Berlusconi riappare ai suoi discepoli. E l'evento si fa subito messianico
di Stefano CappelliniSilvio Berlusconi riappare ai suoi fedeli e l'evento si fa subito volutamente messianico. Forza Italia, "la nostra religione laica", così dice il Cavaliere; gli azzurri, "i santi laici degli italiani", il racconto della fondazione del partito offerto ai discepoli come una parabola: la cacciata dei comunisti dal tempio. Quasi una autocanonizzazione, una Trevignano liberale dove si cita Benedetto Croce anziché la Madonna.
C'è insieme qualcosa di angosciante e di commovente nello sforzo di Berlusconi di non saltare troppe consonanti, di non rendere troppo celentaniane le pause per riprendere fiato, di non ridurre neanche di un pollice il sorriso catodico a tutto schermo, sorriso alla Mandrake, inteso come Proietti e non il mago, "l'Italia è il Paese che amo", prima si è autocitato e poi l'ha ridetto e, incredibile, funziona ancora.
Un umano, umanissimo memoriale per consegnare alla storia la sua personale …
Silvio Berlusconi riappare ai suoi fedeli e l'evento si fa subito volutamente messianico. Forza Italia, "la nostra religione laica", così dice il Cavaliere; gli azzurri, "i santi laici degli italiani", il racconto della fondazione del partito offerto ai discepoli come una parabola: la cacciata dei comunisti dal tempio. Quasi una autocanonizzazione, una Trevignano liberale dove si cita Benedetto Croce anziché la Madonna.
C'è insieme qualcosa di angosciante e di commovente nello sforzo di Berlusconi di non saltare troppe consonanti, di non rendere troppo celentaniane le pause per riprendere fiato, di non ridurre neanche di un pollice il sorriso catodico a tutto schermo, sorriso alla Mandrake, inteso come Proietti e non il mago, "l'Italia è il Paese che amo", prima si è autocitato e poi l'ha ridetto e, incredibile, funziona ancora.
Un umano, umanissimo memoriale per consegnare alla storia la sua personale versione della discesa in campo, un discorso tutto al passato dove però la parola futuro risuona troppe volte per considerarla solo una casualità oratoria, concepito per restituire un Berlusconi in purezza, con il suo immaginario anni Cinquanta di "donne che spolverano i mobili" mentre aspettano il ritorno dei maschi a casa, con la scena del passaggio in auto sotto la casa dell'infanzia, "la casa della felicità", il giorno prima della discesa in campo, una sequenza mezzo Gozzano e tutto Pupi Avati. Ma anche un Berlusconi forse involontariamente diverso, ferito davvero come mai prima, che parla dei comunisti come se Palmiro Togliatti fosse sbarcato l'altroieri a Salerno e poi ringrazia anche loro per aver partecipato al coro di auguri per la sua guarigione.
Su tutto traspare l'orgoglio di aver costruito la più grossa e resistente egemonia culturale del dopoguerra italiano. Spiega di aver vinto perché agli italiani ha offerto la narrazione vincente del Milan e il regalo della tv privata che permise di passare "le serate in famiglia con i nostri film e i nostri programmi". Perciò, anche quando ricorda gli intellettuali che lo affiancarono nella creazione di Forza Italia, Gianni Baget Bozzo, Antonio Martino, Giuliano Urbani, nella testa di chi c'era e di chi sa scorrono altri nomi, Mike Bongiorno, Corrado con Il pranzo è servito (partecipò da concorrente un giovane Matteo Salvini che alla voce professione si definì "nullafacente"), Raimondo Vianello ("Per la prima volta so per chi votare alle elezioni", disse in diretta pochi giorni prima del voto del 1994 e scoppiò un finimondo), Corrado Tedeschi e il suo Doppio slalom (Salvini partecipò anche qui, Matteo Renzi invece andò a La ruota della fortuna).
E quando Berlusconi saluta tutti con un "grande abbraccio", partono le musichette di Forza Italia, sulla falsariga dei programmi Fininvest, quelli con i pupazzi Five e Uan, "e Forza Italia, che siamo tantissimi...", e ai più anziani viene in mente la parodia con la 's' davanti, "le gocce da prendere...", è tutto inattuale e irresistibile, compreso il passaggio anti-cinese, "se la Cina ci invadesse non potremmo fare nulla", ennesimo capolavoro di autocontraddizione del Cavaliere, già presidente dei ricchi e presidente operaio, lo stesso che poche settimane fa concedeva al suo caro amico Vladimir Putin, fedele alleato di Pechino, di aver attaccato l'Ucraina per giustificata reazione e per insediare "un governo di persone perbene". Chissà se al buon Silvio qualcuno ha raccontato che i comunisti, quelli veri, i pochi rimasti, la pensano quasi tutti come lui.