Scontro sulle nomine nelle magistrature: il M5S punta su Bonafede, il Pd non lo vota
di Liana Milella , di Liana MilellaROMA - Alfonso Bonafede, l'ex Guardasigilli di M5S, colui che ha portato Giuseppe Conte in politica, non ricandidato alla Camera dopo due legislature già fatte secondo la dottrina Grillo che Conte non ha contestato, vittima degli strali di Matteo Renzi che su di lui ha fatto cadere il Conte due, proprio oggi è al centro di una nuova diatriba politica. Perché il suo partito lo vuole nel Consiglio di presidenza della giustizia tributaria. Il primo obiettivo sarebbe stato il Consiglio di Stato, ma lui non ha i 20 anni necessari di esercizio della professione di avvocato, mentre i dodici che ha gli consentono di entrare nel Consiglio della giustizia tributaria. Ma come sempre, quando c'è lui di mezzo, è di nuovo scontro. Perché Conte sul suo nome fa muro, mentre il Pd si mette di traverso e si rifiuta di votarlo.
Ma non è tutto qui l'ennesimo scontro tra maggioranza e opposizione anche sulle dodici nomine - sei alla Camer…
ROMA - Alfonso Bonafede, l'ex Guardasigilli di M5S, colui che ha portato Giuseppe Conte in politica, non ricandidato alla Camera dopo due legislature già fatte secondo la dottrina Grillo che Conte non ha contestato, vittima degli strali di Matteo Renzi che su di lui ha fatto cadere il Conte due, proprio oggi è al centro di una nuova diatriba politica. Perché il suo partito lo vuole nel Consiglio di presidenza della giustizia tributaria. Il primo obiettivo sarebbe stato il Consiglio di Stato, ma lui non ha i 20 anni necessari di esercizio della professione di avvocato, mentre i dodici che ha gli consentono di entrare nel Consiglio della giustizia tributaria. Ma come sempre, quando c'è lui di mezzo, è di nuovo scontro. Perché Conte sul suo nome fa muro, mentre il Pd si mette di traverso e si rifiuta di votarlo.
Ma non è tutto qui l'ennesimo scontro tra maggioranza e opposizione anche sulle dodici nomine - sei alla Camera e sei al Senato - bloccate ormai da mesi proprio per mancanza di un accordo. Oggi doveva essere il giorno giusto, con votazioni contemporanee tra Camera e Senato. Ma s'è capito subito che la partita andava a finire male. Perché a bloccare tutto è il Pd che contesta duramente il metodo della maggioranza, una sorta di "pigliatutto", proprio come è già accaduto per il Csm. E proprio al Senato, dove parte il voto mentre la Camera è bloccata dalla sconfitta della maggioranza sul Def, il capogruppo del Pd Francesco Boccia annuncia che il suo gruppo esce dall'aula e attacca la maggioranza: "Si sta consumando una grave rottura delle prassi e di tutti i precedenti e per questo non partecipiamo al voto perché non è mai successo fino a oggi che la maggioranza decidesse anche per l'opposizione".
Ciononostante la votazione parte, il presidente del Senato Ignazio La Russa dà il via, e subito vengono eletti Giorgio Fiorenza e Alessio Lanzi, quest'ultimo ex consigliere laico del Csm in quota Forza Italia e avvocato milanese, per il Consiglio della giustizia tributaria. Ce la fanno con 111 voti e 24 astensioni, mentre parte la "chiama" per gli altri due componenti del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti. Ma qui non c'è il voto elettronico, ma un appello nominale con i sì e i no sui nomi proposti. Vengono eletti con 106 voti Giovanni Doria, professore ordinario di Istituzioni di Diritto Privato all'università di Tor Vergata, e l'avvocata civilista Carmela Margherita Rodà. Sempre assente il Pd. Nuova convocazione domani in coda al nuovo voto sul Def per gli ultimi due componenti del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti. Scontato che il Pd non sarà in aula, si voterà, come dice La Russa, "con i catafalchi", cioè con le urne dove depositare un voto cartaceo.
Inviperiti sin dal primissimo pomeriggio i capigruppo dem della Camera Chiara Braga e del Senato Boccia. Non solo decisi a non votare Bonafede, andando all'ennesimo strappo con il M5S, ma furibondi con la maggioranza. Tant'è che viene convocata d'urgenza la capigruppo di palazzo Madama. Mentre salta la possibilità di votare direttamente online tutti i nomi, e si profila la strada ben più rischiosa delle schede cartacee con i nomi indicati in precedenza. E domani si voteranno gli altri sei nomi mancanti anche alla Camera dopo il nuovo voto sul Def.
Doppio il nodo del contendere. Innanzitutto proprio la maggioranza ha deciso di pigliarsi - come dice una qualificata fonte dem - "addirittura il 75% dei candidati, 9 su 12, lasciandone solo tre alle opposizioni, "una cosa che non s'era mai vista - sostengono al Pd - quando di mezzo c'è una rappresentanza istituzionale come quella dei consigli di presidenza delle magistrature". Ma proprio com'è avvenuto già per la scelta dei consiglieri laici del Csm, il Pd non accetta neppure le scelte tutte al "maschile", "senza alcun rispetto per il principio della parità di genere". Da qui alla decisione di non partecipare al voto in queste condizioni politiche il passo è breve. Dice la vice presidente Dem del Senato Anna Rossomando che "la maggioranza, con una forzatura senza precedenti, prova ad accaparrarsi tutte le designazioni dei componenti dei consigli delle giurisdizioni amministrative, contabili e amministrative, in spregio a qualsiasi principio di condivisione e di rappresentanza, non rispettando la parità di genere. Un gesto di arroganza che arriva proprio nel giorno in cui la destra cade fragorosamente alla Camera, sullo scostamento di bilancio, anche questa una prima assoluta".
Del resto, dai nomi in lizza, è evidente la linea di tendenza della maggioranza. Per il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa - di cui ha fatto parte Conte prima di entrare in politica - ecco, per la Lega, l'ex senatore Francesco Urraro (passato al Carroccio da M5S), non rieletto a settembre scorso candidato alla Camera. Alla Camera Azione punta sul sindaco di Cinisi Gianni Palazzolo. E poi ecco Bonafede per il M5S. Mentre il Pd non ufficializza alcun nome proprio per lo scontro in atto.