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La linea del Piave di Meloni in un 25 aprile durato solo 10 minuti

I giochi di parole della presidente del Consiglio, né fascista né antifascista
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La fortuna della cerimonia di Stato per celebrare il 25 aprile è l'asciuttezza. Non c'è spazio per gli incisi, che hanno un peso notevole nella visione di Giorgia Meloni sulla Liberazione, anzi "festa della libertà" come la presidente del Consiglio ha proposto di definire la data in una lettera al Corriere della sera. Non si può ascoltare l'inno di Mameli - e allora le foibe? - né salire le scale dell'Altare insieme al presidente della Repubblica - e allora i crimini dei partigiani? - neppure deporre la corona lamentando altro: e allora i partigiani che volevano il comunismo? Alle 9 comincia la cerimonia e dieci minuti dopo è tutto finito, non c'è nemmeno il tempo per gli incisi, quelli sono tutti nella missiva al Corsera.

I cortei di auto…

La fortuna della cerimonia di Stato per celebrare il 25 aprile è l'asciuttezza. Non c'è spazio per gli incisi, che hanno un peso notevole nella visione di Giorgia Meloni sulla Liberazione, anzi "festa della libertà" come la presidente del Consiglio ha proposto di definire la data in una lettera al Corriere della sera. Non si può ascoltare l'inno di Mameli - e allora le foibe? - né salire le scale dell'Altare insieme al presidente della Repubblica - e allora i crimini dei partigiani? - neppure deporre la corona lamentando altro: e allora i partigiani che volevano il comunismo? Alle 9 comincia la cerimonia e dieci minuti dopo è tutto finito, non c'è nemmeno il tempo per gli incisi, quelli sono tutti nella missiva al Corsera.

I cortei di auto lasciano piazza Venezia passando sotto il balcone del Palazzo dove il Duce teneva la luce accesa anche di notte per testimoniare agli italiani la sua presunta indefessa attività per la nazione. Sciolti corazzieri e banda, se ne va il presidente della Camera Lorenzo Fontana; se ne va il ministro della Difesa Guido Crosetto, che accompagnava il picchetto d'onore per il saluto a Mattarella - il capo dello Stato è atteso a Cuneo per un'altra cerimonia di omaggio alla Resistenza; se ne va soprattutto il presidente del Senato, quello che "l'antifascismo non è in Costituzione" e "a via Rasella fu colpita una banda di anziani musicisti altoatesini", atteso a Praga per un omaggio a Ian Palach che si diede fuoco in piazza per protestare contro l'invasione sovietica. A suo modo, anche questo è un notevole inciso: festeggiare un martire dell'anticomunismo nel giorno della liberazione dal nazifascismo.  

Resta nella piazza vuota il contrasto tra la sobrietà della cerimonia e gli equilibrismi sulle parole. "Libertà" anziché Liberazione. "Patrioti" anziché partigiani. "Il tempo ci ha ribattezzati Partigiani, ma noi eravamo Patrioti, io lo sono sempre stata e lo sono ancora", scrive Meloni citando le parole della partigiana Paola Del Din, "che durante la Resistenza combatteva con le Brigate Osoppo, le formazioni di ispirazione laica, socialista, monarchica e cattolica". Partigiani suona divisivo. Patrioti, come Meloni.

È, comunque, il primo 25 aprile in cui la destra figlia del postfascismo partecipa alle celebrazioni. Nella Seconda Repubblica non succedeva. Alle Fosse Ardeatine, dietro il ministro degli Esteri Antonio Tajani che dichiara sull'eroismo del colonnello Cordero di Montezemolo, prigioniero a via Tasso e poi assassinato alle Fosse, ci sono Fabio Rampelli, capo di Meloni ai tempi della comunità dei Gabbiani, che rivendica di aver dismesso per primo ogni nostalgia per il fascismo, come se l'abolizione della nostalgia fosse sinonimo di antifascismo. C'è pure la sottosegretaria Isabella Rauti, che nel dicembre scorso celebrò l'anniversario della fondazione del Movimento sociale italiano, il partito che traghettò i fascisti dal regime alla Repubblica fondata sull'antifascismo, con una dichiarazione agghiacciante, in senso letterale: "Le radici non gelano". Manca ovunque, a proposito di parole, quella invocata da Gianfranco Fini: antifascismo.

