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Rossi: "FdI si sente erede del Msi, troppa nostalgia per gli anni ‘70. Ignorano la svolta di Fiuggi"

Filippo Rossi 
Il leader de La Buona Destra: "Se non riesci a dire quelle sei parole — non si può non essere antifascisti — non vai da nessuna parte"
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Filippo Rossi, leader de La Buona destra. Lei è cresciuto negli stessi ambienti politici di Giorgia Meloni. È così difficile, per la parte politica oggi al governo, archiviare il dibattito sull’antifascismo?
"Non dovrebbe essere difficile ma lo è. Eppure ci vorrebbe così poco: basterebbe tornare al ‘94, alle tesi di Fiuggi. E invece, sin dall’elezione di La Russa, dall’insediamento del governo Meloni, è il trionfo del già detto: la pacificazione, l’antifascismo in Costituzione. Ma sono temi già affrontati e superati".


Da una parte e dell’altra.
"Sì, penso a Fiuggi ma anche al discorso di Violante sui ragazzi di Salò".


Perché la Destra continua a essere reticente su questi temi?
"Me lo chiedo spesso anch’io. Credo ci sia un blocco psicologico. Questa destra, evidentemente, trova il filo conduttore solo nell’essere erede di quel mondo …

Filippo Rossi, leader de La Buona destra. Lei è cresciuto negli stessi ambienti politici di Giorgia Meloni. È così difficile, per la parte politica oggi al governo, archiviare il dibattito sull’antifascismo?
"Non dovrebbe essere difficile ma lo è. Eppure ci vorrebbe così poco: basterebbe tornare al ‘94, alle tesi di Fiuggi. E invece, sin dall’elezione di La Russa, dall’insediamento del governo Meloni, è il trionfo del già detto: la pacificazione, l’antifascismo in Costituzione. Ma sono temi già affrontati e superati".


Da una parte e dell’altra.
"Sì, penso a Fiuggi ma anche al discorso di Violante sui ragazzi di Salò".


Perché la Destra continua a essere reticente su questi temi?
"Me lo chiedo spesso anch’io. Credo ci sia un blocco psicologico. Questa destra, evidentemente, trova il filo conduttore solo nell’essere erede di quel mondo lì, dell’Msi, del neo o post-fascismo. L’ho conosciuto, il mondo della Destra giovanile in cui si è formata Giorgia Meloni. Era nostalgica non del fascismo ma degli anni ‘70: ed è rimasto quel senso di appartenenza, di comunità. Oggi quel retaggio impedisce di andare avanti".


Lei lo reputa un paradosso.
"Sì, visto che in fondo questa stessa destra mica viene da esperienze extraparlamentari, è dentro i giochi da anni, è stata al governo: La Russa era ministro della Difesa già 15 anni fa".


E Gianfranco Fini è tornato in cattedra.
"Le storie personali pesano: Fini è stato il leader di un mondo che oggi per la prima volta guida il Paese. Sono tutti figli suoi, quelli che oggi sono sulla ribalta. Ha dato credito a Meloni, ha mostrato benevolenza e orgoglio. Ma poi deve tenere il punto. E indica una strada, con un ottimismo che io non vedo: perché se non riesci a dire quelle sei parole — non si può non essere antifascisti — non vai da nessuna parte. Il non detto, da Fini, è il seguente: tutti noi il problema della condanna del passato lo avevamo già risolto. La cosa che aggiungo io è: evidentemente non è vero, qualcuno ha fatto finta di averlo superato".


Nel frattempo Lollobrigida parla di sostituzione etnica e La Russa ricorda che la parola antifascismo non è in Costituzione.
"Sono due cose diverse: Lollobrigida rilancia una tesi dei suprematisti bianchi. Dice che non lo sapeva ma FdI ha invitato Bannon ad Atreju non molti anni fa, non so quanto sia credibile".


E La Russa?
"Lì credo che il problema sia psicologico: La Russa riafferma un’identità perduta. D’altronde, la destra anti-europeista oggi è costretta a fare l’europeista. E i suoi rappresentanti si chiedono: senza il blocco navale chi siamo?".


Domani il presidente del Senato a Praga omaggerà i morti dei campi di concentramento ma anche il monumento a Jan Palach.
"Roba vecchia, mi faccia dire. Jan Palach, come Tolkien, fa parte dell’iconografia della Destra degli anni ‘70. È il gioco delle figurine. Forse La Russa non sa che la prima canzone a Palach la dedicò Guccini".