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Dal Pci di Occhetto a Elly: il laboratorio Bologna dove nasce il vento nuovo

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Nell'89 alla Bolognina l'allora segretario cambiò il nome al partito comunista ed evocò il coraggio di cambiare. Schlein ha rotto l'ultimo soffitto di cristallo. Ignazi: "La città vive di continui dissensi e innovazioni", come le rivoluzioni di Guazzaloca, di Grillo fino alle sardine
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BOLOGNA - In principio fu la Bolognina. Quartiere rosso e operaio (ai tempi), scelto da Occhetto per annunciare che il Pci andava cambiato, a cominciare dal nome. “Occorre lo stesso coraggio che ha avuto Gorbaciov”. Era il 12 novembre dell’89, una domenica. Lì per lì non se ne accorsero in molti, la notizia uscì il lunedì, solo sull’Unità, seminascosta in un occhiello. Nonostante tutta la cautela fu, ovviamente, deflagrante.
Discreto rumore fece anche Berlusconi, quando, a Casalecchio, primissimo hinterland bolognese, all’inaugurazione di un centro commerciale, per la prima volta si sbilanciò: «Fossi un cittadino romano, voterei Fini sindaco». Apriti cielo. Di fatto, la sua discesa in politica. Era il 23 novembre 1993. Il Cavaliere smentì duramente congetture e illazioni che tutti si affrettarono a fare. Quattro mesi dopo vinse le elezioni alleandosi con Fini e Bossi. E cambiò un ventenni…

BOLOGNA - In principio fu la Bolognina. Quartiere rosso e operaio (ai tempi), scelto da Occhetto per annunciare che il Pci andava cambiato, a cominciare dal nome. “Occorre lo stesso coraggio che ha avuto Gorbaciov”. Era il 12 novembre dell’89, una domenica. Lì per lì non se ne accorsero in molti, la notizia uscì il lunedì, solo sull’Unità, seminascosta in un occhiello. Nonostante tutta la cautela fu, ovviamente, deflagrante.
Discreto rumore fece anche Berlusconi, quando, a Casalecchio, primissimo hinterland bolognese, all’inaugurazione di un centro commerciale, per la prima volta si sbilanciò: «Fossi un cittadino romano, voterei Fini sindaco». Apriti cielo. Di fatto, la sua discesa in politica. Era il 23 novembre 1993. Il Cavaliere smentì duramente congetture e illazioni che tutti si affrettarono a fare. Quattro mesi dopo vinse le elezioni alleandosi con Fini e Bossi. E cambiò un ventennio di politica italiana.

Schlein che rompe il suo tetto di cristallo per scalare il Pd e diventarne la prima donna segretaria, è in fondo solo l’ultimo capitolo della saga “Succede tutto a Bologna”, con cui da queste parti ci si gongola. Ma se per Occhetto il luogo era solo simbolico e per Berlusconi forse del tutto casuale, è proprio qui che la stella Elly è stata allevata. «La città è una comunità che accoglie e sprona a non essere mai indifferenti alla cosa pubblica e ai destini degli altri», ha detto lei, che oltre ad averci studiato (inizi al Dams, poi Giurisprudenza), ha deciso di continuare a viverci, in un palazzone grigio a ridosso della stazione che andrebbe fatto vedere a chi la descrive come una miliardaria.


«Da un lato all’altro, la città esprime continuamente dissensi e innovazioni», scrive di Bologna il politologo Piero Ignazi. Se però ci si deve rifare all’idea della città-laboratorio, molto in voga negli anni ‘70, nulla più dell’Ulivo concepito da Romano Prodi può raccontarla. Con Berlusconi al potere e la sinistra a farfalle, il Professore partì in pullman per fare il giro d’Italia, attorniato da studiosi che come lui avevano frequentato le stanze del Mulino e giovani virgulti che li avevano seguiti. Gente formatisi anche a Nomisma, il centro studi creato dallo stesso Prodi, e piuttosto ferrata. Il Polo delle libertà reagì scompostamente, per delegittimare il Professore lo ribattezzarono “Mortadella”. Lui intanto continuò a girare in pullman. E vinse le elezioni nel 1996.


Tutto quello che è successo, non è successo solo a sinistra. Nel 1999, dieci anni esatti dopo quello di Berlino, ci fu la caduta del muro bolognese. Con la più prorompente esperienza civica che si ricordi, l’elezione a sindaco di Giorgio Guazzaloca. Lo appoggiava la destra, ma lui la teneva a distanza. Al suo fianco, anche qualche ex Pci, come Carlo Monaco. E quando il Cavaliere mandò i suoi manifesti elettorali preconfezionati per sostenere Guazzaloca, a Bologna non li vide nessuno. Finirono in cantina. Guazzaloca, che da buon macellaio conosceva i suoi polli, li giudicò controproducenti. E infatti, seppur di un soffio, clamorosamente vinse. «E ne parlarono anche in Nuova Zelanda», come ricordava spesso lui.


Si parlò meno dello show di Grillo in piazza Maggiore, trascinato a bordo di un canotto da un bosco di braccia tese. Era l’8 settembre 2007 , il primo Vaffa Day. L’epifania del Movimento. Quell’immagine potentissima, poi riutilizzata un’infinità di volte, segnò l’inizio di un’altra era. Cinque anni dopo il Movimento prese il 25%. Poi, nel 2018, salì al 34%. E si accomodò al governo.


In quella stessa piazza, nel novembre del 2019, si manifestarono per la prima volta le Sardine. E fu un’apparizione. Da moltissimo tempo la sinistra non riusciva a trascinare in piazza così tanta gente. L’occasione fu la convention con cui Salvini aveva scelto di iniziare la campagna elettorale per imporre in Emilia-Romagna la candidata alla presidenza della Regione, Lucia Borgonzoni. La Lega aveva affittato il PalaDozza, e già quello sembrava un affronto, essendo intitolato al sindaco Dozza, eroe politico del Pci. Quattro ragazzi (tra cui Mattia Santori, oggi in giunta col sindaco Lepore e tra i primi sostenitori di Schlein) lanciarono l’idea di ritrovarsi in piazza per essere uno in più dei leghisti. Arrivò una valanga di gente. Bonaccini incassò e ringraziò, la Lega si innervosì, Salvini si mise a suonare campanelli per cercare spacciatori. Bonaccini vinse le elezioni e le

Sardine divennero un fenomeno nazionale. Volendo, del 2019, si potrebbe anche ricordare il Ferragosto al Papeete, quando lo stesso Salvini invocò “i pieni poteri” facendo tintinnare il ghiaccio in un bicchiere di mojito. Si aprì lì la crisi del governo gialloverde. Non successe a Bologna, ma a Milano Marittima. Nonostante il nome, pur sempre il mare più vicino alle Due Torri.