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Riforme, lo strappo della destra: "Avanti anche senza opposizioni"

La premier Giorgia Meloni con il vicepremier Antonio Tajani 
Domani il vertice a Palazzo Chigi tra l'esecutivo e i gruppi di minoranza. Tajani: "Meglio il premierato, se si sfilano ci saranno i referendum e decideranno i cittadini". Ma nella maggioranza resta il nodo Autonomia. Fedriga: "Coinvolgere le Regioni"
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ROMA - A 24 ore dal vertice con le opposizioni, la destra scopre le carte. Il tavolo convocato domani dalla premier Giorgia Meloni per discutere di riforme è un bluff. La maggioranza, come aveva preannunciato la leader di FdI già in campagna elettorale, è pronta a fare da sola. Lo ha ripetuto ieri il vice-premier forzista Antonio Tajani. Già prevedendo un referendum, nel caso in cui l'operazione di modifica della Carta costituzionale non superasse il quorum grazie a un assist delle minoranze. "La Costituzione non è un dogma di fede", dice Tajani, ospite di Lucia Annunziata su Rai3. E dunque se l'opposizione si mettesse "sull'Aventino, noi andremo avanti, poi ci saranno i referendum e decideranno i cittadini". Si mostra un filo più conciliante il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che però si limita ad annunciare una "giornata di approfondimento" a Palazzo Madama e comunque chiosa cos&igrav…

ROMA - A 24 ore dal vertice con le opposizioni, la destra scopre le carte. Il tavolo convocato domani dalla premier Giorgia Meloni per discutere di riforme è un bluff. La maggioranza, come aveva preannunciato la leader di FdI già in campagna elettorale, è pronta a fare da sola. Lo ha ripetuto ieri il vice-premier forzista Antonio Tajani. Già prevedendo un referendum, nel caso in cui l'operazione di modifica della Carta costituzionale non superasse il quorum grazie a un assist delle minoranze. "La Costituzione non è un dogma di fede", dice Tajani, ospite di Lucia Annunziata su Rai3. E dunque se l'opposizione si mettesse "sull'Aventino, noi andremo avanti, poi ci saranno i referendum e decideranno i cittadini". Si mostra un filo più conciliante il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che però si limita ad annunciare una "giornata di approfondimento" a Palazzo Madama e comunque chiosa così: "Condivisione sulle riforme? Per lo meno si deve provare a fare in modo che ci sia". Andrebbe ricordato che l'impostazione del prendere o lasciare non ha mai portato bene, finora. Chiedere a Renzi e Berlusconi.

Anche in maggioranza sembra affiorare qualche resistenza. Mentre Meloni non ha ancora sciolto il nodo presidenzialismo-premierato, FI, sempre per bocca di Tajani, si dice più orientata sulla seconda opzione, l'elezione diretta del capo del governo. Sarebbe "la soluzione più gradita alla maggioranza dei partiti", sostiene il coordinatore di FI. Anche la Lega manda segnali. Ieri Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni in quota Carroccio, ha fatto sapere di avere scritto alla premier per chiedere un incontro sulle riforme.

Dentro FdI, ma anche nel partito di Silvio Berlusconi, in molti inquadrano la mossa come una reazione leghista per ricordare a Palazzo Chigi che non si può accelerare sul presidenzialismo, cavallo di battaglia dei meloniani, senza assicurare un iter veloce all'autonomia differenziata cara a Salvini. Dopo il varo in Cdm, la riforma di Calderoli è approdata in Senato. Con alcune difficoltà e distinguo sparsi, come quello messo a verbale l'altro ieri, dalla convention milanese di FI, dal presidente della Sicilia, Renato Schifani: "Il sì all'autonomia non è definitivo".

La lettera di Fedriga non nomina mai la parola presidenzialismo, ma solleva gentilmente perplessità. "Negli ultimi anni - si legge - la sovrapposizione di interventi normativi non sempre coordinati, unitamente alle mancate approvazioni dei disegni di legge di riforma costituzionale, hanno generato notevoli criticità", annota il presidente friulano. Proprio per questo "per le Regioni è da tempo avvertita l'esigenza di condividere i percorsi". Quindi accanto alla "soddisfazione per l'avvio delle riflessioni sulle riforme istituzionali", Fedriga chiede formalmente alla premier "un incontro con la Conferenza" dei governatori.

All'opposizione l'unica sponda a Meloni potrebbe arrivare dal Terzo polo, che domani si presenterà con una delegazione unitaria, Azione-Iv. A patto che, ha ricordato ieri Carlo Calenda, "non si tocchi la figura del Presidente della Repubblica". Mentre c'è un sostanziale sì "a rafforzare i poteri del premier" e magari avanzare un ragionamento sul "monocameralismo". Fra i centristi, l'ala renziana preferirebbe il modello del "sindaco d'Italia", con ballottaggio. Calenda non è contrario, ma è scettico sul doppio turno. Preferirebbe il cancellierato. L'opzione tedesca è gradita a un pezzo di Pd e ieri, a sorpresa, ha aperto anche il leader del Movimento, Giuseppe Conte. Ma al di là delle formule, sia dem che 5 Stelle si mostrano gelidi sulla possibilità di avviare una vera trattativa col governo. Lo stesso Conte è categorico: "Ci sono le premesse sbagliate per una stagione costituente, siamo contrari a stravolgimenti della Costituzione". Su questo sembra voler fare asse con Schlein, senza darlo troppo a vedere, perché in fin dei conti c'è sempre un derby fra giallorossi per la guida del centrosinistra. Nonostante il sorpasso del Pd nei sondaggi, Conte ieri in tv ha detto di non voler "cedere la leadership del campo progressista". Quanto all'asse col Nazareno, "non c'è una concreta prospettiva, almeno per ora, di un'alleanza strutturale". E tanti saluti al campo largo.