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Nazione e tradizione, la destra meloniana ostaggio dei suoi feticci

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa (agf)

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Agli eredi di Giorgio Almirante piace tuttora immaginarsi come una minoranza anticonformista e assediata. Ogni giorno una dose di vittimismo
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Quando il destrissimo Gianni Alemanno divenne sindaco di Roma, il collega di partito Fabio Rampelli pensò fosse il momento giusto per mettere mano a un grande progetto irrealizzato: "Costruiamo un arco trionfale all'Eur", disse l'architetto Rampelli. Non era un'idea sua, quell'arco l'aveva progettato Adalberto Libera, tra i maestri del razionalismo architettonico italiano, e faceva parte del progetto mussoliniano dell'E42, poi più familiarmente Eur per i romani, il nuovo quartiere a sud della Capitale costruito per l'Esposizione universale. L'arco ovviamente non si fece e di trionfale, nell'era Alemanno, ci fu ben poco. L'Eur rimase com'è e non per questo Rampelli smise di amarlo, sebbene non per le ragioni per cui di solito il quartiere piace a tipi di sinistra, l'audace modernismo, bensì per quelle opposte: il trionfo del classicismo. Un'astrazione di passato dove non c'è spazio per …

Quando il destrissimo Gianni Alemanno divenne sindaco di Roma, il collega di partito Fabio Rampelli pensò fosse il momento giusto per mettere mano a un grande progetto irrealizzato: "Costruiamo un arco trionfale all'Eur", disse l'architetto Rampelli. Non era un'idea sua, quell'arco l'aveva progettato Adalberto Libera, tra i maestri del razionalismo architettonico italiano, e faceva parte del progetto mussoliniano dell'E42, poi più familiarmente Eur per i romani, il nuovo quartiere a sud della Capitale costruito per l'Esposizione universale. L'arco ovviamente non si fece e di trionfale, nell'era Alemanno, ci fu ben poco. L'Eur rimase com'è e non per questo Rampelli smise di amarlo, sebbene non per le ragioni per cui di solito il quartiere piace a tipi di sinistra, l'audace modernismo, bensì per quelle opposte: il trionfo del classicismo. Un'astrazione di passato dove non c'è spazio per le diavolerie della modernità, ma l'evoliano sottosegretario Delmastro direbbe forse "rovine del mondo moderno": gli anglismi, le coppie arcobaleno, la carne cosiddetta sintetica, l'intelligenza artificiale, la musica dei capelloni, forse anche le circolari di Bruxelles. Questo è il passato nell'abbecedario meloniano: una riparata culla della romanità anti-pagana, secondo la visione cara per esempio anche al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il cattolico tradizionalista Alfredo Mantovano, che qualche anno fa, nel pieno delle baruffe ideologiche della destra postfascista, tacciò di "politeismo" le tesi culturali del finiano Fabio Granata. Gli avesse dato del comunista, sarebbe stato meno grave.

Pare una sindrome di Stoccolma culturale, questa destra ostaggio dei suoi feticci surgelati - la Lingua, la Nazione, la Tradizione, tutto rigorosamente maiuscolo - che proprio mentre viene accusata di nostalgismo e passatismo si sforza quotidianamente di confermare le teorie degli avversari. Quasi un'autoparodia, una tensione guzzantiana a farsi da sola il verso. Imbattibile proprio la proposta di Rampelli contro i "forestierismi", aggiornamento della pugna del Duce che raccomandò agli italiani di non dire più rubinetto, derivato dall'effiminato francese, e impose il più virile (forse) chiavetta. Non male nel genere, però, anche la proposta del capo in persona, Giorgia Meloni, il liceo del made in Italy, in cortocircuito linguistico con l'autarchia di Rampelli, ma anche un po' in cortocircuito ideologico con sé stessi, perché se c'è un tempio del passato sarebbe il liceo classico, e se Dante era di destra - così giura il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano - è singolare bollare come covo di borghesi e progressiste mollezze la scuola dove più si studia la Commedia. Contraddizioni del populismo di destra, il classico diventa parcheggio per fighetti che votano la globalista Schlein e non vogliono sporcarsi le mani con il lavoro, sul divano come i percettori di reddito che disprezzano la vanga, qui siamo nello Strapaese del sovranista alimentare Francesco Lollobrigida, ma in questo caso pagati dalle capienti casse di papà anziché da quelle esangui dello Stato. Non è detto sia una attenuante.

Le contraddizioni, del resto, sono una specialità della casa fin da quando il tetto comune si chiamava Movimento sociale italiano ed era insieme partito anti-sistema e partito dell'ordine, baluardo anticomunista ma anche nemico degli Usa, e lo sono rimaste oggi che i Fratelli d'Italia - Iddio li creò - cercano a fatica una strada tra la vocazione all'opposizione e le ambizioni di governo.

A lasciare da parte l'Eur, e pure Stoccolma, si potrebbe parlare di complesso delle catacombe (il brillante storico Marco Tarchi, militante della destra giovanile, da ragazzo fondò una celebre rivista di area, La voce della fogna), perché anche dopo un trentennio in cui la destra post-missina ha governato il Paese spesso e volentieri, agli eredi di Giorgio Almirante piace tuttora immaginarsi come una minoranza anticonformista e assediata, un manipolo di resistenti, della Resistenza giusta, naturalmente, non quella di via Rasella. Se Ignazio La Russa ha chiamato i suoi figli Geronimo, Leonardo Apache e Lorenzo Cochis non è perché ce l'avesse con John Wayne e John Ford: facile immaginare la sua sincera immedesimazione in una civiltà a rischio di estinzione (nella sede di Casaggì, il centro sociale fiorentino affiliato a FdI da cui sono partiti gli squadristi che hanno pestato gli studenti di sinistra del liceo Michelangiolo, c'era il poster di Toro seduto). La sinistra domina, la sinistra dispone, la sinistra censura. Ogni giorno una dose di vittimismo, anche se il potere è tutto di Giorgia, anche se l'indiano La Russa è seconda carica dello Stato, anche se Gramsci è morto, Fenoglio pure e Scola non si sente tanto bene.

Qualche anno fa uno degli intellettuali di area più liberi e attrezzati, Umberto Croppi, scrisse un saggio in un volume Laterza sui pregiudizi, per dire quanto fossero scentrate e fuori tempo massimo le proteste sull'egemonia culturale della sinistra: "Ci lamentiamo non ci siano artisti di destra, ma mi fate il caso di un soggetto rifiutato in quanto di destra?", disse Croppi. Nessuno ha ancora fornito l'elenco dei maestri discriminati. Ma un giorno, chissà, saranno tutti celebrati e risarciti sotto l'arco immaginario di Libera.