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Braccio di ferro tra Meloni e Haftar sugli arrivi dei migranti dalla Cirenaica

(ansa)
Il generale libico ieri a Roma ha visto Meloni e Tajani: sul tavolo lo stop alle partenze dai suoi territori e la guerra in Sudan
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ROMA - Il generale libico Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica e comandante del cosiddetto Esercito nazionale libico, è stato a Roma due giorni per incontrare con discrezione il ministro degli Esteri Antonio Tajani, mercoledì sera, e la premier Meloni ieri poco dopo mezzogiorno. Come dice la nota ufficiale del governo italiano — che riassume il poco che si sa della conversazione di due ore, perché non c’è stata una conferenza stampa e il generale è ripartito subito — l’argomento principale al tavolo era la crescita senza precedenti dell’immigrazione verso l’Italia.


La Cirenaica è un caso strano: a rigor di logica è più lontana dalle nostre coste e quindi non dovrebbe essere il punto di partenza preferito degli scafisti che spostano migranti verso l’Europa e inoltre è controllata in modo capillare dalle forze di sicurezza di Haftar, che mantengono l’ordine con la mano …

ROMA - Il generale libico Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica e comandante del cosiddetto Esercito nazionale libico, è stato a Roma due giorni per incontrare con discrezione il ministro degli Esteri Antonio Tajani, mercoledì sera, e la premier Meloni ieri poco dopo mezzogiorno. Come dice la nota ufficiale del governo italiano — che riassume il poco che si sa della conversazione di due ore, perché non c’è stata una conferenza stampa e il generale è ripartito subito — l’argomento principale al tavolo era la crescita senza precedenti dell’immigrazione verso l’Italia.


La Cirenaica è un caso strano: a rigor di logica è più lontana dalle nostre coste e quindi non dovrebbe essere il punto di partenza preferito degli scafisti che spostano migranti verso l’Europa e inoltre è controllata in modo capillare dalle forze di sicurezza di Haftar, che mantengono l’ordine con la mano pesante. Eppure secondo i dati del Viminale, nei primi quattro mesi dell’anno su sedicimila arrivi dalla Libia in Italia la maggior parte, circa diecimila, è partita dalle coste che appartengono al generale Haftar. Del resto basta ricordare lo scafo con cinquecento persone a bordo — quindi di grandezza rara rispetto al normale — partito dalla Cirenaica in direzione della penisola all’indomani della formazione del governo Meloni, come fosse un messaggio in codice.


In Libia il confine fra la rete degli scafisti che lucra sull’immigrazione e il potere politico e militare è sempre molto labile e ci sono interessi comuni. Anche a Bengasi, la città del settantanovenne generale che nel 2019 ha fallito la guerra per conquistare Tripoli e diventare il nuovo uomo forte della Libia e oggi, con meno risorse e meno alleati, deve trovare il modo di farsi ascoltare e di incassare. Haftar può decidere un prezzo, come del resto fanno anche altrove sulla costa della Libia.


Anche il secondo argomento trattato da Meloni e Haftar fa parte della stessa categoria di negoziato: la destabilizzazione del Sudan, dove da tre settimane c’è una guerra civile e dove ormai le due parti combattenti sono arrivate alla sesto tentativo di cessate il fuoco. C’è il sospetto che Haftar, colluso con il gruppo Wagner russo, stia aiutando i miliziani del generale Mohammed Hamdan Dagalo detto Hemeti e faccia passare dal suo territorio verso il Sudan carichi di armi — inclusi forse sistemi antiaerei per abbattere i jet governativi. Anche in questo caso Haftar è un interlocutore che può fare danni e quindi può provare a ottenere qualcosa in cambio quando si siede a un tavolo internazionale. Il conflitto in Sudan tra l’altro crea nuovi spostamenti di persone, in fuga da condizioni disperate.


Il terzo argomento invece è quasi una formula di rito: il governo italiano ha confermato il suo sostegno all’azione dell’Onu in Libia "nella rivitalizzazione del processo politico che possa portare ad elezioni presidenziali e parlamentari entro la fine del 2023". Ma per ora è un processo che va a rilento.