Di Maio inviato speciale per il Golfo, un avvertimento a Roma da Bruxelles, Parigi e Berlino: “Decidiamo pure senza di voi”
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - Se non è una resa dei conti, di certo è un avvertimento. La nomina di Luigi Di Maio come inviato speciale dell’Ue nel Golfo Persico non è una semplice decisione dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell. Si tratta di un segnale più ampio della Commissione europea e delle due principali Cancellerie, quella tedesca e quella francese, al governo italiano. Un modo per dire: state tirando troppo la corda su troppi versanti e su un numero eccessivo di dossier, se l’Ue vuole può decidere su molte cose anche senza di voi.
La tempistica infatti è evidente. L’indicazione dell’ex ministro degli Esteri italiano era maturata a novembre scorso. Di Maio aveva superato la concorrenza di altri tre candidati: il greco Dimitris Avramopoulos (ex ministro ed ex commissario europeo), il cipriota Markos Kiprianou (ex ministro degli Esteri) e infine un ex ministro degli esteri slovacco. Il nome dell&rsqu…
BRUXELLES - Se non è una resa dei conti, di certo è un avvertimento. La nomina di Luigi Di Maio come inviato speciale dell’Ue nel Golfo Persico non è una semplice decisione dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell. Si tratta di un segnale più ampio della Commissione europea e delle due principali Cancellerie, quella tedesca e quella francese, al governo italiano. Un modo per dire: state tirando troppo la corda su troppi versanti e su un numero eccessivo di dossier, se l’Ue vuole può decidere su molte cose anche senza di voi.
La tempistica infatti è evidente. L’indicazione dell’ex ministro degli Esteri italiano era maturata a novembre scorso. Di Maio aveva superato la concorrenza di altri tre candidati: il greco Dimitris Avramopoulos (ex ministro ed ex commissario europeo), il cipriota Markos Kiprianou (ex ministro degli Esteri) e infine un ex ministro degli esteri slovacco. Il nome dell’ex leader grillino era stato avanzato dall’allora presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma il neonato esecutivo Meloni in quel momento aveva sostanzialmente bloccato la ratifica dell’incarico. Borrell e la Commissione Ue avevano accettato di sospendere la procedura. E lo avevano fatto per non incrinare il rapporto con Palazzo Chigi. Anzi, inizialmente Bruxelles aveva aperto una linea di credito alla destra italiana. Aveva evitato di entrare in conflitto, in attesa di prove concrete da parte della nuova squadra. Aveva accantonato i pregiudizi per valutare gli atti.
Nelle ultime settimane, però, molto è cambiato. Lo scontro sistematico del governo sui negoziati più importanti, ha indispettito in primo luogo la Francia e la Germania. E di conseguenza anche l’esecutivo comunitario. Prima la lite con l’Eliseo sui migranti e le incomprensioni plateali tra il presidente francese Macron e la presidente del Consiglio Meloni. Poi i toni minacciosi sempre sulle politiche migratorie senza presentare proposte concrete. Quindi il tira e molla sul Pnrr e sulla sua revisione. Palazzo Berlaymont (sede della Commissione) aveva invitato "fortemente" a presentare le modifiche entro aprile, Roma ha risposto dicendo che si atterrà alle indicazioni originarie e aspetterà agosto. Il tutto mentre il giudizio sul lavoro del governo su questo punto è durissimo da parte della Commissione (il ministro Fitto smentisce di aver parlato con Buti, il capo di gabinetto del Commissario Gentiloni, ma resta il fatto che le valutazioni di quel gabinetto sul Piano italiano e le sue revisioni sono molto negative e pessimiste). La paura principale è che un fallimento italiano possa compromettere i passi in avanti compiuti dall’Unione a cominciare dall’istituzione di una prima forma di debito comune.
Poi ha fatto seguito l’ostruzionismo passivo sempre di Palazzo Chigi sulle correzioni da apportare alle concessioni per i balneari. Questioni su cui l’Unione europea è molto sensibile e sulla quale anche la Corte Ue ha emesso pochi giorni fa una bocciatura netta del provvedimento italiano. E infine il veto posto di fatto sul Mes (il Meccanismo di Stabilità). La Germania è davvero innervosita per la mancata ratifica da parte di Roma. Un passaggio essenziale per renderlo operativo in tutta Europa. Berlino è irritata soprattutto perché in quel testo ci sono anche degli strumenti per affrontare le crisi bancarie e non solo per salvare gli Stati dalla speculazione finanziaria.
Ecco il contesto complessivo che ha spinto il triangolo Bruxelles-Berlino-Parigi a lanciare un monito concreto. Non a caso il commento del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è stato prudente a differenza di quello delle forze politiche di destra. Ha ribadito che Di Maio non era il loro candidato ma ha evitato lo scontro diretto confermando che la scelta spetta solo all’Alto Rappresentante. Anche approfittando di alcune rigidità nelle procedure di nomina europee, gli uffici hanno fatto “resuscitare” la carta italiana. Nel caso specifico, infatti, Di Maio è stato valutato da un “panel” di esperti esterni che ha indicato l’ex ministro degli Esteri come il candidato migliore. Il “secondo” arrivato era Avramopoulos, in parte azzoppato dal coinvolgimento indiretto nell’inchiesta Qatargate esplosa a dicembre scorso. Borrell, insomma, per cancellare la “vittoria” di Di Maio avrebbe dovuto annullare la selezione e farne un’altra. Ma trovare una giustificazione a questa opzione sarebbe stato possibile benché un po’ arzigogolato. Risultato: è partito l’avvertimento a Roma. Ricordatevi che se esagerate, possiamo fare a meno di voi.