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Furbetti del reddito di cittadinanza, il governo fa rivivere il vecchio reato ma solo dopo quattro mesi

Nella bozza del decreto lavoro tre righe criptiche ripristinano la norma cancellata. E ne creano una nuova per chi percepirà il reddito d'inclusione. Ma nel frattempo molti processi sono saltati. Il giurista Gatta: "Un pasticcio nel pasticcio, con una soluzione a dir poco curiosa" 
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ROMA - Alla buon'ora. Il governo, nel decreto lavoro, ripristina il reato per i "furboni"  che hanno approfittato del reddito di cittadinanza spacciando una "povertà" del tutto fittizia. A fine dicembre, quando con la legge di bilancio l'esecutivo di Giorgia Meloni ha deciso di cancellare il reddito grillino e di sostituirlo con quello "d'inclusione", nella fretta politica di abrogare, è saltato anche l'obbligo di esercitare l'azione penale per i furbetti del reddito. Repubblica l'ha scoperto - era il 26 febbraio - e ha denunciato il grave errore commesso. Perché eliminare la norma penale voleva dire fare un regalo a chi aveva approfittato del reddito di cittadinanza pur senza averne i requisiti. A denunciarlo subito a Montecitorio con un'interrogazione è la Dem Debora Serracchiani.

E sempre su Repubblica era stato il giurista Gian Luigi Gatta, docente di diritto penale alla Statale di Mil…

ROMA - Alla buon'ora. Il governo, nel decreto lavoro, ripristina il reato per i "furboni"  che hanno approfittato del reddito di cittadinanza spacciando una "povertà" del tutto fittizia. A fine dicembre, quando con la legge di bilancio l'esecutivo di Giorgia Meloni ha deciso di cancellare il reddito grillino e di sostituirlo con quello "d'inclusione", nella fretta politica di abrogare, è saltato anche l'obbligo di esercitare l'azione penale per i furbetti del reddito. Repubblica l'ha scoperto - era il 26 febbraio - e ha denunciato il grave errore commesso. Perché eliminare la norma penale voleva dire fare un regalo a chi aveva approfittato del reddito di cittadinanza pur senza averne i requisiti. A denunciarlo subito a Montecitorio con un'interrogazione è la Dem Debora Serracchiani.

E sempre su Repubblica era stato il giurista Gian Luigi Gatta, docente di diritto penale alla Statale di Milano e direttore della rivista Sistema penale, a esprimere tutta la sua meraviglia e il suo dissenso per la norma cancellata. Aveva parlato di "una svista grave e irragionevole", perché tale era questa "abolitio criminis". Peraltro di sapore politico contraddittorio, perché se critichi e poi elimini  il reddito, allora devi "salvare" il reato che punisce chi ne ha approfittato, perché questo significa che la legge e soprattutto la sua applicazione non contenevano le necessarie garanzie per evitare assegnazioni improprie.

Ma tant'è. I giuristi e le opposizioni denunciano subito la gravità della cancellazione del reato ma il governo dorme. E si sveglia solo adesso quando nel frattempo proprio l'abrogazione ha prodotto le sue conseguenze. Stiamo parlando di ben quattro mesi in cui i magistrati, cancellato il reato, non sapevano neppure cosa fare. Tre righe adesso, all'articolo 8 della bozza del decreto lavoro che domani va in consiglio dei ministri, stabiliscono il passo indietro. Testo proprio da addetti ai lavori, quasi l'obiettivo sia quello di passare inosservati: "Al beneficio di cui all'articolo 1 del decreto legge 28 gennaio 2019 numero 4, convertito con modificazioni dalla legge 28 marzo 2019, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui all'articolo 7 del medesimo decreto legge, vigenti alla data in cui il beneficio è stato concesso, per i fatti commessi fino al 31 dicembre 2023".

Gatta legge il testo e commenta: "L'abrogazione della norma è stata un pasticcio, com'è subito risultato chiaro ai giuristi. Ora, per rimediare a quel pasticcio, il governo interviene con una norma transitoria che rende applicabile quella abrogata ai fatti commessi fino alla fine dell'anno. È una soluzione a dir poco curiosa: il governo non torna indietro sui propri passi escludendo la norma penale da quelle cancellate dalla legge di bilancio, ammettendo così l'errore, ma stabilisce che quella norma, che resta abrogata, si applicherà in futuro per i fatti commessi fino al 31 dicembre 2023: una soluzione macchiavellica e giuridicamente contorta. Meglio sarebbe stato riconoscere l'errore, che può capitare, e ripararlo in modo lineare". E soprattutto senza aspettare quattro mesi e lasciare i magistrati di fatto senza una norma pur in presenza di reati commessi magari già sotto processo. 

E invece - ovviamente - non va affatto così. Ma cos'è successo in questi quattro mesi di "buco" giuridico? È sempre Gatta a segnalare il problema: "L'inopinata abrogazione della norma penale ha creato il caos nei palazzi di giustizia: processi rinviati all'anno prossimo con la conseguenza di far decorrere così i termini di prescrizione del reato, in attesa di vedere se e cosa avrebbe fatto il governo; restituzione degli atti al pm da parte dei gip, perché la norma è stata abrogata (è successo a Roma, dove la procura ha presentato ricorso in Cassazione per l'abnormità della decisione) e, addirittura, sentenze di non luogo a procedere per difetto di una ragionevole previsione di condanna, visto che la norma era stata abrogata (è successo a Napoli)".

E adesso, con il passo del governo, che succede? Ci sono quelli usciti definitivamente dal processo e "salvati" dal buco normativo. Ci saranno molte impugnazioni da parte delle procure con la conseguenza di aver più processi in barba alla stretta sui numeri del Pnrr.  Di sicuro molto processi sono già stati rinviati o all'anno prossimo, perdendo così un anno di tempo in cui la prescrizione corre e con il rischio che anche questi finiscano nel nulla.