Alla marcia di Assisi la rete dei 71 atenei per la pace: "C'è un approccio scientifico al disarmo”
di Matteo PucciarelliNon c'è solo lo scienziato Carlo Rovelli a parlare e occuparsi pubblicamente di pace e nonviolenza. In Italia 71 atenei aderiscono alla Rete delle università per la pace, realtà che in questi mesi esprimono il proprio impegno per la pace in Ucraina con iniziative di studio, approfondimento, solidarietà. La prorettrice dell'Università di Pisa Enza Pellecchia è la coordinatrice della rete (runipace.org), che domani sarà in marcia tra Perugia e Assisi per la tradizionale manifestazione pacifista.
Perché l'accademia e l'università possono - e per voi devono - occuparsi di pace e disarmo?
"Prima di tutto perché la pace è la essenziale pre-condizione di ogni altra attività umana: non a caso, nell'ambito dell'Agenda 2030 la 'p' di Pace è una delle 5P che costituiscono la struttura su cui vanno ad innestarsi tutti gli Obiettivi dello Sviluppo sostenibile: persone, p…
Non c'è solo lo scienziato Carlo Rovelli a parlare e occuparsi pubblicamente di pace e nonviolenza. In Italia 71 atenei aderiscono alla Rete delle università per la pace, realtà che in questi mesi esprimono il proprio impegno per la pace in Ucraina con iniziative di studio, approfondimento, solidarietà. La prorettrice dell'Università di Pisa Enza Pellecchia è la coordinatrice della rete (runipace.org), che domani sarà in marcia tra Perugia e Assisi per la tradizionale manifestazione pacifista.
Perché l'accademia e l'università possono - e per voi devono - occuparsi di pace e disarmo?
"Prima di tutto perché la pace è la essenziale pre-condizione di ogni altra attività umana: non a caso, nell'ambito dell'Agenda 2030 la 'p' di Pace è una delle 5P che costituiscono la struttura su cui vanno ad innestarsi tutti gli Obiettivi dello Sviluppo sostenibile: persone, prosperità, pace, partnership, pianeta. E poi le scienze intese come discipline, senza distinzione alcuna, che si insegnano nell'accademia, hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni delle persone: in questo senso sono 'scienze per la pace' tutte le scienze nel momento in cui si interrogano sul contributo che ciascuna disciplina può dare, in termini di didattica, ricerca, disseminazione, alla costruzione della pace con mezzi pacifici, dialogando tra loro in un'ottica interdisciplinare che è essenziale".
Provate insomma a dare una concretezza a quella che molti considerano un'utopia?
"Ma la pace non è un'utopia, è il frutto di azioni e di collaborazioni ad ogni livello: per quanto riguarda l'accademia, è fondamentale l'approccio multidimensionale all'analisi dei conflitti e alla loro trasformazione nonviolenta. Le scienze purtroppo hanno dato un contributo decisivo alla guerra. Rimane celebre la frase che Oppenheimer, il direttore scientifico del 'progetto Manhattan', pronunciò dopo la prima esplosione nucleare sperimentale: 'I fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non potranno perdere'. Ma è tempo di raccogliere l'invito di Martin Luther King a 'usare le nostre menti per pianificare la pace in modo altrettanto rigoroso di quanto abbiamo fatto finora per pianificare la guerra'".
Sul piano pratico il vostro coordinamento cosa produce?
"Settantuno atenei che nell'ambito della Conferenza dei rettori si mettono in rete per promuovere, all'interno e all'esterno della comunità universitaria, la riflessione sulla responsabilità sociale di tutte le discipline e l'attenzione alla costruzione e al consolidamento della pace con mezzi pacifici come vocazione costitutiva dell'accademia e come perno delle attività di ricerca, didattica, formazione e terza missione, rappresentano di per sé un fatto nuovo e con potenzialità enormi. Abbiamo iniziato a mettere in rete le tante esperienze che già esistevano nei singoli atenei, ma erano spesso isolate, poco conosciute, in seconda fila: stiamo facendo emergere questi saperi, queste esperienze, queste buone prassi, dando ad esse visibilità e avviando sinergie. Da qualche mese abbiamo costituito 11 tavoli di lavoro che daranno ulteriore impulso alla Rete delle Università per la pace, occupandosi di educazione alla pace nelle scuole, spese militari e disarmo, scienza e tecnologie per la pace, donne, pace e sicurezza, didattica per la pace negli atenei, trasformazione dei conflitti, mediazioni e giustizia rigenerativa, migrazioni, ambiente, cambiamenti climatici e pace, costruire città pacifiche. E puntiamo alla creazione di un dottorato nazionale in Peace Studies".
A livello internazionale invece esiste un dialogo con altre realtà su questa ricerca?
"Sì, i Peace Studies si sono sviluppati in molte aree del mondo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, quindi naturalmente coltiviamo rapporti con altri atenei ed altre reti in altri Paesi, e ci tengo ad esempio a ricordare la collaborazione con la Rete internazionale dei musei per la pace".
Qual è un esempio di approccio scientifico al tema della pace?
"Voglio ricordare un esempio di successo, più che mai attuale in questo momento: uno dei più importanti trattati bilaterali per il disarmo tra Usa e Urss è stato frutto del grande impatto che ebbe su Reagan e Gorbaciov la teoria sul cosiddetto inverno nucleare, formulata sulla base di accurati modelli soprattutto da matematici e fisici, circa le conseguenze che a livello planetario avrebbero avuto anche solo alcune esplosioni nucleari localizzate a livello regionale, indipendentemente dal fatto che fossero intenzionali oppure no".
Quando a Rovelli dicono 'lei parli solo di fisica, l'argomento che le compete' lei cosa pensa?
"Che Rovelli abbia fatto esattamente quello: ha parlato da scienziato consapevole della responsabilità e del ruolo sociale dello scienziato".
Un pezzo di università però ha relazioni e finanziamenti anche da aziende impegnate nella ricerca militare. Patite una forte differenza di investimenti tra voi e loro?
"La ricerca sulla pace è sottofinanziata anche perché poco conosciuta: è nostra responsabilità fare diventare la ricerca sulla pace autorevole e quindi attraente per chi la ricerca la fa e per chi nel pubblico e nel privato la finanzia. Perché non c'è investimento migliore: la pace conviene a tutti".