Rai Sport, De Stefano lascia. La destra apre il valzer ai vertici della tv pubblica
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliMILANO - Con le dimissioni di Alessandra De Stefano dalla guida di Rai Sport si (ri)apre il valzer delle nomine nelle testate della tv pubblica. "Motivi personali", recita la nota di viale Mazzini che spiega la scelta di De Stefano. La giornalista poteva vantare buoni indici di ascolto per i mondiali in Qatar, ma la non riconferma era nell'aria. Perché con il governo di destra in carica gli appetiti sono tanti e anche quella casella è oggetto del desiderio. E De Stefano non è considerata vicina all'attuale maggioranza.
Era stata nominata alla guida di Rai Sport nel novembre 2021 - prima donna a dirigere la principale testata giornalistica sportiva del servizio pubblico - e dal mese dopo era diventata responsabile della direzione Sport. Ora lascia. Ma ad accelerare lo smottamento, al di là del suo destino personale (potrebbe tornare corrispondente da Parigi) e degli screzi interni a Rai Sport (dalla scelta di Lia Capizzi alla conduzione de…
MILANO - Con le dimissioni di Alessandra De Stefano dalla guida di Rai Sport si (ri)apre il valzer delle nomine nelle testate della tv pubblica. "Motivi personali", recita la nota di viale Mazzini che spiega la scelta di De Stefano. La giornalista poteva vantare buoni indici di ascolto per i mondiali in Qatar, ma la non riconferma era nell'aria. Perché con il governo di destra in carica gli appetiti sono tanti e anche quella casella è oggetto del desiderio. E De Stefano non è considerata vicina all'attuale maggioranza.
Era stata nominata alla guida di Rai Sport nel novembre 2021 - prima donna a dirigere la principale testata giornalistica sportiva del servizio pubblico - e dal mese dopo era diventata responsabile della direzione Sport. Ora lascia. Ma ad accelerare lo smottamento, al di là del suo destino personale (potrebbe tornare corrispondente da Parigi) e degli screzi interni a Rai Sport (dalla scelta di Lia Capizzi alla conduzione della Domenica sportiva fino all'ipotesi del ritorno di Enrico Varriale), ci sono FdI, Lega e Forza Italia che scalpitano per andare all'incasso dopo il voto del 25 settembre. L'amministratore delegato Carlo Fuortes è al capolinea, l'uomo forte di area per sostituirlo sarebbe Giampaolo Rossi, che però non può fare l'ad per essere stato in Cda, di qui la staffetta programmata con il capo della radio Roberto Sergio: Sergio come Ad in una prima fase e Rossi come direttore generale, poi l'avvicendamento.
Per quanto riguarda Rai Sport, Marco Franzelli è stato nominato direttore ad interim; per la successione si fanno i nomi di Auro Bulbarelli in quota Lega e, più vicini a FdI, Marco Lollobrigida, parente alla lontana del ministro Francesco, e Sabrina Gandolfi. E c'è una remota ipotesi che finisca alla guida del canale sportivo Varriale, considerato di area 5 Stelle e coinvolto in una vicenda giudiziaria legata alla propria vita privata e per questo sospeso da viale Mazzini. Un altro scenario vede Mario Orfeo arrivare alla direzione dal Tg3, liberando la casella nella rete di "sinistra".
Che la destra abbia grandi ambizioni per la Rai lo ha fatto intendere, tra le righe, il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano ospite di Fabio Fazio domenica sera. "Qualche piccolo Stalin ancora circola nei corridoi di viale Mazzini, c'è ancora qualcuno con il colbacco in testa", "la Rai è un servizio pubblico, va pagato un canone ma la Rai deve essere plurale", e via discorrendo con la narrazione di una tv in mano alla sinistra - seppur Sangiuliano sia diventato ministro lasciando la carica di direttore del Tg2 - e quindi da riequilibrare. "Dobbiamo seguire con particolare attenzione la questione degli assetti dell'informazione nel servizio pubblico. Mi pare che il governo stia cercando di metterci un po' troppo le mani. Vigileremo", promette la segretaria pd Elly Schlein. Il coordinatore di Articolo 21 Beppe Giulietti ne è convinto: "Il governo ha l'obiettivo di sostituire la realtà con la propaganda e la Rai è un pezzo chiave. Avvenne qualcosa di simile nel 2001 con Silvio Berlusconi, ma ora puntano molto più in alto, non semplice occupazione ma la creazione di una nuova egemonia culturale".