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La Russa e il 25 aprile: quella data termometro per capire se siamo liberi (o no) dal fascismo

Ignazio La Russa, presidente del Senato (fotogramma)

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La festa della Liberazione è stata a lungo, e lo è tuttora, divisiva: una parte non irrilevante di italiani non ha mai voluto fare davvero i conti col Ventennio né è stata capace di interpretare in modo corretto il movimento di Resistenza
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25 aprile: liberazione dal fascismo. La data è quella del proclama d'insurrezione emanato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale (Cln). L'effettiva Liberazione avvenne infatti il 28, con la parziale resa dei conti e la fucilazione di alcuni gerarchi. Scegliendo il 25 si preferì evitare una ricorrenza che avrebbe potuto suonare ancora più sgradevole all'Italia che in quegli uomini si era a lungo riconosciuta. Ricavo queste notizie dal bel volume, curato da Alessandro Portelli, che l'editore Donzelli ha dedicato al Calendario civile.

La scarna nota che riporto basta da sola a capire perché il 25 aprile sia stata a lungo, e tuttora sia, una data notevolmente divisiva e con un andamento discontinuo nel corso degli anni. Una parte non irrilevante di italiani non ha mai voluto fare davvero i conti col fascismo né è stata capace d'interpretare in modo corretto il movimento di Resistenza che valse a cancellare molti errori…

25 aprile: liberazione dal fascismo. La data è quella del proclama d'insurrezione emanato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale (Cln). L'effettiva Liberazione avvenne infatti il 28, con la parziale resa dei conti e la fucilazione di alcuni gerarchi. Scegliendo il 25 si preferì evitare una ricorrenza che avrebbe potuto suonare ancora più sgradevole all'Italia che in quegli uomini si era a lungo riconosciuta. Ricavo queste notizie dal bel volume, curato da Alessandro Portelli, che l'editore Donzelli ha dedicato al Calendario civile.

La scarna nota che riporto basta da sola a capire perché il 25 aprile sia stata a lungo, e tuttora sia, una data notevolmente divisiva e con un andamento discontinuo nel corso degli anni. Una parte non irrilevante di italiani non ha mai voluto fare davvero i conti col fascismo né è stata capace d'interpretare in modo corretto il movimento di Resistenza che valse a cancellare molti errori e orrori commessi dal regime fascista in pace e nella guerra al fianco dell'alleato nazista.

C'è chi tende a liquidare il giudizio storico su quel periodo affermando che si tratta di valutazioni dettate dalla logica del vincitore. Si dimentica così che la follia nazifascista ha meritato la condanna non dei vincitori ma della storia. Continuare a combattere, tra l'altro in posizione quasi servile, accanto alle truppe del Terzo Reich dopo l'8 settembre 1943 fu una prova non di coraggio ma di cecità. Alla fine di quell'anno era ormai chiaro non solamente come la guerra sarebbe finita ma anche quali motivazioni l'avevano scatenata, di quali atrocità il regime hitleriano s'era macchiato al suo stesso interno prima ancora che sui vari fronti.

Una Guerra civile, questa è stata a lungo la definizione che la Destra e i neofascisti hanno dato dei tragici mesi dall'autunno 1943 alla primavera del 1945. Certo, quella fu anche una guerra civile, cioè uno scontro tra italiani, come del resto lo erano state alcune battaglie del Risorgimento. Ma, come ha dimostrato lo storico Claudio Pavone, questa definizione da sola non basta, immiserisce una lotta che ebbe motivazioni più complesse. In quei combattimenti s'intrecciarono infatti anche una lotta di classe da parte di alcune brigate comuniste e una vera guerra di tipo risorgimentale, quella che i versetti dell'Inno di Garibaldi rispecchiano: "Va' fuori d'Italia, va' fuori o stranier".

Nella realtà politica del dopoguerra, la lotta di Liberazione è diventata presto una ricorrenza che pareva riguardare soprattutto "la sinistra". S'è creata una frattura tra lo spirito antifascista che permea la Costituzione, e lo spirito anticomunista largamente diffuso nel paese dopo la vittoria democristiana del 18 aprile 1948 e la Guerra Fredda tra le due superpotenze. Bisognerà arrivare al 1960 perché si riaccenda un certo spirito unitario. Quando il governo Tambroni autorizza il congresso del Msi a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, ci sono tumulti, molti giovani prendono per la prima volta coscienza del pericolo fascista. Comincia anche a farsi strada la consapevolezza di quale sia il valore della Costituzione oggi, almeno quello, indiscusso. Bene o male si stabilisce un equilibrio sia storico sia emotivo con i fatti del '43-'45; non dico un'epica perché per l'epica noi italiani abbiamo scarsa attitudine. Sicuramente però una certa memoria ravvivata anche da qualche buon romanzo, alcuni ottimi film.

Tutto pareva avviarsi verso una decorosa ritualità quando una mattina ci siamo svegliati e ci siamo accorti che erano arrivati al governo uomini e donne ai quali il termine "antifascista" provoca imbarazzo. Dal 1945 a oggi non era mai accaduto, non a questo livello. Quali conseguenze avrà sulla ricorrenza del 25 aprile?

Quali che siano, risulteranno un buon termometro per misurare, dopo quasi 80 anni, se del fascismo ci siamo davvero liberati - o no.