Pd, la tela di Schlein con l’ala Bonaccini. Ipotesi vice segretario
di Lorenzo De Cicco , di Lorenzo De CiccoROMA - Houston, abbiamo un problema. Mentre Stefano Bonaccini è volato in Texas, a Houston appunto, per un progetto sull'aerospaziale che coinvolge la Regione Emilia Romagna, i fedelissimi del presidente del Pd trattano sulla segreteria di Elly Schlein. La leader vorrebbe una squadra unitaria. E forse ci riuscirà, ma il negoziato, fino a ieri notte, era ancora in alto mare. Alimentando le incognite sul voto di domani per eleggere i due nuovi capigruppo del Pd a Camera e Senato. Non per l'esito, che appare scontato, con la nomina di Chiara Braga e Francesco Boccia: è dall'inizio la proposta di Schlein, che ha portato dalla sua un gruppo di lettiani che sostenevano Bonaccini al congresso.
Il punto è la fotografia dei gruppi che uscirà dall'urna. Non sembra più esserci il rischio di una conta, perché ormai Schlein ha la maggioranza tra gli eletti e nessuno sembra incline a sfidarla, ma una fronda di scontenti, se non ci fo…
ROMA - Houston, abbiamo un problema. Mentre Stefano Bonaccini è volato in Texas, a Houston appunto, per un progetto sull'aerospaziale che coinvolge la Regione Emilia Romagna, i fedelissimi del presidente del Pd trattano sulla segreteria di Elly Schlein. La leader vorrebbe una squadra unitaria. E forse ci riuscirà, ma il negoziato, fino a ieri notte, era ancora in alto mare. Alimentando le incognite sul voto di domani per eleggere i due nuovi capigruppo del Pd a Camera e Senato. Non per l'esito, che appare scontato, con la nomina di Chiara Braga e Francesco Boccia: è dall'inizio la proposta di Schlein, che ha portato dalla sua un gruppo di lettiani che sostenevano Bonaccini al congresso.
Il punto è la fotografia dei gruppi che uscirà dall'urna. Non sembra più esserci il rischio di una conta, perché ormai Schlein ha la maggioranza tra gli eletti e nessuno sembra incline a sfidarla, ma una fronda di scontenti, se non ci fosse un accordo di massima sulla segreteria, potrebbe votare scheda bianca. Rendendo plastica la spaccatura. È l'ipotesi ventilata dall'area che fa capo all'ex ministro Lorenzo Guerini. E non è esclusa anche da bonacciniani più dialoganti come Matteo Orfini. Schlein, nelle ultime 48 ore, ha parlato con entrambi, come con Graziano Delrio, assicurando di voler perseguire unità e collaborazione. Come si augura lo stesso Bonaccini. Ma i big della minoranza vogliono prima un accordo sulla segreteria, che gli schleiniani invece vorrebbero chiudere dopo, anche se la trattativa è in corso.
E i nodi sono ancora sul pettine. Ballano numeri e deleghe. Schlein ha in testa una squadra modello "governo ombra". Circa 15 posti, quasi uno per ministero, appunto. Con 2-3 innesti esterni di livello: professori, esperti, dirigenti delle associazioni. Facce nuove come Marta Bonafoni. Alla minoranza, in questo quadro, verrebbero offerti 3-4 ruoli. Anche con deleghe pesanti, come gli Esteri (per cui i bonacciniani indicherebbero Alessandro Alfieri) e la Sanità. Non l'Economia per cui è in pole l'ex vice-ministro Antonio Misiani. Il problema è che la minoranza ne chiede di più, di posti. Lo schema, è il ragionamento di Base riformista, dovrebbe rispecchiare l'equilibrio del congresso: con una quota di almeno il 40% per i bonacciniani. Quindi 6-7 posti su 15. Ipotesi che dall'altro lato del tavolo ritengono surreale. Così come l'altra richiesta, fatta trapelare in queste ore, della delega cruciale all'Organizzazione, che la segretaria vuole ovviamente affidare a una persona di fiducia, che dovrebbe essere Marco Sarracino.
Ma Schlein, che alla segreteria unitaria ci tiene davvero per non incappare in una navigazione burrascosa, potrebbe offrire alla minoranza uno dei due vice-segretari (per la sua area invece girano i nomi di Marco Furfaro o Peppe Provenzano). A patto che il profilo bonacciniano rispecchi quel rinnovamento che la leader intende portare avanti. Soprattutto, Schlein non è intenzionata ad accettare nomi dettati dai capicorrente. Sul suo team vuole avere l'ultima parola.
La segretaria per ora non interviene sulle beghe interne. Ieri si è detta "grata" per l'appello di 168 intellettuali di Napoli a suo favore. E ha commemorato la scomparsa di Ivano Marescotti. Ora però torna nell'agone: prima del voto di domani, oggi alle 17 sonderà gli umori, riunendo deputati e senatori. Non indicherà i nomi dei capigruppo, ma dirà come intende gestire il partito. E parlerà soprattutto di temi: salario minimo, lotta ai contratti precari, ambiente. Migranti. Perché se la quadra sugli assetti interni è una tappa obbligata, il Pd, è convinta, deve parlare soprattutto fuori dal Palazzo, più che dentro.