meloniani. Presto si è ritagliato la parte del guastafeste di lotta e di governo. Sul decreto Rave. Sul Superbonus. Sulla Finanziaria, definita "una tisana". L’altro giorno quelli di Fratelli d’Italia hanno perso la pazienza e gli hanno dato dell’ubriacone. Aveva chiesto di valutare le dimissioni della sottosegretaria Augusta Montaruli. "È già tanto che non hanno detto che ho il naso adunco", commenta.


Perché lo fa? Qual è il disegno? "Come perché?" chiede con fare teatrale; Mulé potrebbe recitare in una commedia. "Non vogliamo fare le ancelle. Non siamo in maggioranza per ascoltare le messe cantate. Siamo i liberali, i garantisti, gli europeisti, e vogliamo dire la nostra con piena dignità". Con Berlusconi si sentono ogni giorno. Con Meloni solo per sporadici messaggi. Circola voce che la premier un giorno lo abbia rimproverato per l’eccesso di autonomia. Mulé teme come tanti che Meloni voglia fagocitare Forza Italia alle Europee.


Mulé non sa celare il proprio malumore. E quando Giovanni Donzelli attaccava il Pd lui, che presideva l’Aula, per tre volte ha cercato di contenerlo, invitandolo a chiudere l’intervento. "Niente, io ho provato a metterlo in guardia che stava facendo un grave errore di ortografia: non si attacca in quel modo l’opposizione". Ora Francesco Lollobrigida va dicendo in giro che farà la fine dei finiani. "Minchiate!", reagisce Mulé, e si mette a ridere. Non l’hanno nominato, per ripicca, giurì su Delmastro, "come se me ne importasse qualcosa, sono sotto scorta da ottobre, proprio dalla nascita del governo, per le minacce che ricevo, per le mie posizioni sull’Ucraina, sui vaccini, sugli anarchic".

Reputa i meloniani troppo baldanzosi, irrispettosi, hanno trattato male Berlusconi, non volevano Ronzulli ministro, Giuseppe Mangialavori sottosegretario. Insomma, a mettere in fila i fatti, più che una battaglia ideale sembra una manovra di posizionamento. Alla fine tutti sanno che Forza Italia mai romperà, né Fratelli d’Italia può permettersi di cacciarli, e tuttavia il nervosismo cresce ad ogni distinguo.


Ha 54 anni. È figlio di un oculista e di un’insegnante di lettere. Terzo di quattro figli maschi. Infanzia a Mazara del Vallo, in Sicilia, dove la mamma, di 82 anni, vive ancora. Sono le zone di Matteo Messina Denaro. "Avevo amici di Castelvetrano, chi dice che sono tutti omertosi non conosce la complessità dell’isola, e nemmeno io del resto l’avrei riconosciuto se l’avessi incontrato per strada". Da ragazzo ha studiato flauto traverso, al conservatorio di Trapani, "lo suono ancora, abbiamo inciso un disco per beneficenza con un gruppo di deputati".


Nella sua prima vita era giornalista. Ha cominciato a diciotto anni come cronista di nera e giudiziaria al Giornale di Sicilia a Palermo, poi, a ventitré, Indro Montanelli lo chiamò alla sede romana del Giornale. Con Antonio Tajani dividevano la stessa redazione, come adesso si dividono il partito. In seguito ha fatto per nove anni il direttore di Panorama, "il direttore più longevo dopo Lamberto Sechi". Che voto dà al governo? "Sufficienza piena". Prepariamoci però ad altre scorribande. "Se non facciamo così finiamo come Sel", riassume candidamente il suo pensiero.