✕

Via Tasso, record di ingressi al museo della Liberazione. "È un pellegrinaggio civile"

Antonio Parisella, presidente del Museo della Liberazione a Roma 
Dopo le uscite "sgrammaticate" del presidente del Senato La Russa su via Rasella boom di prenotazioni per visitare l'ex carcere nazista che raccoglie documenti e cimeli sulla Resistenza
2 minuti di lettura

Le voci degli alunni di terza media della Macighi Strozzi di Roma rimbombano nelle celle dell'ex carcere nazista di via Tasso. Ieri due classi in visita, l'altro giorno sette, lunedì cinque. Le scuole si presentano "a valanga", rivela il presidente del museo della Liberazione Antonio Parisella proprio mentre la destra piccona la Resistenza. Un pellegrinaggio civile, "animato spesso da giovani docenti ex precari dotati di spirito d'iniziativa". L'edificio sorge alle spalle di San Giovanni, su tre piani: qui le Ss di Herbert Kappler rinchiusero gli oppositori - partigiani, ebrei, militari - dal settembre '43 al giugno '44. E torturavano. Volevano nomi, fatti, delazioni.

Antonio Parisella, 77 anni, un ex professore universitario di storia contemporanea, lo presiede dal 2001. "Fu Paolo Emilio Taviani, poco prima di morire, a indicarmi. Mi nominò Giovanna Melandri. Dopo mi hanno confermato anche i ministri della cultura di des…

Le voci degli alunni di terza media della Macighi Strozzi di Roma rimbombano nelle celle dell'ex carcere nazista di via Tasso. Ieri due classi in visita, l'altro giorno sette, lunedì cinque. Le scuole si presentano "a valanga", rivela il presidente del museo della Liberazione Antonio Parisella proprio mentre la destra piccona la Resistenza. Un pellegrinaggio civile, "animato spesso da giovani docenti ex precari dotati di spirito d'iniziativa". L'edificio sorge alle spalle di San Giovanni, su tre piani: qui le Ss di Herbert Kappler rinchiusero gli oppositori - partigiani, ebrei, militari - dal settembre '43 al giugno '44. E torturavano. Volevano nomi, fatti, delazioni.

Antonio Parisella, 77 anni, un ex professore universitario di storia contemporanea, lo presiede dal 2001. "Fu Paolo Emilio Taviani, poco prima di morire, a indicarmi. Mi nominò Giovanna Melandri. Dopo mi hanno confermato anche i ministri della cultura di destra". Parisella non poteva che finire qui. È nato il 25 aprile 1945. E ha studiato al Santa Maria, l'istituto cattolico che sorge dirimpetto. Di notte gli allievi che dormivano lì potevano sentire le urla dei torturati. Cresciuto in una famiglia conservatrice, "mio padre leggeva Il Tempo", furono i padri salesiani "ad aprirmi gli occhi su cos'era avvenuto. E quando avevo qualche dubbio mi dicevano: "Studia!"" E quel che oggi vorrebbe dire al presidente del Senato Ignazio La Russa: "Le carte dei partigiani dei Gap sono custodite a palazzo Madama, basta consultarle".

Parisella è un volontario. Dei sei collaboratori, "nessuno è dipendente", precisa. Mandano avanti un tempio della memoria con una biblioteca (10mila libri) dotata una preziosa sezione di memorialistica; e hanno catalogato i 150 musei della Resistenza. Ci sono poi venti guide, tutte pensionate, che illustrano ai ragazzi il significato del luogo. Le celle stringono il cuore. Come quella minuscola dove venne rinchiuso il comandante del Fronte militare clandestino, Giuseppe Cordero di Montezemolo, poi fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Alcuni del Poizeiregiment Bozen, che trovarono la morte nell'attentato di via Rasella, fecero i piantoni qui. Un demografo ha calcolato che i prigionieri furono duemila, tra cui trecento donne. L'unica ancora in vita, la partigiana Iole Mancini, ha 103 anni. Nel maggio del 1944, con gli americani alle porte, ce ne erano ancora 261.

"Kappler prelevò in via Tasso i primi da condurre alle Fosse Ardeatine, poi bussò a Regina Coeli, quindi chiese una lista al questore fascista Caruso, infine presero gli ebrei". Nessuno è mai scappato da via Tasso. I partigiani venivano portati al tribunale germanico di via Lucullo, dove oggi c'è la sede della Uil, e processati dal Feldgericht. Un'ora di dibattimento, quindi la fucilazione a Forte Bravetta", sintetizza il presidente la finzione giuridica.

Il palazzo trasformato dai nazisti in galera era di Francesco Ruspoli, "un nobile collaborazionista", racconta Parisella. Nel Dopoguerra la moglie lo cedette allo Stato per farne un museo in cambio dello sfatto dell'altra ala, occupata da sfollati. E così i quattro appartamenti dell'orrore divennero un monumento alla memoria, inaugurati il 4 giugno 1955. Solo che da allora è rimasto tutto più o meno uguale. Parisella ricorda che "il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Peluffo era riuscito trovare un milione, poi il premier Monti, che qui fece il suo discorso "sull'economia all'osso", decise che quei soldi sarebbero tornati all'erario". Da allora si naviga a vista. "Il ministro Sangiuliano lo conosco, siamo stati colleghi alla Lumsa, lo invito a venire a trovarci; Alemanno sindaco venne, e pure Renata Polverini, da presidente della regione, entrambi gli enti ci sostennero economicamente". Via Rasella segnò la fine dello slancio della Resistenza, come sostengono in tanti? "Non è vero!", dice Parisella. "Basta studiare". E l'ingresso è pure gratuito.