✕

Sunak chiede la sponda di Meloni per il suo ministro della Difesa alla Nato. La premier prende tempo

(reuters)
La richiesta di appoggiare la nomina di Ben Wallace avanzata durante la recente visita a Downing Street
3 minuti di lettura

La richiesta, informale e per questo destinata a restare per adesso ufficiosa, è arrivata nel corso della visita di Giorgia Meloni a Londra. L’ha avanzata il premier britannico Rishi Sunak. I due sono amici e in sintonia, anche per la comune appartenenza alla famiglia dei conservatori. Il Regno Unito, in estrema sintesi, chiede al governo italiano il sostegno per una operazione che, soprattutto in questa fase, assume un valore non banale: la nomina di Ben Wallace, attuale ministro della Difesa britannico, a segretario generale della Nato.

La risposta della premier, si apprende, è stata cauta: ha preso tempo, promettendo di valutare l’opzione. Non si è insomma sbilanciata. E non l’ha fatto perché l’incastro che ruota attorno all’Alleanza è sempre più complesso e attiene al rapporto dei partner europei con Washington, ma dipende anche dagli equilibri in vista della definizione dei nuovi assetti istituzionali del 20…

La richiesta, informale e per questo destinata a restare per adesso ufficiosa, è arrivata nel corso della visita di Giorgia Meloni a Londra. L’ha avanzata il premier britannico Rishi Sunak. I due sono amici e in sintonia, anche per la comune appartenenza alla famiglia dei conservatori. Il Regno Unito, in estrema sintesi, chiede al governo italiano il sostegno per una operazione che, soprattutto in questa fase, assume un valore non banale: la nomina di Ben Wallace, attuale ministro della Difesa britannico, a segretario generale della Nato.

La risposta della premier, si apprende, è stata cauta: ha preso tempo, promettendo di valutare l’opzione. Non si è insomma sbilanciata. E non l’ha fatto perché l’incastro che ruota attorno all’Alleanza è sempre più complesso e attiene al rapporto dei partner europei con Washington, ma dipende anche dagli equilibri in vista della definizione dei nuovi assetti istituzionali del 2024 a Bruxelles.

Premessa obbligata: le fonti di governo ufficiali consultate mantengono un approccio molto cauto alla questione. Ammettono soltanto che nel colloquio a Downing street si è discusso del dossier della Nato, ma non confermano che i leader si siano sbilanciati sui nomi. In realtà, l’interesse del governo britannico a spingere un proprio uomo alla guida dell’Alleanza al termine del mandato dell’attuale segretario Jens Stoltenberg è concreto, molto concreto, stringente. E sarebbe stato oggetto del confronto tra la presidente del Consiglio e il leader conservatore. Con una richiesta chiara da parte di Sunak: sostenere il profilo di Wallace in una partita, quella per la guida della Nato, che diventa di ora in ora più complicata.

L’Italia non è una casella banale, in questo incastro. L’ipotesi che il governo Meloni possa indicare un proprio nome per il dopo Stoltenberg è circolata a lungo. L’ultimo profilo ad essere stato ipotizzato, in ordine di tempo, è quello autorevole del Capo di Stato maggiore della Difesa Giuseppe Cavo Dragone. Esistono però delle difficoltà che complicano la strada di Roma verso la Nato. Il primo è di forma: spesso, il segretario generale è di estrazione politica. Il secondo nodo è che i nomi con un curriculum istituzionale appartengono soprattutto al campo del centrosinistra, o comunque non sono espressione del mondo sovranista e di destra. Il terzo, forse quello più difficile da superare: non sembra probabile che gli americani in tempo di guerra concedano a un Paese con una tradizione multilaterale come l’Italia la guida della Nato, nel corso della crisi internazionale più grave degli ultimi decenni.

È un concetto che, almeno sotto un certo profilo, complica la corsa di un altro nome forte in pista: quello di Ursula von der Leyen. Pur essendo fortemente atlantica, la presidente della Commissione potrebbe scontare alcuni tentennamenti di Berlino negli ultimi quindici mesi di guerra. Senza contare che sempre Von der Leyen è tra i nomi ipotizzati anche per un bis al comando della Commissione.

Anche in questo caso, potrebbe scontare alcune difficoltà: divisioni interne alla famiglia popolare, oltre alle valutazioni del governo socialdemocratico di Olaf Scholz su un eventuale sostegno a questo schema. In ogni caso, per un’eventuale nomina di von der Leyen alla guida della Nato bisognerebbe realizzare una precondizione: una proroga di Stoltenberg di alcuni mesi, in modo da rendere possibile la staffetta. L’attuale presidente della Commissione, infatti, terminerà il proprio mandato dopo le elezioni europee che si terranno nel maggio del 2024, mentre quello del segretario della Nato scade a settembre del 2023. La sede in cui eventualmente sarà definita la proroga è il vertice Nato di Vilnius dell’11 luglio. Tra le resistenze all’opzione Von der Leyen alla guida dell’alleanza, si apprende, c’è anche quella dei polacchi, non del tutto convinti di questa soluzione. E la Polonia, per contiguità geografica al conflitto tra Russia e Ucraina - e grazie al rapporto privilegiato con Washington - non sembra un attore secondario.

Accanto a Wallace e Von der Leyen va registrato anche il tentativo del premier olandese Mark Rutte, sostenuto da alcune capitali del Nord Europa. Ma è evidente che l’ultima parola sarà quella degli americani, soprattutto in questa fase. È la ragione per la quale Wallace è un nome forte, visto il ruolo degli inglesi al fianco di Kiev e l’indissolubile legame con gli Stati Uniti. Anche se proprio per questi motivi il profilo del ministro della Difesa britannico presenta paradossalemente anche alcuni svantaggi: Wallace è un ex militare di 52 anni ed è il ministro europeo della Difesa che ha fornito più armi e aiuti a Kiev. Intervistato da Antonello Guerrera su Repubblica, ha usato parole dure contro Putin.  Si tratta insomma del politico forse più convintamente deciso a sostenere le ragioni dell’Ucraina in circolazione, dunque ingombrante nel caso in cui si aprisse uno spiraglio diplomatico con Mosca.

Sunak intende in ogni caso appoggiarlo. E punta a incassare il via libera di Roma, per allargare lo spazio del consenso. E Meloni, al termine del percorso di trattativa, non è escluso che accetti: rinunciando a combattere per la guida della Nato, potrebbe provare a contrattare una posizione italiana più forte all’interno del nuovo assetto che si stabilirà a Bruxelles nel 2024.