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Il flop annunciato del Consiglio europeo. Su migranti e economia ignorata la linea italiana

La bozza del documento finale. Non solo gli sbarchi: dal patto di Stabilità alla competitività delle aziende fino allo stop delle auto a benzina da Bruxelles per Roma arrivano solo briciole
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BRUXELLLES - "La presidenza del Consiglio e la Commissione hanno informato il Consiglio europeo dei progressi compiuti nell’attuazione delle sue conclusioni del 9 febbraio 2023 sulla migrazione. Il Consiglio europeo chiede rapidi progressi su tutti i punti concordati. Tornerà sulla questione su base regolare". Ecco. Il Consiglio europeo che inizia oggi chiude l’intera discussione sull’emergenza migranti in queste tre frasette. Almeno è quel che si legge nella bozza di dichiarazione finale su cui gli ambasciatori hanno già sostanzialmente dato il benestare.

Ma il problema più grave è che il nodo dei rapporti tra il nostro Paese e l’Ue va sempre più stringendosi e non riguarda solo l’annosa contrapposizione sulle politiche migratorie, bensì molti dei dossier più delicati. Sui quali l’Italia – almeno secondo gli atti ufficiali – sta ottenendo poco o nulla: dalla compet…

BRUXELLLES - "La presidenza del Consiglio e la Commissione hanno informato il Consiglio europeo dei progressi compiuti nell’attuazione delle sue conclusioni del 9 febbraio 2023 sulla migrazione. Il Consiglio europeo chiede rapidi progressi su tutti i punti concordati. Tornerà sulla questione su base regolare". Ecco. Il Consiglio europeo che inizia oggi chiude l’intera discussione sull’emergenza migranti in queste tre frasette. Almeno è quel che si legge nella bozza di dichiarazione finale su cui gli ambasciatori hanno già sostanzialmente dato il benestare.

Ma il problema più grave è che il nodo dei rapporti tra il nostro Paese e l’Ue va sempre più stringendosi e non riguarda solo l’annosa contrapposizione sulle politiche migratorie, bensì molti dei dossier più delicati. Sui quali l’Italia – almeno secondo gli atti ufficiali – sta ottenendo poco o nulla: dalla competitività delle nostre aziende al Patto di Stabilità, fino allo stop delle auto a benzina e diesel. Un frontale pieno contro un muro durissimo. Una situazione che appare del tutto incoerente rispetto alle dichiarazioni rilasciate ad esempio martedì scorso al Senato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: "L’Italia ha tutte le carte in regola per recitare in Europa un ruolo da protagonista e non da comprimario".


Appunto i dati offerti dal Documento finale fanno ben capire che il governo di centrodestra, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, sta conquistando ben poco. Il primo esempio resta di certo il caso migranti. Non solo tutto si riduce a quelle poche righe che non tracciano una rotta, ma si rinvia il tema al vertice del prossimo giugno. Un data pericolosa: di fatto mancheranno sei mesi alla chiusura sostanziale della legislatura europea. O ci saranno in quell’occasione provvedimenti concreti, o non se ne farà niente fino alla fine del 2024. Prevedibilmente nessuno degli altri 26 partner si assumerà, però, la responsabilità di un atto operativo alla vigilia della elezioni. La scusa utilizzata su questo punto è già pronta: non c’è bisogno di approfondire perché è tutto contenuto in un rapporto preparato da Ursula von der Leyen.

Senza considerare che si tratta di uno studio e non di opzione legislativa, i suoi contenuti sono davvero molto vaghi: si sintetizza nella necessità di un "approccio europeo" ma senza scendere nei dettagli. Indica gli ultimi risicati stanziamenti (200 milioni di euro con una aggiunta di altri cento), accenna ai ricollocamenti volontari e poi rinvia all’approvazione del nuovo Patto sull’Asilo fermo da due anni. Senza contare che gli alleati insisteranno sul controllo dei cosiddetti movimenti secondari: gli extracomunitari che arrivano in un Paese e poi si trasferiscono in un altro.


Stesso discorso sulla competitività del sistema industriale alle prese con la concorrenza americana che può contare su 300 miliardi di sussidi statali. Anche su questo tutto è rimasto all’allentamento della normativa sugli aiuti di Stato che però favorisce Germania e Francia. Noi non abbiamo risorse da mettere in campo. L’Italia ha ottenuto solo una promessa di elasticità nell’uso dei fondi europei, compreso il NextGenerationEu. Ma persino dinanzi alle recenti crisi bancarie, niente altro. Tanto che nel documento finale non c’è alcun riferimento, nemmeno teorico, alla possibilità di introdurre un nuovo fondo, di qualsiasi tipo. Nemmeno sul modello “Sure” che non prevede nuovo debito comune. E tanto meno si accenna all’idea, avanzata nei mesi scorsi, di istituire un fondo sovrano europeo. Niente.


I leader oggi si confronteranno anche sulla riforma del Patto di Stabilità. Alla fine inviteranno la Commissione a riformulare la sua proposta che era stata avallata anche da Palazzo Chigi. I cosiddetti partner “frugali” del nord Europa con la Germania hanno già dato l’altolà. Vogliono più certezze sulle procedure di rientro dal debito eccessivo. Ossia: vogliono più certezze che l’Italia rispetti le regole. Non a caso il governo di Roma ha già fatto sapere di non apprezzare le modifiche e insiste almeno sulla possibilità di scomputare alcuni investimenti (come la Difesa) dal calcolo del deficit. Strada in salita.


Esito a rischio anche su un’altra battaglia che l’esecutivo meloniano ha voluto intraprendere nelle ultime settimane: il no allo stop per le auto a benzina e diesel a partire dal 2035. Oggi se ne parlerà. Ma la Commissione sta chiudendo un accordo con la Germania che lascerà il cerino in mano all’Italia: saranno esclusi dal bando i motori che utilizzano i carburanti sintetici come chiesto da Berlino ma non i biocarburanti come reclamato da Roma.


Per ora Palazzo Chigi ha ottenuto soltanto di evitare la discussione sul Mes, il Meccanismo che attende la ratifica solo del nostro Parlamento. Ma di certo è una magra consolazione.