Pd, è scontro su De Luca jr. L'area Schlein lo vuole silurare, i riformisti si mettono di traverso
di Lorenzo De CiccoChe il match fra Elly Schlein e Vincenzo De Luca sia solo alle battute iniziali lo dimostra l'arrovellarsi del Pd per i destini del figlio del governatore campano, Piero, vice-capogruppo del Pd alla Camera dei deputati. Al Nazareno, una partita marginale come il rinnovo degli uffici di presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama sta assumendo quasi la rilevanza di un toto-ministri. Perché fronte Schlein, soprattutto per l'ala più di sinistra che ha sostenuto la segretaria, si vuole dare un segnale.
Dunque, è il ragionamento, dopo il commissariamento del partito in Campania come dichiarazione di guerra a "cacicchi" e ras delle tessere, lo step successivo sarebbe il siluramento di De Luca junior. Ma l'ala riformista del Pd, che alla Camera e al Senato ha numeri rilevanti, numeri che la leader non può trascurare, si sta mettendo di traverso. Preme per la riconferm…
Che il match fra Elly Schlein e Vincenzo De Luca sia solo alle battute iniziali lo dimostra l'arrovellarsi del Pd per i destini del figlio del governatore campano, Piero, vice-capogruppo del Pd alla Camera dei deputati. Al Nazareno, una partita marginale come il rinnovo degli uffici di presidenza di Montecitorio e Palazzo Madama sta assumendo quasi la rilevanza di un toto-ministri. Perché fronte Schlein, soprattutto per l'ala più di sinistra che ha sostenuto la segretaria, si vuole dare un segnale.
Dunque, è il ragionamento, dopo il commissariamento del partito in Campania come dichiarazione di guerra a "cacicchi" e ras delle tessere, lo step successivo sarebbe il siluramento di De Luca junior. Ma l'ala riformista del Pd, che alla Camera e al Senato ha numeri rilevanti, numeri che la leader non può trascurare, si sta mettendo di traverso. Preme per la riconferma. La minaccia è una conta interna o un'uscita di scena al momento del voto, che renderebbe plastica l'immagine di un Pd diviso.
Le avvisaglie del primo, vero scontro dell'era Schlein ci sono tutte. Anche se i pontieri sono al lavoro da 24 ore per ricucire. Ma ieri ci si è andati vicinissimi, alla rottura. Dopo tre settimane di rinvii (anche a causa delle elezioni amministrative) i gruppi sono stati convocati per votare i nuovi vice-capogruppo. Tre alla Camera, tre al Senato. Per Palazzo Madama la terna era composta dagli uscenti Franco Mirabelli e Beatrice Lorenzin, più Alfredo Bazoli, al posto di Alessandro Alfieri, promosso in segreteria come responsabile Riforme. Ma Bazoli non avrebbe avuto i galloni di vice-presidente vicario. E l'area dei neo-ulivisti gli contrapponeva Antonio Nicita. Risultato: niente voto.
Ma la tessera del puzzle che ha inceppato le votazioni è stata quella di Piero De Luca. La nuova capogruppo alla Camera, Chiara Braga, area Franceschini, aveva suggerito una mediazione, che prevedeva la conferma di De Luca jr come vice, insieme a Simona Bonafè e a Veronica Ghio per la sinistra dem, al posto di Peppe Provenzano, ora responsabile Esteri del partito. L'accordo sembrava vicino, praticamente a un passo, ma il Nazareno, ieri, ha bloccato tutto.
Ha pesato di certo la preoccupazione di come la conferma di De Luca figlio potesse essere interpretata. Cioè come un venire a patti col padre. O comunque come un tentativo di tregua. Certo è che lo spartito, ieri pomeriggio, è cambiato. Il nome di De Luca jr è stato depennato e rimpiazzato da quello di un altro moderato, Andrea De Maria. Ma i riformisti si sono comunque sfilati. E davanti alla possibilità concreta di una conta, e di un clamoroso strappo, il voto è saltato. Se ne riparla oggi, forse, in un partito che rischia di assomigliare a una pentola a pressione.