L’orrore nazifascista dietro l’eccidio dei 335 secretato nelle Fosse Ardeatine
di Umberto Gentiloni , di Umberto GentiloniDove cercare le origini della strage delle Ardeatine? In quali vicende di allora? Nel perimetro conteso della città di Roma o nel quadro più ampio delle dinamiche del secondo conflitto mondiale?
Partiamo dai fatti spesso stravolti o strumentalizzati nei racconti dei decenni successivi. "Il 24 marzo 1944 a Roma le SS naziste uccisero 335 uomini nelle cave di Pozzolana sulla via Ardeatina, più tardi conosciute col nome di Fosse Ardeatine. La strage fu la risposta della potenza occupante a un'azione militare condotta dai partigiani dei Gruppi di azione Patriottica il giorno prima a Via Rasella, nel centro di Roma, in cui erano rimasti uccisi 33 membri di un battaglione di polizia (Battaglione Bozen) aggregati alle SS. Condotti su camion coperti al luogo del massacro, i prigionieri furono fatti entrare cinque per volta nelle galleria scavate nella pozzolana e uccisi con un colpo di machine pistole" (Sandro Portelli, 24 marzo. Eccidio delle Fosse ardeati…
Dove cercare le origini della strage delle Ardeatine? In quali vicende di allora? Nel perimetro conteso della città di Roma o nel quadro più ampio delle dinamiche del secondo conflitto mondiale?
Partiamo dai fatti spesso stravolti o strumentalizzati nei racconti dei decenni successivi. "Il 24 marzo 1944 a Roma le SS naziste uccisero 335 uomini nelle cave di Pozzolana sulla via Ardeatina, più tardi conosciute col nome di Fosse Ardeatine. La strage fu la risposta della potenza occupante a un'azione militare condotta dai partigiani dei Gruppi di azione Patriottica il giorno prima a Via Rasella, nel centro di Roma, in cui erano rimasti uccisi 33 membri di un battaglione di polizia (Battaglione Bozen) aggregati alle SS. Condotti su camion coperti al luogo del massacro, i prigionieri furono fatti entrare cinque per volta nelle galleria scavate nella pozzolana e uccisi con un colpo di machine pistole" (Sandro Portelli, 24 marzo. Eccidio delle Fosse ardeatine, in Calendario civile, Donzelli, 2017).
Dopo la svolta dell'8 settembre 1943 ha inizio l'occupazione nazista, l'inverno più lungo per la città di Roma: il nastro da riavvolgere porta lontano, nel cuore della seconda guerra mondiale. Il capitano delle SS Erik Priebke impeccabile, con la divisa tirata a lucido, chiama i condannati a gruppi di cinque; grida i nomi in un italiano sicuro e con meticolosa attenzione segna a matita una crocetta per quelli che erano scesi verso l'interno delle grotte, incontro alla morte. Una lunga chiama preludio a un massacro efferato. La sua voce era l'ultima cosa che i prigionieri ascoltavano, mentre la lista dei 335 caduti si completava di nomi e storie in un assolato pomeriggio di primavera.
Ma chi sono le vittime? Perché vengono selezionate? Cosa raccontano le loro biografie spezzate dalla violenza? Vengono da diversi angoli della penisola seguendo il richiamo della centralità della capitale, da quartieri e borgate di Roma o dai limitrofi Castelli. Si sono messi in moto dall'Abruzzo, dalla Puglia, da Torino, Trieste, dalle Marche, la Sicilia e la Sardegna. Alcuni con origini più lontane: Lussemburgo, Ungheria, Turchia, Ucraina . Un mosaico di percorsi accumunati dall'esito finale: uccisi in quanto antifascisti, oppositori del regime, delle strategie di affermazione violenta proposte dal nuovo ordine hitleriano mentre l'Italia è dilaniata dalla guerra civile.
Nel medesimo frangente altri italiani combattono sul versante opposto, a fianco di Hitler e Mussolini nelle fila della Repubblica di Salò. I caduti sono accumunati da un altro dato: tutti uomini, la memoria di una ferita non rimarginabile sarà così affidata alle donne nella loro capacità di sopravvivere e raccontare. La più grande strage in un territorio urbano nell'Europa occupata dalle potenze dell'Asse. Un segmento della popolazione cancellato in poche ore: estrazioni sociali (aristocratici, avvocati, operai, venditori ambulanti, studenti, docenti, civili e militari); orientamenti politici e culturali (le varie sinistre, il mondo cattolico, liberali, ex fascisti); dai 14 ai 70 anni, cristiani, ebrei, atei. Universo variegato, tenuto insieme dalla ferocia dell'occupante e dalle scelte di quelle ore drammatiche. Basta fermarsi sui dati sensibili di un elenco riassuntivo di tipologie possibili: generali e straccivendoli, analfabeti e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei; monarchici e azionisti, repubblicani e comunisti, altri aggiunti alla rinfusa, per raggiungere il numero stabilito confutando così la logica terribile della rappresaglia in stile nazista. Un'azione organizzata con gli strumenti e le capacità di un sistema complesso: archivi, liste di potenziali oppositori, catene di comando, collaborazione con fascisti e questura, logistica, trasporti, conoscenza del territorio.
Uno per dieci era la ferrea logica dell'occupante; per un tedesco caduto sarebbero passati per le armi dieci italiani, oppositori delle leggi di guerra del terzo Reich. Pur in presenza di un elenco di 335 condannati, i nazisti decisero di non rilasciare cinque prigionieri in eccesso per non compromettere la segretezza dell'azione. Sulle motivazioni basti il richiamo alle parole di Vittorio Foa: "Si uccidevano gli ebrei perché erano ebrei, non per quello che pensavano e facevano, si uccidevano gli antifascisti per quello che pensavano e facevano, si uccidevano uomini che non c'entravano nulla solo perché erano dei numeri da completare per eseguire l'ordine".
In anni successivi il nesso tra l'azione partigiana e la rappresaglia nazista venne proposto come paradigma di lettura sulla Resistenza e i suoi errori, si arrivò perfino a sostenere che sui muri di Roma fossero comparsi manifesti che chiedevano ai partigiani di consegnarsi preventivamente alle autorità naziste. Con fatica e tenacia la verità si è fatta strada, la logica degli eventi ha prevalso nelle ricostruzioni della storiografia più qualificata e nelle aule di giustizia che hanno affrontato la vicenda. Con la necessaria distinzione tra il giudice e lo storico, da più parti è stato affermato che la ritorsione delle Ardeatine fu condotta rapidamente e in segreto; ebbe inizio 22 ore dopo l'attentato e nessuno seppe nulla, tranne i protagonisti coinvolti: esecutori, mandanti e condannati a morte. Il 25 marzo verso mezzogiorno (quando uscivano i quotidiani in tempo di coprifuoco) un comunicato dell'agenzia ufficiale Stefani annunciò che "Elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo americano. Il comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti siano fucilati". E con lapidaria precisione concludeva: "Quest'ordine è già stato eseguito".