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Nomine e affari, patto Meloni-Berlusconi. E Renzi chiama la "ribelle" Ronzulli

Marta Fascina e Silvio Berlusconi 
Nell'accordo FI-FdI un ruolo a Paolo Scaroni in Enel o Leonardo. I coordinatori azzurri silurati tentati dall'addio  
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Una prospettiva politica comune, certo. Ma anche nomine, interessi economici e giudiziari. Ecco cosa c'è dietro il patto segreto fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che ha portato - con la regia della famiglia del Cavaliere, della compagna Marta Fascina e di Antonio Tajani - al ribaltone interno a Forza Italia. Cioè al ridimensionamento dei "custodi" della linea critica nei confronti del governo - i capigruppo Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo - e alla decisione conseguente di un abbraccio più forte con Fratelli d'Italia. Difficile che si arrivi a un partito unico. Ma la scelta fatta da chi ha orchestrato la manovra, fra gli azzurri, è quello di rinunciare a una buona fetta di autonomia per assicurare alla creatura di Berlusconi, che deve fare i conti con l'anagrafe, un futuro sotto l'ombrello di FdI. Più comodo politicamente e più conveniente per l'impero Mediaset. L'orizzonte, come affermato da Berlus…

Una prospettiva politica comune, certo. Ma anche nomine, interessi economici e giudiziari. Ecco cosa c'è dietro il patto segreto fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che ha portato - con la regia della famiglia del Cavaliere, della compagna Marta Fascina e di Antonio Tajani - al ribaltone interno a Forza Italia. Cioè al ridimensionamento dei "custodi" della linea critica nei confronti del governo - i capigruppo Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo - e alla decisione conseguente di un abbraccio più forte con Fratelli d'Italia. Difficile che si arrivi a un partito unico. Ma la scelta fatta da chi ha orchestrato la manovra, fra gli azzurri, è quello di rinunciare a una buona fetta di autonomia per assicurare alla creatura di Berlusconi, che deve fare i conti con l'anagrafe, un futuro sotto l'ombrello di FdI. Più comodo politicamente e più conveniente per l'impero Mediaset. L'orizzonte, come affermato da Berlusconi e Tajani, sono le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Si punterà a un'alleanza fra il Ppe (partito cui fa capo Forza Italia) e i Conservatori di Giorgia Meloni, per ribaltare gli attuali assetti della commissione e mettere ai margini i socialisti. Tajani, che dei popolari europei è vicepresidente, lavora per questo. Nel frattempo, il nuovo asse dovrebbe rafforzare il governo nel rapporto con Bruxelles, senza voci dissonanti sui dossier più rilevanti, dai migranti alla crisi ucraina.

Sullo sfondo, però, ci sono questione più concrete, che afferiscono agli interessi di Berlusconi e della sua famiglia: la svolta, nei rapporti interni alla maggioranza, è avvenuta il 13 febbraio, con la revoca della costituzione di parte civile del governo nel processo Ruby Ter (precedente all'assoluzione di Berlusconi). Palazzo Chigi in quell'occasione smentì che la stessa decisione sarebbe stata presa per altri processi al Cavaliere. E invece, un mese dopo, ecco il ritiro della costituzione di parte civili pure nel procedimento di Bari (caso escort-Tarantini). E altre garanzie personali, secondo qualificate fonti forziste, sarebbero state date all'ex premier. Ma di queste non v'è prova, almeno al momento.

Nell'accordo c'è spazio anche per alcune nomine nelle partecipate di Stato gradite a Berlusconi: in primis quella di Paolo Scaroni, ex ad di Enel ed Eni e oggi presidente del Milan, destinato ad avere un ruolo nella stessa Enel o in Leonardo. Il tutto in un quadro di malessere silente, fra i parlamentari della cosiddetta "corrente Ronzulli" che - sottovoce - danno per fisiologico l'allontanamento da un partito che considerano "finito". Sono almeno una quindicina. Si guardano in giro e non parlano, anche perché molti di loro - Ronzulli e Cattaneo, ma anche Mulé, Barachini, Mangialavori - hanno incarichi istituzionali o di partito che consigliano prudenza. Le sirene non mancano: fra le numerose telefonate giunte a Licia Ronzulli dopo la rivoluzione interna, c'è quella di Matteo Renzi, uno dei leader del Terzo Polo. Forte è il malcontento anche fra i coordinatori regionali silurati, fra i quali forzisti di vecchia data come Gianfranco Micciché ed ex parlamentari non ricandidati o rieletti come Massimo Mallegni, Giuseppe Moles, Annalisa Tartaglione. Tutti senza più poltrone, tutti a interrogarsi sul proprio domani.