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La solitudine di Meloni: i leghisti disertano l’Aula. Lei: “Io non sono Mosè”

La premier infiamma il dibattito sul pre-Consiglio Ue alla Camera e torna a difendersi su Cutro. L’affondo di Conte sull’Ucraina: “Ha la faccia di bronzo, sta portando l’Italia alla guerra”
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ROMA - Sono i vuoti a misurare la solitudine di Giorgia Meloni. Gli scranni lasciati deserti dai ministri della Lega allorché la premier prende la parola alla Camera per illustrare la postura che il governo italiano terrà al Consiglio europeo in programma tra oggi e domani a Bruxelles.

Assenze che parlano, restituendo la foto di un governo in forte tensione e di una leader coi nervi a fior di pelle, pronta a ingaggiare un corpo a corpo con chiunque osi criticarla. "Non sono Mosé", replica stizzita al verde Angelo Bonelli che le rinfaccia di non far nulla contro l’emergenza siccità. Sono solo "falsità e calunnie" le accuse di aver voluto far morire i migranti davanti alle coste calabresi. E se il superbonus andava abolito perché "ha aiutato le banche a lucrarci sopra", il Mes "non è un totem, può essere modificato".


Ne ha per tutti, la presidente di Fratelli d’Italia isola…

ROMA - Sono i vuoti a misurare la solitudine di Giorgia Meloni. Gli scranni lasciati deserti dai ministri della Lega allorché la premier prende la parola alla Camera per illustrare la postura che il governo italiano terrà al Consiglio europeo in programma tra oggi e domani a Bruxelles.

Assenze che parlano, restituendo la foto di un governo in forte tensione e di una leader coi nervi a fior di pelle, pronta a ingaggiare un corpo a corpo con chiunque osi criticarla. "Non sono Mosé", replica stizzita al verde Angelo Bonelli che le rinfaccia di non far nulla contro l’emergenza siccità. Sono solo "falsità e calunnie" le accuse di aver voluto far morire i migranti davanti alle coste calabresi. E se il superbonus andava abolito perché "ha aiutato le banche a lucrarci sopra", il Mes "non è un totem, può essere modificato".


Ne ha per tutti, la presidente di Fratelli d’Italia isolata dai suoi stessi alleati. In particolare per il M5S di Giuseppe Conte che, sulla questione ucraina, le imputa di "portare l’Italia in guerra". Posizione simile a quella espressa il giorno prima in Senato dal partito di Via Bellerio, fa subito notare Carlo Calenda. Tant’è che "oggi la Lega è assente dai banchi del governo, questo esecutivo è già in crisi", è il sillogismo proposto dal capo di Azione. E a ragione: in avvio di lavori, non uno dei cinque ministri salviniani è presente. Persino il vicepremier ha preferito restare al Mit per un vertice sulla sicurezza stradale.

Uno sgarbo, data l’importanza della seduta. E certo non aiutano le timide rassicurazioni di Riccardo Molinari: "Non c’è nessun problema politico, i ministri avranno altri impegni", minimizza il capogruppo del Carroccio, spiegando di aver sentito Giancarlo Giorgetti "indaffaratissimo sulle crisi bancarie". I meloniani, agitati, si attaccano al telefono. Finché, con oltre un’ora di ritardo, non fa capolino il ministro Valditara, che però abbandona l’emiciclo non appena compare il collega Calderoli. Staffetta che è, anche questa, un segnale. Coerente col risultato finale: al termine della sessione, la risoluzione di maggioranza non registrerà defezioni, votata in alcune parti pure dal Terzo polo. Ma se la Lega si fosse sfilata, "il problema politico" si sarebbe posto, eccome.


Nel frattempo, bersagliata dalle opposizioni, Meloni ribatte colpo su colpo. "Ho sentito una gran quantità di cose false", esordisce a proposito del naufragio di Cutro: "Pur senza prove si continua a dire che il governo non avrebbe voluto salvare queste persone". Addebiti infamanti, a suo parere smentiti dai numeri: 36.500 migranti soccorsi in mare dall’inizio del mandato. "Noi siamo stati lasciati da soli a fare questo lavoro", denuncia la premier. "E raccontare che lasceremmo morire bambini nel Mediterraneo è una calunnia non del governo, ma nei confronti dello Stato italiano", urla. Per poi agitare lo spettro di un esodo in massa dalla Tunisia: "Se non si interviene rischiamo un flusso che nessuno potrebbe governare".

Utile a resuscitare la vecchia ricetta di blocco navale: "«Una missione europea in accordo con le autorità libiche per arrestare le partenze". Ma è sulla guerra che Meloni perde la pazienza: "Ho sentito dire 'fermatevi'. Penso dovreste dirlo a Putin", si rivolge direttamente ai grillini. "Se ci fermiamo consentiamo l’invasione dell’Ucraina e non sono così ipocrita da scambiare il termine invasione con il termine pace", taglia corto.


Sebbene l’attenda il pranzo al Quirinale che sempre precede i summit europei, la premier — che a Bruxelles proverà a discutere anche il dossier balneari — resta in Aula fino all’intervento di Conte, che le contesta "la faccia di bronzo" e "la grave inadeguatezza" del suo esecutivo. Sino all’affondo finale: "Lei ha avuto l’audacia di dire che preferirebbe dimettersi piuttosto che andare in Europa come ci sono andato io", l’attacco del capo 5Stelle. "È inutile ricordarle che il mio governo ha portato a casa 209 miliardi, li nulla e rischia di farci perdere i soldi del Pnrr".


Scintille di una mattinata ad altissima tensione per l’inquilina di Palazzo Chigi. Bacchettata persino dalla dem Marianna Madia — "Anch’io sono donna, madre e cristiana ma al contrario di lei credo nel valore della solidarietà e dell’europeismo per tutelare l’interesse nazionale" — intervenuta al posto della segretaria Elly Schlein, pure lei assente. C’è chi dice che non se la sia sentita di difendere la linea del vecchio Pd sull’Ucraina, chi che ci fossero "ragioni personali". Per Meloni, l’unica buona notizia della giornata.