Meloni: “Non abbiamo bisogno di patenti di democrazia”
di Carmelo Lopapa , di Carmelo Lopapa"Partecipo al momento più alto delle celebrazioni di questo 25 Aprile, sono al fianco del presidente della Repubblica e del Senato all’Altare delle Patria. Cos’altro avrei dovuto fare per avere il patentino democratico dai custodi dell’antifascismo?". La vigilia della sua prima “Liberazione” da premier è stata lunga, si è protratta per giorni ed è stata lastricata da ostacoli e tensioni, per Giorgia Meloni. Lo si intuisce dal tenore dei colloqui avuti col gruppo di lavoro e con i ministri di FdI, in queste ore che hanno preceduto l’unico appuntamento ufficiale della giornata, a Piazza Venezia.
Le sortite della seconda carica dello Stato La Russa sulla Costituzione, la sua discutibile puntata a Praga, le parole del ministro-cognato Francesco Lollobrigida sulla “sostituzione etnica”, del resto, non hanno aiutato a rasserenare il clima, né ad agevolare la tanto invocata “pacificazione&rdq…
"Partecipo al momento più alto delle celebrazioni di questo 25 Aprile, sono al fianco del presidente della Repubblica e del Senato all’Altare delle Patria. Cos’altro avrei dovuto fare per avere il patentino democratico dai custodi dell’antifascismo?". La vigilia della sua prima “Liberazione” da premier è stata lunga, si è protratta per giorni ed è stata lastricata da ostacoli e tensioni, per Giorgia Meloni. Lo si intuisce dal tenore dei colloqui avuti col gruppo di lavoro e con i ministri di FdI, in queste ore che hanno preceduto l’unico appuntamento ufficiale della giornata, a Piazza Venezia.
Le sortite della seconda carica dello Stato La Russa sulla Costituzione, la sua discutibile puntata a Praga, le parole del ministro-cognato Francesco Lollobrigida sulla “sostituzione etnica”, del resto, non hanno aiutato a rasserenare il clima, né ad agevolare la tanto invocata “pacificazione”.
La prima presidente del Consiglio di destra non ritiene di dover ricercare alcuna legittimazione democratica. Oggi non deve essere e non sarà il suo “battesimo” repubblicano. Lo lascia intendere chiaramente. "Non ho imposto alcun diktat ai ministri e nemmeno ai parlamentari e ai dirigenti del mio partito - è il ragionamento della premier - tutti sono stati liberi di partecipare alle celebrazioni di una delle date più significative della storia della nostra Patria". L’amico ministro della Difesa e co-fondatore di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, al fianco del Capo dello Stato Mattarella a rendere omaggio nei luoghi simbolo della Resistenza, a Cuneo e Boves. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani alle Fosse Ardeatine, a Roma. Il responsabile del Viminale Matteo Piantedosi nella Castelvetrano appena liberata dal superlatitante Matteo Messina Denaro.
Poi, se qualcuno si aspettava che il capo del governo marciasse a Milano al fianco di Elly Schlein e dell’Anpi, beh, allora per Meloni siamo alle provocazioni. "Pensate solo ai problemi di ordine pubblico, alle contestazioni, magari agli incidenti", ha tagliato corto senza mai prendere in considerazione l’eventualità. Oggi l’inquilina di Palazzo Chigi renderà ancora più esplicito il suo giudizio storico sulla destra italiana che lei vuole incarnare con un’uscita, con molta probabilità scritta, fatta di parole soppesate fino a ieri una per una, raccontano i suoi. "Ho fatto votare alla maggioranza di governo ben due mozioni sul 25 aprile giovedì scorso, in cui il valore della Liberazione è stato ampiamente riconosciuto, cos’altro serviva per abbattere il muro del pregiudizio?", è uno dei ragionamenti di fondo.
E poco importa se nelle parole sue e dei suoi ministri, nelle mozioni sottoscritte della maggioranza si continui ad omettere una semplice parola: “Antifascista”. L’Italia è antifascista e anche il governo, che la guida e la rappresenta nel mondo, lo è.
La verità - che sta dietro al nervosismo e alle tensioni di questi giorni - è che Giorgia Meloni è rimasta in mezzo al guado. La fondatrice di Fratelli d’Italia appare divisa tra la necessità di restare se stessa - come ama dire sempre - di non tradire la sua storia politica, le sue origini, e dall’altra parte dall’esigenza di accreditarsi agli occhi delle cancellerie europee come leader conservatrice che ha fatto i conti con la storia e col passato. Di più: leader di una destra moderna che ambisce a dialogare, se non ad allearsi, col Partito popolare europeo, tra un anno. I riflettori internazionali sono accesi su di lei e sul Paese, in queste ore. Lei lo sa. E l’Italia appare come un grande nodo irrisolto tra passato e futuro.
In questo clima, la sferzata di Gianfranco Fini di domenica nel salotto televisivo di Lucia Annunziata è stata considerata da Meloni e da tutto lo stato maggiore del partito come un colpo sotto la cintola. Inatteso. Lo si capisce dalle poche dichiarazioni esplicite contro il fondatore di An (tra le quali, non a caso, quella del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida) e dalla sequenza di attacchi da destra alla conduttrice del programma, giusto per non infierire direttamente contro l’ex presidente della Camera. Colui che in fondo ha “inventato” e chiamato ai vertici delle istituzioni una giovanissima Giorgia tra il 2006 e il 2008. Ma Fratelli d’Italia viene da lei fondata nel dicembre 2012, assieme a Crosetto e La Russa, proprio in antitesi alla svolta di Fiuggi del lontano 1995, proprio per prendere le distanze dalla destra di An e di Fini ritenuta forse troppo europeista e lontana dai “valori” arcaici - Dio, Patria e Famiglia - ora ben rispolverati e portati fin nel cuore delle istituzioni.
Con i pochi gesti che compirà e con le parole che pronuncerà oggi, Giorgia Meloni vorrebbe sigillare nei cassetti il passato più ingombrante per occuparsi di cose "che interessano decisamente di più gli italiani: i fondi del Pnrr, i migranti, il taglio del cuneo fiscale, gli aiuti alle famiglie". Ma il fantasma non esorcizzato di quel passato rischia di inseguirla ancora.