Il 25 aprile di Fratelli d'Italia punta sulla concordia nazionale - questa è la parola d'ordine - con un elenco di torti e ragioni quasi equamente suddivisi, il fascismo "conculcò la libertà e la democrazia", tuttavia i partigiani uccisero anche dopo il 1945 e i missini furono esclusi dalla dialettica politica. Senza aggiungere però che, la Costituzione oggi lodata dalla presidente del Consiglio, i missini non la scrissero perché semplicemente non la condividevano: era l'atto notarile della loro disfatta politica e morale. "Io la parola fascista ce l'ho scritta in fronte", diceva ancora nel 1987 il leader Giorgio Almirante, in cima al pantheon del partito che ha ottenuto la maggioranza relativa alle ultime politiche, argomento che Meloni non manca di usare per mettere a tacere i critici. Altro escamotage dialettico: e che siamo, tutti fascisti?  

Non rinnegare e non restaurare, diceva Almirante. Meloni non rinnega e non restaura, e nel suo tentativo di avvicinare la destra italiana a quella europea, nel sogno di spezzare il bipolarismo europeo alleando i suoi Conservatori con il Partito popolare europeo, si attesta sulla sua personale linea del Piave: non siamo fascisti, non siamo antifascisti. Al socialdemocratico tedesco Martin Schulz non basta ("Una donna che pretende di guidare un Paese del G7, una delle più grandi nazioni industrializzate del mondo, una pietra miliare dell'Unione Europea, e che non prende le distanze dal fascismo, per me perde ogni credibilità", ha detto a Repubblica l'ex presidente del Parlamento europeo). Più importante sarà capire cosa ne pensa Manfred Weber, capo dei Popolari.  

Per ora bisogna accontentarsi di questi passi laterali, come quello del ministro Francesco Lollobrigida che per cavarsi d'impaccio pesca nella più abusata retorica da manuale di conversazione revisionista, "il fascismo degli antifascisti": sapete cosa diceva Pasolini? Non li avete letti Flaiano e Sciascia? Per chi non li ha letti c'è sempre Luciano Violante, che nel suo discorso da insediamento da presidente della Camera, era il 1996, ricordò "i ragazzi di Salò" e Meloni gliene rende merito.  

Per capire lo sforzo, tale è, del gruppo dirigente di FdI bisogna metterlo a paragone delle dichiarazioni di Rachele Mussolini, nipote del Duce e consigliera comunale a Roma: "Ho massimo rispetto per la festa del 25 aprile ma ho l'onestà intellettuale di dire, che nonostante mi rispecchi nei valori della democrazia e sia assolutamente contraria a qualsiasi forma di totalitarismo e dittatura che sia nazista, fascista o comunista, non lo festeggio". Per me, aggiunge Mussolini, "questa data è una giornata di riflessione", e non è nemmeno poca cosa se si pensa che nei cortei del Fronte della gioventù, ancora agli inizi degli anni Novanta, la Liberazione era il giorno della grande sconfitta e i giovani camerati intonavano così l'orgoglio dei vinti: "Il 25 aprile/è nata una puttana/e l'hanno battezzata/Repubblica italiana". Ora, almeno, è il giorno che ha ridato agli italiani "democrazia e della libertà". Le stesse che Meloni invoca per l'Ucraina e su questo, a onore del vero, sono altrove le contorsioni, le arrampicate per lasciare gli ucraini al ruolo di vittime sacrificali di Mosca mentre a Roma si festeggia la Resistenza, la nostra, ché per qualcuno a sinistra quella altrui è resistenza minuscola, "per procura".