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Pd e Movimento 5 stelle di nuovo ai ferri corti: lite sulle Bicamerali

I due leader si sono sentiti nel corso dell'ultima settimana, schiarita solo sul Molise. I dem tentati dallo strappo al voto sulle commissioni
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ROMA - L'ultimo banco di prova, gli incarichi della giustizia tributaria col ripescaggio dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, è stato un fiasco. Pd da una parte, M5S dall'altra, insieme alla destra. E la prossima mano di nomine potrebbe acuire i dissapori nel fronte giallorosso. In ballo ci sono le commissioni Bicamerali. L'Antimafia, la Semplificazione, gli Affari regionali. Le presidenze sono appannaggio della maggioranza, ma il Pd, a questo punto, sembra tentato di fare l'en plein sui posti da vice, senza lasciare briciole ai grillini. Per mandare un segnale ed evitare altri sgarbi. Il clima fra il Nazareno e Campo Marzio, quartier generale dei 5 Stelle, è teso. I pontieri - cioè i due capigruppo al Senato, Francesco Boccia per i dem e Stefano Patuanelli per conto dell'ex premier - sono all'opera, ma il lavoro di ricucitura finora non ha dato i suoi frutti. Servirà tempo.

Per tutta la settimana appena trascorsa a Montecito…

ROMA - L'ultimo banco di prova, gli incarichi della giustizia tributaria col ripescaggio dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, è stato un fiasco. Pd da una parte, M5S dall'altra, insieme alla destra. E la prossima mano di nomine potrebbe acuire i dissapori nel fronte giallorosso. In ballo ci sono le commissioni Bicamerali. L'Antimafia, la Semplificazione, gli Affari regionali. Le presidenze sono appannaggio della maggioranza, ma il Pd, a questo punto, sembra tentato di fare l'en plein sui posti da vice, senza lasciare briciole ai grillini. Per mandare un segnale ed evitare altri sgarbi. Il clima fra il Nazareno e Campo Marzio, quartier generale dei 5 Stelle, è teso. I pontieri - cioè i due capigruppo al Senato, Francesco Boccia per i dem e Stefano Patuanelli per conto dell'ex premier - sono all'opera, ma il lavoro di ricucitura finora non ha dato i suoi frutti. Servirà tempo.

Per tutta la settimana appena trascorsa a Montecitorio le opposizioni hanno litigato sulle nomine per il consiglio di presidenza della Giustizia tributaria. I 5 Stelle, è noto, spingevano per Bonafede, col benestare della destra. I dem invece hanno fatto muro, per una questione di principio: troppi pochi posti alle minoranze (appena 3 su 12) e nessun rispetto della parità di genere. A quel punto, per provare a trovare la quadra, Giuseppe Conte e Elly Schlein hanno deciso di chiamarsi direttamente. Per provare a risolvere. Tentativo fallito. Clic.

Resta solo tanto nervosismo. "Sarà per la prossima". I dem difatti hanno scelto la via dell'Aventino: tutti fuori dall'Aula al momento del voto. I contiani invece hanno votato e fatto eleggere Bonafede. Al Nazareno sono rimasti indispettiti, non a caso proprio Boccia subito dopo ha invitato pubblicamente i 5 Stelle a "non umiliarsi per le poltrone". Non è uno strappo, ma la ruggine resta. Anche se sabato c'è stata un'altra chiamata, stavolta più cordiale, sempre fra la leader Pd e il capo dei 5 Stelle, per chiudere sull'alleanza alle Regionali del Molise, in programma a giugno: la segretaria alla fine ha avallato il candidato contiano, il sindaco di Campobasso Roberto Gravina.

Poi, durante un comizio a Ivrea, si è augurata un patto per il Piemonte. Ma sarà dura: quel voto regionale sarà appaiato alle Europee, dove Pd e M5S faranno la gara a smarcarsi. E i nomi finora in lizza per i dem (Daniele Valle e Gianna Pentenero), non sembrano graditi all'altro fronte, fatta eccezione forse per Chiara Gribaudo, vicepresidente nazionale dem, che però non pare orientata a correre. Insomma, la relazione giallorossa procede con stop & go. Malumori e riconciliazioni.

La più diplomatica (ma solo pubblicamente) sembra essere Schlein, anche perché nei sondaggi per ora il Pd risale la china e non ha vantaggi ad apparire belligerante. Dunque prova a smorzare i toni. Esempio: a Schlein non sono piaciute le parole del presidente del M5S di una settimana fa, in cui definiva il Partito democratico "un partito di potere". Né il suo sì al referendum contro l'invio di armi all'Ucraina. Però ha dato l'ordine di scuderia ai suoi: non replicate.

Costruire l'alleanza però, soprattutto dopo le Europee, al Nazareno viene vista come una missione complicata. E non scontata, nonostante sia di tutta evidenza la convenienza per il campo del centrosinistra, se l'obiettivo alle prossime Politiche è scalzare Giorgia Meloni. Per ora però Schlein preferisce parlare di proposte, più che dei compagni di viaggio con cui realizzarle. E prepara una mobilitazione con i sindacati, contro il decreto lavoro. Magari lì si rivedrà con Conte.