Metropol, i nodi irrisolti: quell’incontro segreto di Salvini e il filo rosso con l’ambasciata
di Giuliano Foschini , Fabio Tonacci , di Giuliano Foschini, Fabio TonacciDice dunque Matteo Salvini: "Ora che l'inchiesta sui presunti fondi russi è stata archiviata, aspettiamo le scuse di tanti e prepariamo le querele per molti". Il leader della Lega dà per morta l'intera vicenda, nei suoi risvolti giudiziari e in quelli politici. Di più: la considera una montatura, tesa ad affossare lui che all'epoca dell'incontro al Metropol era ministro dell'Interno. In questo confortato da Gianluca Savoini, il suo uomo di fiducia a Mosca, che liberato dalle accuse della procura milanese ora parla di "macchinazione mediatica, internazionale e anche politica italiana". Epperò, né Salvini né Savoini hanno chiarito i buchi neri di una faccenda - la tentata compravendita di una partita milionaria di petrolio - che non finisce a processo solo perché sbattuta sul muro di gomma russo: il governo di Mosca non ha mai risposto alla rogatoria italiana che doveva servire ai pm per identificar…
Dice dunque Matteo Salvini: "Ora che l'inchiesta sui presunti fondi russi è stata archiviata, aspettiamo le scuse di tanti e prepariamo le querele per molti". Il leader della Lega dà per morta l'intera vicenda, nei suoi risvolti giudiziari e in quelli politici. Di più: la considera una montatura, tesa ad affossare lui che all'epoca dell'incontro al Metropol era ministro dell'Interno. In questo confortato da Gianluca Savoini, il suo uomo di fiducia a Mosca, che liberato dalle accuse della procura milanese ora parla di "macchinazione mediatica, internazionale e anche politica italiana". Epperò, né Salvini né Savoini hanno chiarito i buchi neri di una faccenda - la tentata compravendita di una partita milionaria di petrolio - che non finisce a processo solo perché sbattuta sul muro di gomma russo: il governo di Mosca non ha mai risposto alla rogatoria italiana che doveva servire ai pm per identificare chi fossero i pubblici ufficiali terminali della presunta mazzetta.
Rimane un mistero quindi chi sia quel "kappa" che spunta nelle conversazioni tra due dei commensali del Metropol, l'imprenditore Francesco Vannucci e l'avvocato Gianluca Meranda, che viene descritto come l'interlocutore russo che - secondo il Gip - ha patrocinato l'operazione, chiedendo "i dettagli del piacere che i russi avrebbero dovuto fare alla Lega". Forse era Kostantin Kosachev, senatore del Consiglio federale della Federazione russa, o forse l'imprenditore Konstantin Malofeev.
E soprattutto rimane un mistero anche l'incontro riservato, ma accertato dai magistrati, che Salvini ebbe a Mosca con Dmitry Kozac, il vice ministro russo responsabile per l'energia e l'industria. Ne parlavano in chat Meranda e Savoini. Si tenne fuori dall'agenda ufficiale il 17 ottobre 2018, il giorno prima della tavolata al Metropol in cui vennero discussi i dettagli dell'operazione petrolio, mai andata in porto per la diffidenza di chi avrebbe dovuto acquistare i barili di greggio. Kozac è partner dello studio legale di Vladimir Pligin, vicepresidente della commissione per gli affari internazionali del partito di Putin: proprio quel Pligin che controllava la Agency of direct investments, di cui uno dei commensali del Metropol, Ilya Yakunin, guardacaso era membro. "L'esito delle indagini era scontato, l'ipotesi accusatoria era inconsistente", ribatte Lara Pellegrini, legale di Savoini.
Ma la questione Metropol non è la sola sulla quale si attende chiarezza dal ministro Salvini. Restano oscuri i suoi rapporti con Antonio Capuano, l'avvocato napoletano con un passato in Forza Italia ed entrature tra Mosca e il Medioriente, che la scorsa estate stava organizzando la trasferta di Salvini in Russia. Non era una visita qualsiasi, ma la prima volta di un politico occidentale, con un ruolo di governo, alla corte di Putin nel mezzo della guerra in Ucraina. A Mosca erano pronti ad accoglierlo ma la pubblicazione su Repubblica dell'imminente partenza, seguita dalle inevitabili polemiche, convinse Salvini a non salire su quel volo. Tutto, però, era già stato fatto: compreso l'acquisto dei biglietti aerei effettuato, come ricostruito dalla nostra intelligence, con la carta di credito di un funzionario dell'ambasciata russa, il primo segretario Oleg Kostyukov, figlio di Igor, il direttore del Gru, il servizio militare russo. Uno degli uomini più vicini a Vladimir Putin. Salvini ha sempre sostenuto di non essere a conoscenza della modalità di pagamento di quei biglietti. E che si era trattata soltanto una maniera per velocizzare i tempi, suggerita da Capuano. Ma resta un mistero il perché il leader di un partito di governo (allora a Palazzo Chigi c'era Draghi) avesse bisogno di un avvocato faccendiere per tenere i contatti con l'ambasciata russa.
In quelle ore Kostyukov si interessò anche al futuro del Governo ("ma i ministri leghisti hanno intenzione di farlo cadere?" chiese a Capuano). E non era certo uno sconosciuto per l'Italia: da sempre monitorato dal nostro controspionaggio perché considerato un agente più che un funzionario diplomatico, nel 2014, proprio nei giorni in cui Salvini incontrava a Milano Putin per un convegno, fu oggetto - come ha ricordato Domani - di una segnalazione sospetta da parte di Bankitalia. In poche ore movimentò 125mila euro in contanti: gli ispettori non sono stati in grado di ricostruire però a cosa quel denaro dovesse servire.