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Marco Tarchi, a 40 anni dalla chiusura de "La voce della fogna": "Fini ipocrita ma Meloni chiuda una anacronistica guerra sulle memorie"

Marco Tarchi 
La fanzine fu palestra culturale per molti "camerati". L'animatore, oggi politologo all'Università di Firenze, fu anche espulso dal Msi. "Dalla destra c'è un complesso di inferiorità verso la cultura di sinistra"
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Il titolo della rivista era una provocazione, una specie di verso al famoso coro ("fascisti, carogne - tornate nelle fogne") e quindi: La voce della fogna. Ci avete relegato lì? Eccoci. Ci volete qui per sempre? Vi sbagliate. Quaranta anni esatti dopo la chiusura della fanzine (sottotitolo: "giornale differente") che fu una palestra culturale per molti camerati, quel pezzo di mondo - la destra radicale - è al governo. Il creatore e principale animatore della Voce era Marco Tarchi, oggi raffinato politologo all'Università di Firenze. A un certo punto fu espulso dall'Msi: la rivista era troppo irriverente; e seppur da destra contestava il reducismo missino.

Non vi piaceva la nostalgia verso il Ventennio: secondo lei Meloni e FdI hanno fatto davvero i conti con il fascismo?
"Noi volevamo liberarci dalla tirannia di un modello di cui, negli ambienti neofascisti, non si sapeva né si voleva fare una seria critica. Volevamo portar…

Il titolo della rivista era una provocazione, una specie di verso al famoso coro ("fascisti, carogne - tornate nelle fogne") e quindi: La voce della fogna. Ci avete relegato lì? Eccoci. Ci volete qui per sempre? Vi sbagliate. Quaranta anni esatti dopo la chiusura della fanzine (sottotitolo: "giornale differente") che fu una palestra culturale per molti camerati, quel pezzo di mondo - la destra radicale - è al governo. Il creatore e principale animatore della Voce era Marco Tarchi, oggi raffinato politologo all'Università di Firenze. A un certo punto fu espulso dall'Msi: la rivista era troppo irriverente; e seppur da destra contestava il reducismo missino.

Non vi piaceva la nostalgia verso il Ventennio: secondo lei Meloni e FdI hanno fatto davvero i conti con il fascismo?
"Noi volevamo liberarci dalla tirannia di un modello di cui, negli ambienti neofascisti, non si sapeva né si voleva fare una seria critica. Volevamo portare quel microcosmo, che tale era all'epoca, verso un'evoluzione che gli consentisse di confrontarsi da pari a pari con la modernità; non pensavamo ad abiure. Non intendevamo passare da un'interpretazione del fascismo che non sapeva metterne in evidenza gli aspetti negativi ad un'altra non meno manichea che lo voleva, e lo vorrebbe, rappresentare come il regno del Male. Leggevamo e discutevamo De Felice, Mosse, Sternhell, non i libelli iper-ideologici e propagandistici che oggi vanno di moda in certe sinistre. Meloni e FdI non hanno dovuto confrontarsi con quel modello perché lo hanno semplicemente rimosso. Quarant'anni dopo, è comprensibile, anche se discutibile".

La scelta di La Russa di festeggiare il 25 aprile andando a Praga svela un po' quel nostalgismo che non va via e che a voi non andava giù?
"A me pare che confermi il tentativo di controbilanciare i sospetti di coltivare nostalgie fasciste con quelli, rivolti alla sinistra, di coltivare nostalgie comuniste. È un nuovo capitolo di una guerra delle memorie che non pare volersi estinguere e che a noi, già cinquant’anni fa, sembrava anacronistica".

Ma rispetto a questa polemica allora meglio le parole di Fini secondo lei?
"Non do giudizi, mi limito ad analisi...".

A lei non pare però che rispetto al passaggio da Msi ad An, FdI sul tema della memoria e della nostalgia abbia rifatto un passo indietro?
"No. Le scelte del Fini del 1994, che fino a pochi anni prima evocava l'avvento di un 'fascismo del 2000', mi sembrano più ipocrite ed opportunistiche di quelle attuali".

La voce della fogna, fosse ancora viva, potrebbe chiamarsi ancora tale? Allora vi descrivevate come "una generazione in cattività": che effetto le fa vedere la stanza dei bottoni?
"Essere al governo è importante. Ma non significa avere il comando di un paese, quando in settori che contano molto come la scuola, l'università, il giornalismo, il cinema, la scena musicale, il mondo degli affari, i sindacati le proprie idee non hanno fatto breccia e si è ancora considerati dei paria. E questo è quel che accade in Italia oggi. Gramsci lo aveva ben compreso: se non conquista la mentalità collettiva, il potere politico ha basi fragili".

Le vostre idee di allora hanno attraversato passaggi diversi della destra, dai campi Hobbit al mito di Tolkien, poi la generazione Atreju di Giorgia Meloni: ci sono dei temi imposti da FdI e dal governo che le sembrano diretta emanazione dell'esperienza della nuova destra?
"Molti lo pensano. Io no. La nostra visione dell'economia, della cultura, dei rapporti sociali, dell'ecologia, delle relazioni internazionali mi pare abbia scarsi riscontri nelle destre odierne. Ci sono affinità nel difendere alcuni principi conservatori sui temi etici, ma i nostri orizzonti erano di rottura nei confronti del consumismo, dell'individualismo liberale, del nazionalismo vecchio stampo, dell'atlantismo, della logica capitalistica. Non mi pare che ciò abbia a che fare con FdI".

Il ministro Sangiuliano ha ben presente il tema dell'egemonia culturale, la cita continuamente dicendo che la destra deve imporre la sua. La destra ha ancora davvero questo deficit secondo lei? O è una sorta di complesso di inferiorità?
"Altroché se ce l'ha. Non basta utilizzare una formula suggestiva, come 'contro-egemonia', per agire efficacemente in direzione di una riconquista della mentalità collettiva, in cui il progressismo ha ottenuto, soprattutto dal 1968 in poi, straordinari successi. È necessario proporre valori, idee, immagini in grado di scuotere positivamente le coscienze e suscitare consensi, soprattutto fra le giovani generazioni, che si vedono spesso proporre fin dai primi anni di scuola, e soprattutto nei licei e nelle università, modelli di tutt'altro segno. Per non parlare delle interpretazioni ideologiche dei fenomeni storici...".

Nel linguaggio utilizzato da Meloni e Fdi - i continui richiami a Nazione, Patria, destino - vede un neanche troppo criptico richiamo alle antiche radici?
"Il richiamo alle antiche radici, per essere tale, dovrebbe contenere l'aspirazione a riproporre un modello autoritario. Non credo che in Fdi qualcuno possa immaginare possibile un simile scenario. La retorica nazionalista serve a contrastare parole altrui: gli slogan no border e l'odio per le frontiere, l'elogio del cosmopolitismo e del multiculturalismo".

La vostra destra non era sicuramente filo-americana. Mentre Fdi è passata dal guardare con simpatia a Putin allo schierarsi in maniera netta con l'Ucraina e in generale con l'Occidente. Pensa sia stata una svolta sincera?
"Opportunismo e convinzioni, in questo caso, vanno a braccetto. Ma Meloni è sempre stata una ammiratrice degli Stati Uniti e della Nato, da buona allieva di Gianfranco Fini".