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Meloni e Salvini: l'ultimo vertice, poi il patto sulle nomine. Così la premier e il suo vice l'hanno spuntata sui ministri

Giorgia Meloni e Matteo Salvini 
Passa tra le tensioni la linea di Mantovano: Giorgetti e Crosetto cedono su De Gennaro. Lite sulla Rai ma in Cdm la presidente del Consiglio blocca la Lega
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ROMA - "Il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza c'è. È l'attuale reggente. La nomina la ufficializzeremo alla prossima riunione". La partita mai vista sulle nomine delle forze di Polizia, trattate come fossero materiale da "manuale Cencelli", è finita alle 12 di ieri mattina così. Con la premier Giorgia Meloni che ha aperto il Consiglio dei ministri informando tutti i presenti al tavolo dell'esecutivo che i giochi erano terminati: aveva vinto il sottosegretario Alfredo Mantovano, come sempre, e il nome alla Finanza era quello del generale Andrea De Gennaro, l'uomo sul quale Chigi aveva sempre puntato. In realtà, al risultato finale - come tutti i ministri ben sapevano - non si era arrivati con la calma e la serenità che la premier ostentava. Anzi: sono stati giorni difficilissimi. E anche le ore precedenti alla comunicazione della presidente del Consiglio hanno incrinato rapporti politici e per…

ROMA - "Il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza c'è. È l'attuale reggente. La nomina la ufficializzeremo alla prossima riunione". La partita mai vista sulle nomine delle forze di Polizia, trattate come fossero materiale da "manuale Cencelli", è finita alle 12 di ieri mattina così. Con la premier Giorgia Meloni che ha aperto il Consiglio dei ministri informando tutti i presenti al tavolo dell'esecutivo che i giochi erano terminati: aveva vinto il sottosegretario Alfredo Mantovano, come sempre, e il nome alla Finanza era quello del generale Andrea De Gennaro, l'uomo sul quale Chigi aveva sempre puntato. In realtà, al risultato finale - come tutti i ministri ben sapevano - non si era arrivati con la calma e la serenità che la premier ostentava. Anzi: sono stati giorni difficilissimi. E anche le ore precedenti alla comunicazione della presidente del Consiglio hanno incrinato rapporti politici e personali. In particolare, decisivo è stato il vertice che ha preceduto il Cdm, cui hanno partecipato Meloni, Mantovano e il ministro della Difesa Guido Crosetto, facendo slittare di un'ora la riunione di governo.

A risolvere il rebus, alla fine, hanno contribuito due circostanze. La prima: la surreale cerimonia di martedì al comando generale, quando il cambio della guardia previsto si è trasformato in un commiato dell'ex comandante, Giuseppe Zafarana. Una prima volta, inedita e imbarazzante. Una figuraccia istituzionale con tutte le forze di polizia e gli apparati, con il rischio di gravi strascichi tra poteri dello Stato. La seconda: ha lanciato l'allarme Matteo Piantedosi, il che è un paradosso, perché il ministro dell'Interno è vittima collaterale della guerra per la Finanza. Il titolare del Viminale sapeva infatti che il capo della Polizia, Lamberto Giannini, a cui lo lega un rapporto di stima, doveva essere sostituito. Matteo Salvini voleva Vittorio Pisani, con il quale aveva lavorato all'Interno. Piantedosi condivideva la nomina, ma aveva immaginato una tempistica diversa: il prossimo anno Giannini avrebbe potuto sostituire Mario Parente ad Aisi, e Pisani (che fino a ieri era uno dei vice direttori del servizio interno di intelligence) si sarebbe potuto accomodare sulla sedia di capo della Polizia.

Salvini ha però preteso un'accelerazione. E così Piantedosi ha dovuto spiegare a Giannini, e a tutti i suoi collaboratori, che il cambio si sarebbe fatto in tempi strettissimi. Destinando Giannini alla prefettura di Roma, restata scoperta per 63 giorni (incarico prestigioso ma senza precedenti perché ha il sapore di una diminutio), dove invece aveva immaginato potesse finire il prefetto di Napoli, Claudio Palomba.

Piantedosi si è insomma dovuto adeguare alla volontà di Salvini e Meloni. Ma qualcosa, subito dopo, si è inceppato. Lo stop è arrivato da Giancarlo Giorgetti e Crosetto, intenzionati a non cedere a De Gennaro come capo della Finanza. I due ministri hanno provato a trovare un punto di caduta su nomi alternativi. Ma è diventato subito chiaro che la partita si è giocata su un altro terreno: non quello dei curricula, ma determinato dal peso specifico degli sponsor dei candidati. Prova ne sia che a sbloccare la situazione sono stati i leader. Salvini, che pretendeva subito Pisani, ha imposto un passo indietro a Giorgetti. E Meloni, che ha accontentato la Lega, intimando a Crosetto di mollare la presa. Così è stato. E così è stata trovata la quadra.

E d'altra parte, aver piegato Giorgetti non è l'unico risultato che ottiene Meloni. La leader concede a Salvini la nomina del capo della Polizia, ma intende ridimensionare la Lega su altri fronti, a partire dalla Rai. La premier non ha gradito alcune mosse del segretario leghista: la scelta di invitare i sindacati al ministero, alcuni silenzi sulle riforme. E ha deciso di colpire il Carroccio dove fa male: nella partita di viale Mazzini. L'antefatto risale a mercoledì sera. La premier ha un contatto con i nuovi vertici della radiotelevisione pubblica. Riferiscono di un videocollegamento con Roberto Sergio e Giampaolo Rossi. Annuncia che i tempi sono maturi e Sergio sarà nominato l'indomani come membro del cda (per poi diventare ad, con Rossi dg). Formalmente, la proposta è sempre del ministero dell'Economia di Giorgetti. Il problema è che Meloni non offre alla Lega nulla in cambio. Tanto che ieri, prima del Cdm, Salvini prova a chiedere una contropartita: la direzione del Tg2. La presidente del Consiglio l'ha già promessa a FI, con Antonio Preziosi. Fa sapere al vicepremier di non insistere: gli ha garantito l'indicazione del capo della Polizia e assicurato molte caselle Rai. Non avrà, insomma, il secondo tg. I leghisti minacciano di non votare Sergio in Consiglio dei ministri, Meloni propone comunque la nomina, il Carroccio si piega.