Ucraina, migranti e nazione: quel solco che separa Meloni e il Vaticano
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziROMA - Da Fratelli d’Italia a “fratelli tutti” il passo è lungo. Salone di Villa Malta, sede della Civiltà Cattolica, Giorgia Meloni incontra per la prima volta pubblicamente il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. L’occasione sono i dieci anni di Papa Francesco e la presentazione del libro L’atlante di Francesco (Feltrinelli) scritto dal direttore dello storico quindicinale dei gesuiti, padre Antonio Spadaro. Sorrisi, strette di mano, ringraziamenti reciproci, nel nome del Papa venuto "quasi dalla fine del mondo", ma le rotte e le geografie non collimano. Nei confronti di questo Pontefice, la premier, prima di arrivare a Palazzo Chigi, diceva di sentirsi come "una pecorella smarrita", ora ha intessuto con lui un rapporto personale cordiale, ricambiato.
Ma sono passati pochi giorni dalla strage di Cutro, la ferita è aperta. E dire che nei giorni della tragedia dal Palazzo apostolico e dalla Conf…
ROMA - Da Fratelli d’Italia a “fratelli tutti” il passo è lungo. Salone di Villa Malta, sede della Civiltà Cattolica, Giorgia Meloni incontra per la prima volta pubblicamente il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. L’occasione sono i dieci anni di Papa Francesco e la presentazione del libro L’atlante di Francesco (Feltrinelli) scritto dal direttore dello storico quindicinale dei gesuiti, padre Antonio Spadaro. Sorrisi, strette di mano, ringraziamenti reciproci, nel nome del Papa venuto "quasi dalla fine del mondo", ma le rotte e le geografie non collimano. Nei confronti di questo Pontefice, la premier, prima di arrivare a Palazzo Chigi, diceva di sentirsi come "una pecorella smarrita", ora ha intessuto con lui un rapporto personale cordiale, ricambiato.
Ma sono passati pochi giorni dalla strage di Cutro, la ferita è aperta. E dire che nei giorni della tragedia dal Palazzo apostolico e dalla Conferenza episcopale italiana non sono arrivate bordate, neppure nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e delle sue parole, pur poco gradite oltretevere, sui genitori che non dovrebbero mettere in pericolo i figli. Non perché mancasse l’orrore per quei naufraghi che si potevano salvare, ma segno del desiderio di collaborare a trovare soluzioni. Sui migranti però la Chiesa ha le idee chiare. Parolin, citando Francesco, ricorda che servono "progetti a medio e lungo termine oltre l’emergenza".
Meloni prende una parola cara a Francesco, la misericordia, e la ribalta: "Molti africani mi hanno detto: noi non vogliamo venire in Europa, vogliamo riuscire a vivere nelle nostre case. Credo che questo sia l’approccio più umano, l’approccio – scandisce – più misericordioso". Cooperazione "non predatoria", la definisce. Non parla dei morti, non cita le politiche di accoglienza care a Francesco. Il quale se ha pensato di recarsi a Cutro, nei giorni scorsi, come fece a Lampedusa a inizio pontificato, non deve essere stato invogliato dal rischio di strumentalizzazione politica, con tanto di una targa, svelata da Meloni, in cui si citavano le sue parole.
Di migranti la premier e il cardinale Segretario di Stato parlano anche in un faccia-a-faccia. "Le politiche", commenta poi il porporato veneto, "molte volte sono politiche di contenimento e restringimento, politiche di ripulsa: forse bisognerebbe passare a una politica più aperta di accoglienza". Con cortesia, ma marca la distanza. La stessa che si registra su altri temi. Se Meloni sceglie la rivista dei gesuiti per denunciare la persecuzione dei cristiani nel mondo, tema serissimo per la Santa Sede, da sottrarre ad ogni scontro di civiltà, sull’Ucraina lo iato è palese.
Padre Spadaro dice che "non si può confondere la vittoria con la pace", Meloni ribatte: "Neanche si può confondere la pace con l’invasione". Bisogna dialogare "anche nelle situazioni più difficili», dice Parolin, la pace «sembra essere la grande assente" nel clamore delle armi. La premier riconosce però che una mediazione della Santa Sede, che non ha interessi diretti nella partita, può essere preziosa, e il governo la sosterrà. Giorgia Meloni, ancora, fa una tirata sull’assenza di riferimento alle radici cristiane nella costituzione dell’Unione europea, una battaglia che Francesco, anni fa, aveva bollato come "trionfalistica".
È il lessico stesso a rendere esplicita una diversa mappatura geopolitica tra Palazzo Chigi e il Palazzo apostolico: la premier utilizza ripetutamente il termine "nazione", il cardinale Parolin spiega l’importanza, per la Santa Sede, del multilateralismo, come contrappunto "a quelli che papa Francesco chiama i nazionalismi chiusi".
Alla fine del discorso, Meloni scantona apertamente: Papa Francesco, dice, "è il più grande ambasciatore della lingua italiana nel mondo e siamo fieri che abbia deciso di declinare la parola di Dio nella nostra splendida lingua". Sorrisi, cordialità, strette di mano. Ma l’italiano, per Bergoglio, è la lingua del vescovo di Roma, pastore universale. Lingua dei suoi nonni, emigrati dall’altra parte del mondo.