La spada nella roccia che seduce i leader: ecco come le riforme diventano maledizione
di Stefano CappelliniLe riforme costituzionali sono la spada nella roccia di quasi tutti i leader politici italiani degli ultimi trent’anni, convinti di poter ricavare dall’estrazione il dono di un potere effettivo e soprattutto duraturo. Ciascuno di loro partito con la convinzione di poter alzare al cielo la lama, sebbene attorno alla roccia siano in bella vista le targhe commemorative dei numerosi precedenti falliti: la bicamerale di Massimo D’Alema, il bipartitismo all’americana di Walter Veltroni, il “sindaco d’Italia” di Matteo Renzi e svariati inciampi minori. Ora è il turno di Giorgia Meloni, farà meglio dei predecessori?
Chissà se prima di cominciare il giro di incontri con i capi delle opposizioni qualcuno ha ricordato a Meloni una frase di Renzi: "Ho commesso l’errore di personalizzare il referendum sulle riforme". Frase contenente in sé una verità compresa in ritardo e un errore compiuto in anticipo: …
Le riforme costituzionali sono la spada nella roccia di quasi tutti i leader politici italiani degli ultimi trent’anni, convinti di poter ricavare dall’estrazione il dono di un potere effettivo e soprattutto duraturo. Ciascuno di loro partito con la convinzione di poter alzare al cielo la lama, sebbene attorno alla roccia siano in bella vista le targhe commemorative dei numerosi precedenti falliti: la bicamerale di Massimo D’Alema, il bipartitismo all’americana di Walter Veltroni, il “sindaco d’Italia” di Matteo Renzi e svariati inciampi minori. Ora è il turno di Giorgia Meloni, farà meglio dei predecessori?
Chissà se prima di cominciare il giro di incontri con i capi delle opposizioni qualcuno ha ricordato a Meloni una frase di Renzi: "Ho commesso l’errore di personalizzare il referendum sulle riforme". Frase contenente in sé una verità compresa in ritardo e un errore compiuto in anticipo: la verità è che l’ex segretario del Partito democratico ha senz’altro ragione di dolersi d’aver trasformato la riforma in una consultazione su sé stesso, e ben prima della campagna elettorale vera e propria, anzi a quel punto aveva già capito lo svarione e cercato invano di spostarsi dallo schermo e lasciare agli spettatori il film delle riforme; l’errore è la rimozione del fatto che, anche se Renzi avesse usato da subito altri toni e argomenti, forse non sarebbe cambiato molto: l’idea di trasformare il presidente del Consiglio nel “sindaco d’Italia”, un po’ con la legge elettorale e un po’ con l’abbattimento del bicameralismo, era fin dall’inizio sagomata su di lui come un Armani: cambiate la Costituzione e fatemi sindaco del Paese, era il messaggio chiaro a chiunque dal primo momento. Cambiate la Costituzione e fatemi presidente degli italiani, suona ora il messaggio di Meloni e resterebbe solo da capire, nel caso, se sempre “il” presidente o stavolta “la” presidente, ma sulle analogie con la riforma su misura di Renzi no, proprio non c’è alcun dubbio.
C’è sempre un misto di ambizione e presunzione dietro ogni tentativo e il confine tra le due è mobilissimo. Negli anni Novanta D’Alema puntava alla normalizzazione di Silvio Berlusconi e fu buggerato. Negli anni Zero Veltroni contava sulla complicità di Berlusconi, la democrazia dell’alternanza, un grande partito di qua e uno di là, solo che Veltroni non era presidente del Consiglio, lo era Romano Prodi, che cadde di lì a poco, anche a causa di quei conciliaboli sopra la sua testa. Di riforme non si parlò più finché non arrivò Renzi, appunto.
Ogni volta settimane, mesi, finanche anni di vertici, sherpa, astuzie, le riforme si fanno insieme (il primo tempo), le riforme si fanno chi ci sta (il secondo tempo), e quindi doppi e tripli giochi, anche se fin qui il gioco l’ha sempre portato a casa chi risponde e mai chi batte. Celebre tra gli addetti ai lavori, ma bisognerebbe forse dire famigerata, la teoria del “doppio colpo in canna” studiata da Goffredo Bettini per Veltroni. L’allora segretario Pd invitò Berlusconi al tavolo della riforma costituzionale in uno dei momenti più difficili della vita politica del Cavaliere, che aveva perso le elezioni del 2006 e stava sotto il tiro degli alleati Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Berlusconi si sedette volentieri.
Il “doppio colpo” bettiniano era inteso così: rifondiamo il sistema e anche se il Pd non dovesse vincere le elezioni a breve, vincerà comunque quelle dopo, e sarà Terza Repubblica bipartitica. Il Pd non vinse le prime elezioni, trionfò Berlusconi e Fini e Casini si rimisero al posto loro (non per molto, comunque), e non vinse nemmeno le seconde, quelle che Pier Luigi Bersani accettò di rinviare per far posto a Mario Monti, con i risultati noti.
Sulle riforme non basta aver letto Sun Tzu, sennò D’Alema ce l’avrebbe fatta, non è sufficiente compulsare Machiavelli o Denis Verdini, altrimenti Il Riformista avrebbe un altro direttore, le riforme costituzionali sono una realtà parallela e incontrollabile, sono come il sottosopra di quella famosa serie Netflix, Stranger things, cose più strane, più strane di quanto già non lo sia di suo la politica nazionale, e neanche a farlo apposta la serie è ambientata nel 1983, anno del primo tentativo ufficiale di riscrivere la Carta.
Legittimo pensare che Meloni si senta sufficientemente underdog da riuscire dove altri hanno fallito, e potrebbe non avere torto, anche se Renzi calava su Palazzo Chigi da Rignano sull’Arno e non da Manhattan. Molto dipenderà dagli uomini o le donne cui affiderà il dossier, che da curriculum dovrebbero saper essere tecnici e mediatori, ambasciatori e solutori: in queste trattative il diavolo è nei particolari, si parte dai massimi sistemi ma si cade sui commi e sugli scorpori, perché sì, preparatevi, si tornerà per forza a parlare pure di legge elettorale e meno male, dato che averne una decente sarebbe in teoria più utile e benefico, persino più facile, che tirar fuori la spada dalla roccia.