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Speranze e paure davanti ai gazebo: “Siamo qui in fila per cambiare tutto”

Da Palermo a Milano, il popolo dem sceglie la nuova leadership: “Serve coraggio per battere la destra”
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«Nonostante tutto». Le due parole che ti dice chiunque — extra apparati — affronti la domenica grigia per arrivare ai gazebo Pd. E poi c’è quella spinta: cambiare. Tutto. Varia solo la proporzione tra amarezza e speranza, in giro per il Paese. È tornato però il popolo delle primarie, oltre il disincanto e le incazzature: chi lavora in un bar a nero e chi fa concerti, chi ha il curriculum del manager o lo sguardo lungo dell’operaio pensionato, chi punta sul master a Bruxelles e chi sogna il contrattino a 60 chilometri da casa, chi ha venti, cinquanta o ottant’anni, e dalla Bolognina a Scampia, o da Palermo a Milano, non ha (ancora) smesso di crederci.

Anzi, Costanza Sciusco, 27 anni, che studia Lingue alla Statale di Milano, ha cominciato ieri e l’ha fatto nel circolo intitolato a Pio La Torre, quartiere San Siro. «La primo volta alle primarie, mi hanno convinta un po’ di amici che invece sono milit…

«Nonostante tutto». Le due parole che ti dice chiunque — extra apparati — affronti la domenica grigia per arrivare ai gazebo Pd. E poi c’è quella spinta: cambiare. Tutto. Varia solo la proporzione tra amarezza e speranza, in giro per il Paese. È tornato però il popolo delle primarie, oltre il disincanto e le incazzature: chi lavora in un bar a nero e chi fa concerti, chi ha il curriculum del manager o lo sguardo lungo dell’operaio pensionato, chi punta sul master a Bruxelles e chi sogna il contrattino a 60 chilometri da casa, chi ha venti, cinquanta o ottant’anni, e dalla Bolognina a Scampia, o da Palermo a Milano, non ha (ancora) smesso di crederci.

Anzi, Costanza Sciusco, 27 anni, che studia Lingue alla Statale di Milano, ha cominciato ieri e l’ha fatto nel circolo intitolato a Pio La Torre, quartiere San Siro. «La primo volta alle primarie, mi hanno convinta un po’ di amici che invece sono militanti. E sono d’accordo: bisogna assolutamente cambiare, già ci speravo durante le Regionali con Pierfrancesco Majorino, purtroppo non è andata. Ora sono qui per Schlein: le battaglie sul lavoro e sull’istruzione vanno portate fino in fondo». Anche Serena Rugge, che invece per il Pd vota da una vita, nella libreria Popolare, area corso Buenos Aires pensa a ricostruire un’opposizione: «Di Schlein ci sono anche cose che non condivido, ma con la destra al governo dobbiamo compattarci, ritrovare i valori e la fiducia di batterci. Voto lei, ora serve coraggio».

Molte di corsa, e portano un’amica, una zia: severe, ma sanno andare di slancio, le donne di queste primarie. «Mi sono detta: fallo dai, anche se ci riempiono di chiacchiere sotto elezioni e poi spariscono», alza le mani Emanuela dell’Andro, 40 anni, dai palazzoni di Scampia, periferia nord, Napoli. «Abbiamo un’associazione che per 10 euro al mese dà alle donne attività sportiva, assistenza, monitoraggio contro le violenze. Siamo sole, ma mi sono costretta a crederci di nuovo, e voto Schlein».

In centro, invece, pochi passi dalla meraviglia angioina di San Giovanni a Carbonara, il professore d’orchestra Marco Vitali, violoncello al teatro San Carlo, ha l’aria di uno stupito dal suo stesso gesto: «Sono un paio di lustri che non voto per il Pd, ero più a sinistra. Stavolta mi sono detto: c’è bisogno, il Paese è in mano a questi signori, ho un figlio, la Schlein mi ispira. Lavoro, disuguaglianze e diritti: mi è tornata un po’ di fiducia. Vediamo». Mentre al seggio di un rione ultrapopolare, zona est, Maria Parisi, 24 anni, laurea in Scienze infermieristiche, spera nel governatore emiliano: «Il Pd si deve rafforzare, lo deve fare anche per il Sud. Non voglio essere costretta ad emigrare per avere una vita dignitosa». Mentre Vincenzo Russo, passo lento per gli acciacchi, 75 anni ieri, ferroviere in pensione: «Oggi è il mio compleanno e i figli volevano che non mi sforzassi. Ma i nostri devono avere una scossa, quindi voto Schlein. E se non vince lei, ho fatto bene a rafforzarla».

Anche a Testaccio, Roma, Margherita Bonsignore, 26 anni, varca per la prima volta un gazebo. «Voglio un cambiamento generazionale, spingo per Schlein: si parla sempre di svolte, vediamo se ci riusciamo». In fila si discute di campo largo franato e di delusioni 5S, perciò Enrico Molino, da un altro seggio della capitale, sintetizza: «Andrò su Bonaccini: ci vuole un segretario che guardi la complessità delle cose e non pensi solo agli emarginati o a lotte radicali».

La vecchia guardia ruggisce, è un esempio di partecipazione. Anche da Bologna, dove Martina Tagliaferri a 83 anni spera nella vittoria di Bonaccini: «È un uomo deciso e sicuro, adesso dobbiamo svegliarci, fare opposizione: la destra è dappertutto, troppo in tivvù, non se ne può più. Vorrei che l’Italia somigliasse di più all’EmiliaRomagna». La fedeltà al Pd, ma anche la vera rifondazione.
Quella che chiede da Palermo Silvia Coscienza, ex dirigente regionale: «Da qui le nuove generazioni fuggono: e che altro possono fare? Hanno paura di mettere al mondo dei figli, con questo voto si apra una nuova stagione». Mentre, poco dopo, Pietro Di Pietro che lavora nella cooperazione internazionale guarda al Pd che rischia di dissolversi: «Un partito che non esiste più, nella migliore delle ipotesi è al 20 per cento, parla solo al ceto borghese delle città: se uno vota ai gazebo è per rinnovarne spirito e azione». Anche da Firenze, Maria Pupilli a 74 anni non ha dismesso la voglia di lottare: «Mi arrabbio quando sento che siamo morti: siamo l’unica comunità che fa politica con metodi democratici in Italia. Io ho dovuto subire 3 scissioni, la prima di Bersani dolorosa, la coltellata di Renzi, la botta di Calenda. Non si va via. dobbiamo convincere i giovani che oggi stanno sui social».

Poi ci sono, anche a Bari, quelli come Chiara D’Apollonio, 23 anni, in coda: «Mi piacerebbe che Schlein prendesse in mano il partito, riformando questa comunità. I miei mi hanno dato valori di sinistra, ora è il momento di guardare con decisione alle necessità di giovani e donne». Ragazzi che si mettono in gioco, come a Torino, circolo di via Mazzini, il 23enne Luca Di Carlo: «Così non si va da nessuna parte, c’è bisogno di sinistra, e di cambiare la sinistra in Italia». E con lui c’è la coetanea Sara Sarno, infermiera. Che a scanso di equivoci ribadisce: «Serve proprio che il Pd sia ringiovanito». Intanto, tra gli arzilli c’è Angelo Abenante, 96 anni di Napoli (al figlio che porge i documenti al posto suo: «Faccio da solo. Spero in un Pd sempre in salute»). Ma la palma spetta ad Anita Artese, 101 anni, Veneto. Sorridente tira fuori la carta d’identità: classe 1922. E sembra una staffetta ideale, un happy end insospettabile: da lei a Elly, la prima giovane donna che guiderà il Pd.