Hanno tutti ragione | Salvini e Calenda, gli ultimi beffati nella lunga lista di aspiranti eredi del Cavaliere
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniDa quanti anni si ragiona sull'eredità politica di Silvio Berlusconi? Uh, s'è perso il conto delle stagioni e pure quello degli aspiranti, sedicenti o illusi successori. Tutti a torto convinti di essere in grado di prendersi la guida di Forza Italia o, eventualmente, anche solo i consensi. Angelino Alfano, il "senza quid", ha cambiato mestiere. Gianfranco Fini, in pratica, pure. Giulio Tremonti non è mai stato in corsa. Luca Cordero di Montezemolo ha fondato un partito e non è arrivato nemmeno a metterlo su strada. Ci sarebbe in teoria anche Matteo Renzi, il royal baby, come lo battezzò Giuliano Ferrara in un libro uscito ai tempi della parabola ascendente dell'ex segretario del Partito democratico. Sappiamo com'è andata. Poi ci sono le meteore, come da titolo di un vecchio e fortunato programma della tv del Cavaliere. Maria Vittoria Brambilla, per esempio, che ha ripiegato sul palinsesto di Rete4, quota animalista. E…
Da quanti anni si ragiona sull'eredità politica di Silvio Berlusconi? Uh, s'è perso il conto delle stagioni e pure quello degli aspiranti, sedicenti o illusi successori. Tutti a torto convinti di essere in grado di prendersi la guida di Forza Italia o, eventualmente, anche solo i consensi. Angelino Alfano, il "senza quid", ha cambiato mestiere. Gianfranco Fini, in pratica, pure. Giulio Tremonti non è mai stato in corsa. Luca Cordero di Montezemolo ha fondato un partito e non è arrivato nemmeno a metterlo su strada. Ci sarebbe in teoria anche Matteo Renzi, il royal baby, come lo battezzò Giuliano Ferrara in un libro uscito ai tempi della parabola ascendente dell'ex segretario del Partito democratico. Sappiamo com'è andata. Poi ci sono le meteore, come da titolo di un vecchio e fortunato programma della tv del Cavaliere. Maria Vittoria Brambilla, per esempio, che ha ripiegato sul palinsesto di Rete4, quota animalista. E ricordate Maurizio Scelli, capo della Croce rossa, per qualche settimana incoronato delfino nei gossip di corridoio e dunque nei retroscena di giornale? E Stefano Parisi, sfidante di Beppe Sala a Milano? Ora sembra incredibile che ci abbiano anche solo sperato. Eppure c'hanno sperato. Questo, per il passato. Ma lista degli aspiranti eredi senza chance non è chiusa. Potrebbero presto aggiungersi ufficialmente gli ultimi due nomi: Matteo Salvini e Carlo Calenda.
Il primo ha perso il treno buono qualche anno fa. Salvini era convinto che Forza Italia gli sarebbe caduta in braccio. Del resto, quando raggiungi il 35 per cento dei voti, come al leader della Lega riuscì alle europee del 2019, non pensi di aver bisogno di fare molto altro. Forza Italia declinante, Fratelli d'Italia ancora un bonsai, Salvini era convinto di essersi già preso tutto il centrodestra. Poi saltò il blitz elettorale che doveva seguire alla caduta del governo gialloverde e da allora si sono succeduti solo tentativi velleitari e inconsistenti: la federazione Lega-Forza Italia, l'ipotesi di cartelli elettorali o gruppi unici, solo mosse difensive, tardive e improvvisate, per cercare invano di arrestare l'ascesa di Giorgia Meloni al vertice della coalizione. Strategie virtuali legate soprattutto al buon rapporto che Salvini intratteneva con Licia Ronzulli e già questo - visto il brusco demansionamento di Ronzulli dentro FI - è sufficiente a spiegare cosa sia rimasto di quegli abboccamenti. Ora Salvini rischia di vedersi scippare da Meloni anche l'ultimo appannaggio, perché è chiaro che è Meloni a essere oggi nel posto giusto per raccogliere parte dell'eredità azzurra, parlamentari e voti. Alla Lega, realisticamente, approderà solo quel pezzo di Forza Italia che troverà occupato quando chiamerà il centralino di FdI. Quanto ai consensi elettorali, chi comanda ha un vantaggio di posizione difficilmente insidiabile. Certo dipenderà anche dalla capacità di Meloni di cogliere l'occasione, andando a occupare spazi e temi che non sono l'abc del suo partito. Salvini, però, può solo sperare che la presidente del Consiglio fallisca, più complicato pensare che possa di riuscirci al posto suo.
Anche Calenda non è messo bene. Quando è saltato il governo Draghi e il leader di Azione ha offerto riparo alle ministre di Forza Italia, di fatto cacciate dal partito, era convinto che questo fosse solo il primo atto di un'annessione graduale ma nemmeno troppo lenta. Già alle politiche del 25 settembre Calenda pensava di capitalizzare. Invece Forza Italia ha tenuto uno zoccolo duro di voti e il Terzo Polo è rimasto lontano dalla doppia cifra che sognava di incassare. Ora appare ancora più evidente quanto sarà difficile la missione. Non è tanto un problema di programmi e proposte. Calenda ha già fatto molto, rispetto agli inizi di Azione, per spostare il suo partito verso il centrodestra con l'obiettivo di allargarsi in quella direzione. Il problema sembra più strutturale.
Berlusconi ha fallito molti degli obiettivi che aveva dichiarato con la sua discesa in campo, ma non uno. Ha incarnato ostinamente, quasi fisicamente, il bipolarismo. Il centrodestra che ha fondato nel 1994 è rimasto unito, con qualche trascurabile e breve interruzione, da allora. Con i suoi elettori Berlusconi, al netto di rancori o scomuniche verso chi percepiva come rivale interno al suo campo, non si è mai scostato da un comandamento: o di qua o di là. Per quale ragione il grosso dei suoi elettori dovrebbero scegliere di mettere in mano i voti azzurri a una forza che dichiaratamente sta al confine e che, per le alleanze, guarda anche alla sua sinistra? Solo perché ora il Terzo polo è la casa anche di Mara Carfagna e Mariastella Gelmini? Beato chi ci crede. Non solo. Coerentemente, Calenda ha sempre escluso di poter stringere accordi di governo a livello nazionale con Lega e Fratelli d'Italia, il che agli occhi di molti elettori forzisti è la prova definitiva che i voti dati al Terzo Polo andrebbero comunque a sfaldare la coalizione di destra, la creatura che Berlusconi ha allevato e accudito senza sosta, come Dudù e i discendenti di Dudù. Chi pensa che gli elettori storici del Cavaliere siano pronti a fargli questo torto, ha sbagliato i calcoli.