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Primavera o Rinascimento: la sinistra dopo trent’anni prova a ripartire dalle città

Antonio Bassolino, storico sindaco di Napoli negli anni Novanta 
A partire dal 1993 la stagione dei sindaci ebbe un grande impatto ma l'idea del partito tramontò alle prime divisioni
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Ci sarà un modo benefico per accogliere il fatto che nella sinistra italiana accadono sempre le stesse cose, che poi in realtà non accadono mai? In attesa di saperlo, è rispuntato fuori il Partito dei Sindaci, anche se guai a chiamarlo così per quanto tutti continuino con quella formula denunciando la più conclamata e generale mancanza di pudore.

E pazienza, perché ridendo e scherzando sono oggi trent'anni - anniversario rotondo - dalle vittorie municipali di Rutelli a Roma, Cacciari a Venezia, Castellani a Torino, Bassolino a Napoli, Enzo Bianco a Catania, più quella precedente di Leoluca Orlando a Palermo, sede della "Primavera", così come la generosa espressività nazionale proclamò addirittura il "Rinascimento" sotto il Vesuvio, mentre nella capitale sarebbe poi sbocciato nientemeno che un "Modello Roma".

E va da sé che sono i tempi grami ad aver mitizzato quella stagion…

Ci sarà un modo benefico per accogliere il fatto che nella sinistra italiana accadono sempre le stesse cose, che poi in realtà non accadono mai? In attesa di saperlo, è rispuntato fuori il Partito dei Sindaci, anche se guai a chiamarlo così per quanto tutti continuino con quella formula denunciando la più conclamata e generale mancanza di pudore.

E pazienza, perché ridendo e scherzando sono oggi trent'anni - anniversario rotondo - dalle vittorie municipali di Rutelli a Roma, Cacciari a Venezia, Castellani a Torino, Bassolino a Napoli, Enzo Bianco a Catania, più quella precedente di Leoluca Orlando a Palermo, sede della "Primavera", così come la generosa espressività nazionale proclamò addirittura il "Rinascimento" sotto il Vesuvio, mentre nella capitale sarebbe poi sbocciato nientemeno che un "Modello Roma".

E va da sé che sono i tempi grami ad aver mitizzato quella stagione e gli homines novi che a partire dal 1993 le diedero smalto fra il big bang della Prima Repubblica e l'affermarsi del ciclo berlusconiano; per cui i sindaci erano giovani, erano belli, erano intelligenti, indipendenti, progressisti, ottimisti, venivano bene in tv e non rubavano. Erano insomma il Nuovo e per la verità sul piano amministrativo fecero anche bene, barcamenandosi fra risanamento e politiche simboliche, rilancio civico ed eventi di poco costo, ma ad alto impatto attrattivo.

Al culmine di questa temperie - ma che forse sul finire degli anni 90 era già al declino - con qualche leggerezza spuntò l'idea di mettere insieme le esperienze amministrative e, coinvolgendo altri sindaci di città minori, quei primi cittadini tentarono la via di un movimento, subito battezzato "Centocittà". Sennonché al governo c'era Giuliano Amato che con perfidia già in culla ne fulminò le velleità affibbiandogli il nomignolo di "Cento padelle".

Anche con l'Ulivo di Prodi, del resto, i rapporti dei sindaci erano abbastanza ambigui, mentre D'Alema non esitò a designare quell'ipotesi "un accampamento di cacicchi". Risultato: "La nostra spinta - secondo il ricordo di Cacciari - fu stroncata da un'ondata reazionaria neocentralista", quindi sottrazione di poteri, stretta finanziaria, riduzione dei trasferimenti, spostamento delle decisioni sulle regioni. A tutto ciò forse si può riconoscere che il Nuovo incarnava fin troppe ambizioni e che parecchie di quelle spumeggianti e fragorose novità, alla prova dei fatti non riuscirono a modificare in profondità le realtà municipali.
E qui davvero finisce l'unico possibile Partito dei Sindaci. Il resto, anche a costo di risultare troppo risoluti, rientra nell'indispensabile chiacchiericcio che sempre in Italia accompagna fantasticherie, illusioni, miraggi e chimere, spesso con quel corredo di millanterie e mercanteggiamenti che sconfina nell'inganno e nella sòla. Per cui secondo misteriose regolarità anche a proposito della seconda leva dei sindaci di sinistra - Veltroni, Jervolino, Domenici, Chiamparino, Merola, Pisapia, De Luca, Emiliano, Renzi e poi Nardella - riscappò fuori la solita storia, per quanto fosse evidente l'impossibilità di mettere assieme sceriffi, masanielli, burocrati, eretici, rottamatori e aspiranti Padre Pio con fascia tricolore. Di frequente i sindaci di sinistra vincevano nelle città, ma ancora più spesso era l'intera sinistra ad ammettere la propria disastrosa incapacità in quegli stessi luoghi.

Al netto di sparate, lamentele e implorazioni corporative - allungare a tre i mandati, per dire, o togliere le incompatibilità - il rimasuglio delle notizie reperibili sul Partito dei Sindaci comprende: un poco convinto tentativo tardo-renziano, la breve esperienza de "L'Italia in Comune" dell'ex cinque stelle Pizzarotti, una furba ma inutile rincorsa in extremis di Gigino Di Maio prima delle ultime elezioni (incontri con Sala e Nardella) e, amara nei suoi esiti, l'allettante promessa di Bonaccini a valorizzare "i territori" in quel Pd poi conquistato dalla sua antagonista.