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Idea presidenzialismo, a giugno il testo. Meloni così copre i dossier più scomodi

Giorgia Meloni 
La sfida a Salvini e l’ipotesi di entrata in vigore differita per non fare sgarbi a Mattarella. Spunta una norma del governo per cambiare i cda dei teatri lirici
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ROMA - Primo paletto di Giorgia Meloni: Palazzo Chigi è disposta a trattare su una bicamerale o una costituente per le riforme, a patto però che almeno uno tra Pd e Movimento sostenga l’idea. In caso contrario, arriverà presto una proposta di maggioranza per l’elezione diretta dal presidente della Repubblica o del premier. "Un sistema stabile - è la sintesi della premier - e rispettoso della volontà dei cittadini". Secondo paletto: la riforma costituzionale – se mai vedrà la luce - prevederà una clausola che la faccia entrare in vigore soltanto al termine dell’attuale mandato di Sergio Mattarella. Terzo paletto: il presidenzialismo servirà a frenare la corsa verso l’autonomia di Matteo Salvini. Meloni intende infatti legare i destini dei due provvedimenti e non consentirà alla Lega di portare a casa il risultato più atteso prima delle decisive Europee del 2024. Con questi tre …

ROMA - Primo paletto di Giorgia Meloni: Palazzo Chigi è disposta a trattare su una bicamerale o una costituente per le riforme, a patto però che almeno uno tra Pd e Movimento sostenga l’idea. In caso contrario, arriverà presto una proposta di maggioranza per l’elezione diretta dal presidente della Repubblica o del premier. "Un sistema stabile - è la sintesi della premier - e rispettoso della volontà dei cittadini". Secondo paletto: la riforma costituzionale – se mai vedrà la luce - prevederà una clausola che la faccia entrare in vigore soltanto al termine dell’attuale mandato di Sergio Mattarella. Terzo paletto: il presidenzialismo servirà a frenare la corsa verso l’autonomia di Matteo Salvini. Meloni intende infatti legare i destini dei due provvedimenti e non consentirà alla Lega di portare a casa il risultato più atteso prima delle decisive Europee del 2024. Con questi tre pilastri in mente, la leader di Fratelli d’Italia si prepara a incontrare martedì prossimo le opposizioni. Non porterà nulla di concreto, né scoprirà le carte. Sonderà eventuali margini di covergenza. Poi, entro fine giugno, renderà noto il proprio progetto.


Questo il timing, questa la filosofia che ufficialmente guiderà le prossime mosse della premier. Poi però c’è la politica. È un terreno diverso, dove prevale soprattutto lo scetticismo rispetto alle reali chance di successo di un’operazione di trasformazione istituzionale così radicale. Tutti, nel centrodestra, sono consapevoli che grillini e dem difficilmente sosterranno la riforma. I margini di dialogo sembrano circoscritti ai pochi parlamentari del Terzo polo. E poi ci sono le sfide esistenziali come la riforma del Patto di stabilità, la guerra, il Pnrr: davvero la premier avrà la forza di cambiare la Carta mentre è alle prese con nodi così complessi? Ciononostante, ha scelto comunque di guidare le consultazioni.


La ragione risiede proprio nella necessità di cambiare narrazione alla seconda metà del 2023. Intende spostare l’attenzione dai dossier più scottanti - l’enorme incremento negli sbarchi e i ritardi sul Recovery – a due campi di gioco più favorevoli: le missioni internazionali nelle principali cancellerie e il dibattito sulle riforme. Le prossime settimane, allora, saranno segnate da numerosi viaggi interni e internazionali. Meloni toccherà almeno tre città italiane per la campagna delle comunali, ma volerà anche il 10 maggio a Praga, forse a Reykjavik per il Consiglio d’Europa, poi al G7 in Giappone. E poi c’è sempre la missione negli Stati Uniti, che la diplomazia italiana insegue da tempo e prova a fissare per l’inizio della terza decade di giugno. Ma il capitolo su cui batterà non poco la presidente del Consiglio resta quello delle riforme.


Meloni ha in mente un modello: un premierato forte, con un capo del governo eletto direttamente dal popolo. Su questo schema pensa di poter ottenere il consenso del Terzo polo. L’alternativa, cara alla destra, è quella del presidenzialismo. In entrambi i casi, uno degli effetti di un’eventuale approvazione di una riforma del genere sarebbe quello di ridimensionare i poteri e le prerogative dell’attuale Capo dello Stato. In privato, la leader ha assicurato che non intende entrare in conflitto in nessun caso con Sergio Mattarella. E che in ogni caso prevederà una clausola che permetta all’attuale settennato di concludersi. In realtà, la partita è assai più complessa. Gli appetiti dei sovranisti potrebbero investire anche il Colle. E nessun cavillo potrà nascondere l’eventuale sfida agli attuali assetti istituzionali.


Il cammino delle riforme non è comunque ancora neanche iniziato. Quello che conta, per il momento, è la volontà di Meloni di spostare il dibattito su terreni meno scomodi per l’esecutivo rispetto a migranti e rapporti con l’Europa. Spendersi per il premierato o il presidenzialismo - questo è il piano - significa mostrarsi capaci di decidere, incidere. E, dunque, cercare di arginare il calo nei sondaggi.

È la stessa ansia che ha ispirato Palazzo Chigi nel blitz con cui ha imposto la norma che decapita il vertice del teatro San Carlo di Napoli per far posto a Carlo Fuortes, in modo da consentire l’assalto meloniano in Rai. Con un effetto ulteriore, si apprende in queste ore: la norma varata con il decreto dell’altro ieri prevede anche la decadenza di tutti i membri dei consigli di indirizzo dei teatri lirici (i cda) che abbiano compiuto settant’anni. La tagliola scatterebbe di certo al termine del mandato del consiglio. E secondo alcune interpretazioni che circolano, potrebbe incidere anche in modo retrattivo su quelli in carica.

Soltanto nel cda della Scala di Milano, che scade nel 2025, ne farebbero le spese personalità del calibro di Giovanni Bazoli e Francesco Micheli (che rivestono l’incarico a titolo gratuito). La regia di questo codicillo sarebbe del ministero della Cultura di Gennaro Sangiuliano. Con effetti deflagranti sugli equilibri di istituzioni così importanti.